Carol Ann Duffy: Pólis e Phýsis
Politica / di Carol Ann Duffy ; traduzione di Floriana Marinzuli e Bernardino Nera. – Milano: Crocetti Editore IF-Idee Editoriali Feltrinelli, 2026. – 112 pp. – ISBN 978-88-8306-484-5.
Natura / di Carol Ann Duffy ; traduzione di Floriana Marinzuli e Bernardino Nera. – Milano: Crocetti Editore IF-Idee Editoriali Feltrinelli, 2026. – 128 pp. – ISBN 978-88-8306-483-8.
Carol Ann Duffy (Glasgow, 1955), poet laureate del Regno Unito dal 2009 al 2019, ha pubblicato nel 2023, in Gran Bretagna, quattro volumi autoantologici con cui ha “sfrondato” e riordinato per aree tematiche la sua produzione poetica: Love, Elegies, Politics e Nature. Crocetti ha dato alle stampe i primi due titoli, Poesie d’amore ed Elegie – di cui si è già parlato in Carol Ann Duffy: Éros e Thánatos – rispettivamente nel 2024 e nel 2025. Quest’anno l’editore ha completato l’opera facendo uscire in contemporanea, il 14 aprile, gli altri due libri della tetralogia, Politica e Natura, sempre con la curatela di Floriana Marinzuli e Bernardino Nera.
Il linguaggio è anche qui piano, colloquiale, sorretto da una versificazione per lo più libera e metricamente variabile. Ricorrenti e imprescindibili nella sua cifra stilistica sono l’ironia, la drammatizzazione e l’impiego del monologo interiore. I contenuti sono di norma intellegibili, caratteristica questa che ha radicalmente diviso la critica. Alcuni studiosi infatti contestano l’eccessiva prosaicità, l’immediatezza, la semplicità e la chiarezza delle sue poesie; qualità che per altri rappresentano invece un valore aggiunto. Simon Britton e Geoffrey Hill ritengono i suoi versi poco curati, la sua dizione informale, piena zeppa di cliché, come d’altronde la sua sintassi. Ian Patterson, con un giudizio decisamente tranchant, ha definito una sua poesia, “Stephen Lawrence”, addirittura «embarrassingly bad» [1]. Al contrario, Deryn Rees-Jones elogia la comprensibilità del suo modo di esprimersi in versi, evidenziando come questa caratteristica rende le sue composizioni facilmente accessibili a un vasto pubblico. C’è poi chi non esclude che tale facilità di lettura sia in realtà ingannevole e che la scelta stilistica dell’autrice si configuri come parte di una ben precisa strategia sovversiva [2]. La polarizzazione dei giudizi è comunque un indice importante dal quale desumere il rilievo dell’opera della Duffy all’interno del panorama letterario britannico contemporaneo.
Dei due libri qui in esame il più incisivo e graffiante è, senza alcun dubbio, Politica.

- Copertina di Politica, di Carol Ann Duffy
Dopo aver letto la feroce invettiva contro i politici contenuta in “Una protesta formale”, scritta nel 2018, al fruitore sembra di trovarsi di fronte a una poetessa punk piuttosto che a una letterata investita di un incarico ufficiale e istituzionale, ossia quello di versificator regis. Non si può quindi non essere d’accordo con i curatori quando, nell’“Introduzione”, scrivono: «Il ruolo del poeta quale testimone e commentatore di eventi di natura sociale e politica resta un assunto centrale nel decennio di laureateship, durante il quale la poetessa rende manifesto il suo totale disinteresse nel comporre poesie su commissione per i monarchi, bensì tende a rivestire la carica di State of the Nation poet, più poetessa del popolo che bardo di corte. I numerosi testi composti dal 2009, anno di nomina a poet laureate da parte della regina Elisabetta II, a oggi segnano il ritorno al suo originario interesse verso tematiche di carattere politico, sociale e culturale che registrano coscientemente il vissuto della società britannica del XXI secolo». La crudezza della sua postura emerge chiaramente nei versi del componimento citato, dove la satira si fa esplicita e priva di filtri:
Da dove continuano ad arrivare queste teste di cazzo
che quando eravamo giovani erano i guardiani?
Devono essere stati giovani anche loro allora, gli opportunisti
compiacenti, furtivi, faccendieri; i coglioni
arraffoni, sbruffoni, raglianti; i contaballe
che posano e pontificano; i patrioti.
Non vogliono il nostro bene, questi patrioti,
servili, con le loro facce da culo dai buchi stretti,
stitici nel divulgare, perfetti nello sparare cazzate.
(“Una protesta formale”, in Politica)
In un’altra poesia, il bersaglio è una categoria specifica di politici: “Gli ex ministri” (2018) che continuano a godere di immeritati e ingiustificati privilegi anche dopo la conclusione dei loro mandati. Qui, i toni sono meno accesi ma il messaggio è altrettanto chiaro:
Al di là delle nostre coste,
navigano sui superyacht, Nasdarovia! [3],
ospiti degli dèi mortali; la luna velata: un bitcoin.
Non contiamo nulla per loro, ora; pecore
che valicano le bianche scogliere di Dover [4].
(“Gli ex ministri”, in Politica)
Gran parte dei componimenti contenuti nel libro in questione risalgono agli anni del thatcherismo (pressoché coevi al reaganismo americano), un’epoca dominata dalla politica conservatrice della Lady di Ferro che – nel 1987, in una celebre intervista rilasciata al settimanale Woman’s Own – proclamò l’inesistenza della società («There is no such thing as society»). Quegli anni furono segnati dallo smantellamento sistematico dello stato sociale; dalla chiusura delle industrie pesanti ritenute improduttive, con il conseguente e drastico aumento della disoccupazione; da un radicale programma di privatizzazioni; dalla promozione del turbocapitalismo e, in particolare, del capitalismo finanziario teso unicamente a produrre profitti, oltretutto solo per una ristretta élite, attraverso la speculazione anziché mediante la produzione di beni e servizi. Particolarmente severe furono poi le politiche migratorie adottate dal governo Thatcher che, con il British Nationality Act del 1981, rese ancora più difficile per milioni di abitanti del Commonwealth l’esercizio del diritto di stabilirsi in Gran Bretagna.
È frequente, nei componimenti della Duffy (cfr. Carol Ann Duffy: Éros e Thánatos), l’adozione del monologo interiore di cui si serve soprattutto per dare voce a chi non ce l’ha, a chi vive ai margini della storia. Nei versi che seguono, a rimuginare sulla propria sorte è un immigrato, presumibilmente appartenente al Commonwealth britannico, che si vede costretto a far ritorno nella sua nazione d’origine:
Qui non mi hanno trattato bene. Ora devo andarmene,
le parole che ho imparato per supplicare,
ringraziare, resteranno inutilizzate. L’amore è uno sguardo
negli occhi, in ogni lingua, non qui,
non quest’anno. Non sono stati ospitali.
Pensavo che il mondo fosse dove vivevamo
nello spazio, una nazione che risplende nel buio fondo.
Ho visto una foto di quando ero piccolo.
Ora sono un clandestino. Da dove vengo io c’è poco lavoro,
i giovani sono cupi e non sognano. La mia amata
ha in grembo nostro figlio e io avrei lavorato qui, trovato
una casa. Tra vent’anni avremmo detto Questo sei tu
da piccolo, quando il susino non era che un getto…
[…]
[…] Taxi funebri
strisciano per le strade madide verso il terminal.
(“Rimpatrio”, in Politica)
Come emerge dalla ripresa, in questo componimento del 1987, dei temi cardine dell’amore e della morte, nell’opera della Duffy – come, d’altronde, nella vita – tutto è profondamente interconnesso. Politica non può prescindere né da Poesie d’amore né da Elegie. Né tantomeno da Natura poiché le questioni ecologiche e, in particolare, quelle attinenti alla salvaguardia ambientale sono strettamente legate alle scelte politiche, tanto individuali quanto collettive («il mutamento di natura dell’agire umano modifica la natura stessa della politica» [5], rilevava Hans Jonas). Ogni pannello di questo denso polittico letterario rimanda inevitabilmente agli altri.
È evidente che la voce dell’autrice sa essere, all’occasione, diretta e intransigente, sarcastica e irriverente. Prende di mira i conservatori e l’eredità ideologica della Thatcher, ma non risparmia neanche i laburisti. Nella poesia “Le grandi domande” del 2011 mette alla berlina tutti quei politici, compreso Tony Blair, che – per giustificare l’invasione dell’Iraq del 2003 – si accodarono alla narrazione dei leader statunitensi e di alcuni paesi della NATO avallando la falsa notizia dell’esistenza di ingenti quantitativi di armi di distruzione di massa sul territorio del paese aggredito:
Chi ha pianificato l’operazione “colpisci e terrorizza”?
Non l’ho appoggiato io l’attacco.
Per favore, descrivi quel che hai visto dentro la Moschea.
Non sono riuscito a vedere attraverso il fumo.
La tua stima dei costi della guerra?
Non avevo istruzioni per esserne al corrente.
Dov’era Saddam quando alla fine l’hanno trovato?
Forse in un buco sotto una baracca.
Cosa gli è successo dopo che l’hanno preso a calci in culo?
Forse l’hanno appeso per il collo.
Le Armi di Distruzione di Massa… trovato il deposito?
Be’, forse non in Iraq.
(“Le grandi domande”, in Politica)
In “Sig.ra Faust” (1999) la Duffy descrive una coppia di yuppie rampanti, marito e moglie senza figli, tutta protesa alla ricerca incessante del successo e dei piaceri materiali. Come si evince dal titolo, a parlare è la moglie che sintetizza così, in questa amara confessione, la propria esistenza (o, meglio, il proprio lifestyle) e quella del compagno, nonché la deriva edonistica della loro relazione:
Ho iniziato ad amare lo stile di vita,
non la vita.
Lui ha iniziato ad amare la gloria,
non la moglie.
Andava a puttane.
Non provavo gelosia,
ma irritazione cronica.
(“Sig.ra Faust”, in Politica)
Alla fine del racconto lirico il signor Faust muore e la moglie – a conoscenza del patto occulto con cui il marito ha venduto l’anima al diavolo – eredita tutto il suo patrimonio. Ma giunge anche a una disarmante e desolante conclusione:
Ancora mantengo il segreto di Faust –
quel sagace, scaltro, cinico bastardo
non aveva mai avuto un’anima da vendere.
(“Sig.ra Faust”, in Politica)
Di nuovo il binomio amore-morte che si intreccia alla politica. I due yuppie – che, almeno inizialmente, credono (o s’illudono) di amarsi – si perdono nel gorgo dell’avidità e del benessere materiale tout court. Ciascuno è lo specchio deformante dell’altro. Su entrambi aleggiano gli spettri della malattia e della morte, e del vuoto esistenziale.
Il pregiudizio secondo cui la Duffy è una poetessa che scrive solo poesie estremamente semplici e facilmente comprensibili è smentito da “Spergiurare”, una filippica anti-Trump in cui l’autrice adotta i modi degli antichi kenning con i quali i bardi anglosassoni sostituivano un nome comune con un’espressione composta da due o più parole. Per poter comprendere a fondo questa composizione, intellegibile solo nella sua veste di pura e semplice invettiva, occorre dunque conoscerne il presupposto culturale:
Porta-riportino, ciuffo-posticcio, arruffone, tutto-laccato;
twitta-tutto, twitta-twitta, sparacazzate, spargimerda;
[…]
Mandrake Miniminchia, benvenuto alla Casa Bianca.
(“Spergiurare”, in Politica)
È vero, qui la lingua è prossima al parlato ma questa semplicità, unita alla trasparenza del messaggio, è in fondo la forza di una poesia capace di comunicare con durezza e immediatezza senza rinunciare affatto alla complessità.
La Duffy non separa la crisi della società dalla crisi dell’ambiente. La violenza esercitata dalla politica sui più deboli è la stessa che si riversa sulla biosfera.

- Copertina di Natura, di Carol Ann Duffy
Eppure Natura è di tutt’altro tenore e registro espressivo. È un’opera dalle tonalità decisamente più delicate che sposta il baricentro testuale dalla critica e dall’invettiva politica all’ecopoesia, senza tuttavia abbandonare la dimensione civile. Questo “genere” di poesia – spesso, a torto, ritenuto “minore” – svolge diverse funzioni: quella di dar voce alla natura e non solo di celebrare le bellezze naturali e i benefici che gli uomini ne ricavano; quella di suscitare una connessione empatica con la natura stessa e, quindi, di fare da tramite fra l’ecosistema e i suoi abitanti; quella di accrescere la consapevolezza dei lettori a proposito dell’emergenza ambientale che affligge il pianeta e, di conseguenza, di sensibilizzarli e responsabilizzarli riguardo al tema dell’ecologia.
Paradossalmente, nell’Antropocene il poeta e il filosofo si trovano nella scomoda posizione di dover smentire la visione antropocentrica dominante, nociva all’ánthropos stesso. Osservava Jonas: «l’interesse dell’uomo coincide nel senso più sublime con quello del resto della vita in quanto sua dimora cosmica […]. L’esclusiva fissazione sull’uomo in quanto diverso dal resto della natura può significare solo immiserimento, anzi disumanizzazione dell’uomo stesso, atrofía del suo essere anche nel caso fortunato della conservazione biologica […]. In un’ottica veramente umana rimane alla natura la sua dignità propria, che si contrappone all’arbitrio del nostro potere. In quanto da lei generati, siamo debitori, verso la totalità a noi prossima delle sue creature, di una dedizione di cui quella verso il nostro essere costituisce soltanto la punta più elevata» [6].
Secondo i curatori «La natura, al pari dell’amore, della morte e di altri temi cari alla Duffy, è alla base di una parte consistente della sua produzione lirica, e le immagini di fiumi, mari, montagne, campi, fiori e frutti sono sovente evocate con passione e ardore e sembrano comunicare con l’io lirico in uno scambio extraverbale fatto di sensi, suoni, odori».
Per l’autrice, l’ecosistema non è semplicemente un elemento esterno all’uomo o un mero serbatoio di risorse da sfruttare utilitaristicamente per il soddisfacimento dei bisogni materiali: è il contrassegno ontologico dell’“essere umani”. La simbiosi profonda tra l’uomo e la natura non è soltanto una necessità biologica vitale per la sopravvivenza, ma si configura come la fonte primaria di ogni autentico piacere, d’amore e di beatitudine spirituale:
In realtà, gli alberi mormorano sotto i tuoi piedi,
un’empatia sepolta, la calpesti.
In alto sopra di te,
le chiome imparano la luce; una conversazione
che leggi sulle labbra. La foresta
scandisce un tempo diverso;
ore lente, lunghe quanto la tua vita,
così ti senti umano.
Così ti senti più umano; persuaso di quel che sei
dal soffio muto del legno, motivo di resina.
[…]
Ah, pensavi che l’amore fosse umano
finché non ti sei perso nella foresta,
ma è più inusitato.
(“Foresta”, in Natura)
La fusione tra uomo e natura è anche un modo per porre rimedio alla dicotomica separatezza cartesiana tra res cogitans e res extensa. Una sorta di versione contemporanea e laica del panismo. Per il Virgilio delle Bucoliche la vita ideale è quella vissuta in armonia con la natura. Henry David Thoreau, nel suo Walden, si chiede: «Non dovrò forse avere rapporti con la terra? Forse che sono parzialmente fogliuto e parzialmente di forma vegetale io stesso?» [7].
Nell’ambito della letteratura anglosassone – pur essendo il termine di recente conio – l’ecopoesia, che in tempi passati sarebbe stata contrassegnata come “poesia bucolica” (la quale, ovviamente, non aveva e non poteva avere alcun riferimento al degrado e all’emergenza ambientale), ha dei precedenti illustri soprattutto nelle opere di Wordsworth e Coleridge.
Un imprescindibile antecedente poetico di Natura è quello delle Lyrical Ballads. Wordsworth, in uno dei suoi componimenti più famosi, si dice
[…] contento di ravvisare
Nella natura e nel linguaggio dei sensi
L’àncora dei miei più puri pensieri, la nutrice
E la guida, il custode del mio cuore,
L’anima di tutto il mio essere morale.
(“Versi composti ad alcune miglia dall’abbazia di Tintern”, trad. di Franco Marucci)
Il poeta del Lake District intitola il “Libro ottavo” del Preludio «Retrospettiva: l’amore della natura conduce all’amore dell’umanità» e, nel “Libro terzo” («Residenza a Cambridge»), rivela il suo rapporto col creato:
Seguendo un sentiero già percorso,
per profonde analogie suggerite dal pensiero
e momenti di coscienza irreprimibile,
a ogni forma naturale, a rocce, frutti, fiori,
e persino alle pietre sparse per strada
attribuivo una vita morale: li vedevo sentire
o li associavo a un sentimento; la grande massa
posava in un’anima vivificante, e tutto ciò
che vedevo spirava intimo significato.
(Preludio, “Libro terzo”, trad. di Massimo Bacigalupo)
Per il Lake Poet la natura non è unicamente paesaggio ma principio morale, guida spirituale, nucleo, essenza stessa del Dasein.
La Duffy – memore del solenne avvertimento, contenuto nella Ballata del vecchio marinaio di Coleridge, che impone il rispetto di tutte le creature viventi e dell’ambiente – dapprima vestendo i panni di un’astronauta, poi confondendo la propria voce con quella di un convegno di pennuti, scrive:
Affezionata come le parole alle cose, scorgo stupita, sdegnata:
deserti dove c’erano foreste, mari malati.
[…].
Carissime, cosa avete fatto, cosa avete fatto al mondo?
(“La donna sulla luna”, in Natura)
Il cormorano parlò:
Mari fetidi
sotto venti avversi. Niente nuota.
Una vasta zuppa di plastica, lunga e larga
Mille miglia di merda di petrolio.
[…].
Il gabbiano disse:
Dove il corallo era rosso, ora è bianco, morto
sotto acque stordite.
Il linguaggio dei pesci
reciso alla radice.
Gli oceani muti. Il petrolio come un bavaglio
sul Golfo del Messico.
(“Parlamento”, in Natura)
L’apocalisse è servita: l’uomo violentando la natura, di cui è parte, danneggia irrimediabilmente anche se stesso.
Un’altra figura del passato presa a modello dall’autrice è San Francesco, espressamente citato in “Sulle orme di Francesco”. Il santo è visto attraverso lo sguardo di un suo seguace che, fra l’altro, riferisce un suo apoftegma: «Disse, siamo animali». Ergo: la natura è una comunità di viventi e l’uomo deve rispetto a tutte le altre creature su cui non può e non deve infierire.
Tra le varie tipologie di componimenti inclusi in Natura non difettano ovviamente le elegie, come quella suscitata dal rimpianto per l’abbattimento – a causa della cementificazione urbana – dei sette olmi piantati a cerchio intorno a un noce, nel XVII secolo, nel quartiere di Tottenham, dal quale proviene il toponimo di Seven Sisters. L’obbligo morale di preservarne quantomeno la memoria incombe sulla poesia:
Nelle siepi di vecchi film,
si stagliano elegiaci,
gli olmi inglesi;
o trovano fama postuma
nei versi delle poesie –
olmo creatore di musica –
poiché il nostro è un mondo privo di essi…
(“Gli olmi inglesi”, in Natura)
Per quanto riguarda poi gli animali, la Duffy ha dedicato un’intera silloge poetica alle api (The Bees del 2011), da cui sono tratti diversi titoli presenti in Natura: “Ariel”, “Le api di Virgilio”, “Alveare”, “Un’ape rara” e “L’ape umana”. I curatori del volume rilevano come, in questi componimenti, la poetessa non si limita a celebrare queste «piccole e operose portatrici di grazia» in pericolo di estinzione, «che abitano la terra con pari dignità», ma ne fa anche un emblema in quanto «rappresentano uno degli indicatori ecologici che regolano gli equilibri tra l’uomo, la natura e la biodiversità» e in quanto «quintessenza di una englishness a corredo di altri elementi che vengono elevati a simboli elegiaci tipicamente inglesi, come la birra, l’orzo, gli olmi che stanno via via scomparendo per lasciare posto a una cultura consumistica»:
Benedetto il dono dell’aria dolce,
miele d’api, infuso di trifoglio,
calendula, eucalipto, timo,
le centinaia di essenze del vento.
[…].
[…]; le api
sono le batterie dei frutteti, dei giardini, da difendere.
(“Le api di Virgilio”, in Natura)
Dove l’ape succhia, ci sono
pesticidi neonicotinoidi
nel calice delle primule,
nei campi di lavanda,
[…];
acido nel suolo,
che riveste i semi, e si diffonde
nelle piante e nei raccolti […].
(“Ariel”, in Natura)
E non poteva non esserci una rievocazione della figura di Shakespeare. Sia nelle precedenti raccolte sia in quella in esame non mancano le citazioni e i riferimenti diretti o indiretti (“CXVI” in Poesie d’amore; “Anne Hathaway” in Elegie; “Ariel”, “Luke Howard, che dava il nome alle nuvole” e “Shakespeare nel suo giardino” in Natura) al bardo inglese. In “Shakespeare nel suo giardino” l’autrice immagina l’inimmaginabile: il letterato che tralascia la letteratura per darsi alla natura, il poeta-drammaturgo che disdegna la poesia («La poesia, ora, un matrimonio stantio») per immergersi nella contemplazione e nell’estasi olfattiva generata dal suo giardino. Qualcosa che avrebbe fatto orrore a uno dei suoi massimi adoratori: Harold Bloom. Eppure Shakespeare non riesce a obliare completamente la sua arte perché nell’«enunciare i nomi delle piante» il suo spirito (o il suo istinto di poeta) fa «rima con i suoi sensi». Anima e corpo, letteratura e natura sono qui un tutt’uno, inscindibile. La poesia si trasferisce nella natura. La natura si fa linguaggio.
In definitiva, la tetralogia della Duffy ha una valenza olistica e tende a inglobare quasi tutte le dimensioni dell’esistenza umana. Se Poesie d’amore ed Elegie scandagliavano gli aspetti più intimi dell’essere umano, Politica e Natura ne ampliano l’orizzonte fino a comprendere l’individuo in quanto parte della società (e ciò in aperta contrapposizione all’“asocialità” del dogma thatcheriano) e il genere umano in quanto inscindibile dall’ecosistema. L’io lirico della Duffy non si limita ad analizzare le relazioni e i tormenti personali, ma si interroga sulle contraddizioni e sulla spietata inesorabilità delle forze storiche, si confronta con le ingiustizie sociali e con la crisi ecologica. Ogni percorso si intreccia indissolubilmente all’altro. Amore, dolore/morte, politica e natura sono quattro coordinate fondamentali dell’esistenza umana attraverso cui fluiscono le esperienze individuali, inseparabili dalla dimensione collettiva e da quella naturale. I quattro volumi autoantologici dell’autrice sono, al tempo stesso, un’autobiografia spirituale e civile, il ritratto di una poetessa che sa dar voce, con uguale intensità, all’intimità degli individui e alla coscienza del proprio tempo. Una tetralogia, insomma, che non si limita a essere una semplice antologia ma che costituisce una sorta di “antropologia poetica” all’interno di una prospettiva chiaramente e necessariamente “ecocentrica”.
La poesia è anthropíne, la poesia è bíos.
[1] Ian Patterson, Embarrassingly Bad, “London Review of Books”, 9 gennaio 2012).
[2] Cfr. TriCollege Libraries Institutional Scholarship.
[3] Storpiatura del russo Na zdorovie («prego» o «alla salute!»).
[4] Nell’originale: «lemmings / going over the white cliffs of Dover». Una traduzione alternativa, più esplicita, potrebbe essere: «lemmings / che si lanciano dalle bianche scogliere di Dover».
[5] Hans Jonas, Il principio responsabilità. Un’etica per la civiltà tecnologica (1979), trad. Paolo Rinaudo, Einaudi, Torino 1990 e 1993, p. 14.
[6] Hans Jonas, Il principio responsabilità. Un’etica per la civiltà tecnologica (1979), cit., p. 175.
[7] Henry David Thoreau, Walden ovvero Vita nei boschi, trad. Piero Sanavio, Rizzoli Libri, Milano 1964 e 1994, p. 204.
- Ci sono 0 contributi al forum. - Policy sui Forum -