Carol Ann Duffy: Eros e Thanatos
Poesie d’amore / di Carol Ann Duffy; traduzione di Floriana Marinzuli e Bernardino Nera. –Milano: Crocetti Editore IF-Idee Editoriali Feltrinelli, 2024 – 112 pp. – ISBN 978-88-8306-428-9.
Elegie / di Carol Ann Duffy; traduzione di Floriana Marinzuli e Bernardino Nera. – Milano: Crocetti Editore IF-Idee Editoriali Feltrinelli, 2025 – 112 pp. – ISBN 978-88-8306-449-4.
Carol Ann Duffy (Glasglow, 1955): la poetessa che da ragazzina, mentre le sue compagne si annoiavano, godeva all’ascolto dei versi di Yeats letti, un giorno, in classe dalla sua insegnante di inglese, la stessa insegnante a cui – quando morì – dedicò una poesiola ricordando l’episodio; l’outsider – dal 2009 primo Poet Laureate donna e, oltre tutto, bisessuale del Regno Unito – che ha scritto versi (“Anelli”) in occasione del matrimonio del principe William e Kate Middleton.

- Copertina di Poesie d’amore, di Carol Ann Duffy
La forza della poesia. Il miracolo della poesia. È strano che una poetessa dichiaratamente atea abbia scritto un verso come questo che sarebbe stato più naturale fosse scaturito dalla penna di un poeta mistico o comunque contiguo alla religione (R. S. Thomas, ad esempio): «poems are prayer» («le poesie sono preghiere», in “Death and the Moon”). Concetto da lei ribadito in questa sua affermazione: «Poetry and prayer are very similar» («Preghiera e poesia si somigliano»).
Nel 2023, la Duffy ha pubblicato in Gran Bretagna quattro autoantologie che riorganizzano tematicamente la sua produzione in versi: Love, Elegies, Politics e Nature. L’illuminato editore di Poesia, Nicola Crocetti, per il momento ha fatto tradurre le prime due con i titoli Poesie d’amore ed Elegie, pubblicate rispettivamente nel 2024 e nel 2025 e, come si vedrà, legate fra di loro da un vincolo di necessità. Quali siano poi i collegamenti di queste prime due parti della tetralogia con le altre due, Politics e Nature, al lettore italiano – per il momento – non è dato saperlo.

- Copertina di Elegie, di Carol Ann Duffy
La sequenza delle due pubblicazioni è azzeccatissima perché rispecchia il binomio Eros/Thanatos, l’inscindibile legame che avvince le poesie dell’una e dell’altra raccolta. Le poesie d’amore non possono fare a meno di volgere lo sguardo verso la sofferenza e la perdita, così come le elegie non possono ignorare il tema dell’amore. Amore e morte sono due facce della stessa medaglia: il ciclo vitale, la vita. La pulsione di vita si accompagna sempre, inevitabilmente, a quella di morte. I due libri sono gemelli, non possono fare a meno l’uno dell’altro. E si intrecciano tra di loro come le tematiche che affrontano: l’Eros e il Thanatos. Difatti le poesie più riuscite di Love sono quelle in cui si avverte la presenza del dolore e della morte. Le poesie migliori di Elegies sono quelle in cui il fondamento del ricordo che aleggia sui morti trae origine dalla vita e dall’amore.
In realtà, le Elegie della poetessa, riprendendo la funzione originaria del genere elegiaco, si occupano non solo di lamentazioni funebri e Thanatos ma di un ampio ventaglio di argomenti. Non si può tuttavia negare che l’ombra della morte, ovviamente indissolubile dal soffio vitale, si insinui dappertutto tra le pagine del volume. Come in questa poesia, una delle più note, in cui l’autrice dando da bere alla madre morente, ricoverata in un ospedale, ricorda che la genitrice faceva lo stesso con lei, quando era bambina:
La tua ultima parola è stata acqua,
versata in una tazza di plastica di un ospedale, accostata
alle tue labbra – un piccolo sorso, un mezzo sorriso, un sospiro –
poi, nella sedia accanto,
......................................mi sono addormentata.
Addormentata per tre ore perse,
solo per risvegliarmi, assetata, sentire e poi vedere
fuori in un cespuglio il richiamo di una gazza –
l’alba repentina – e trangugiare dalla tua tazza ancora piena.
Acqua. Le volte che da bambina chiedevo
da bere, finché non arrivavi, sedevi sul bordo
del letto al buio, tenendomi la mano,
così come ce la siamo tenuta adesso e tu sei morta.
(“Acqua”, in Elegie)
L’acqua spegne la sete ma non la memoria, la tenerezza, i sentimenti (una precisazione è però necessaria: l’autrice non indulge mai in goffi sentimentalismi). Amore e morte sono legati tra di loro anche nel ricordo. Mnemosine lotta strenuamente per non sprofondare nelle acque del Lete. Anche se la poesia «non è la verità: / è la resurrezione delle presenze» (Octavio Paz, “Nocturno de San Ildefonso”). Roberto Galaverni rileva che un’istanza comune all’antropologia e alla poesia è «quella di testimoniare, di lasciare una traccia del nostro passaggio nel mondo, di fissare in versi il destino individuale rispecchiandolo in quello della comunità e, viceversa, di riflettere la comune sorte umana nelle vicende e peripezie dei singoli individui» (I miei compaesani sono diventati poeti, “La lettura”, 7 dicembre 2025, p. 67).
In un momento sacro e solenne come quello dell’agonia della propria genitrice non c’è posto per l’ironia, una delle componenti essenziali della poetica della Duffy.
Di quello strumento retorico fa invece largo uso quando si tratta di stigmatizzare le convenzioni sociali e il maschilismo, o di descrivere la labilità dei rapporti sentimentali:
[…] La Sirenetta tagliò
in due la sua coda argentata e scintillante, sfregò del sale
sulla ferita putrida, si alzò e camminò,
straziata, con collant a rete rimase in piedi e sorrise, si dimenò,
tutto per un Principe, un bel ragazzo, uno affascinante
che alla fine l’avrebbe mollata, scaricata, buttata a mare.
(“Sig.ra Bestia”, in Poesie d’amore)
Dentro le cabine del telefono signore senz’amore piangono
sul Merseyside. I loro volti mostrano sconfitta.
Un juke-box vecchissimo suona a tutto volume Ain’t She Sweet
a Liverpool, che non sa dire addio.
(“L’Eco di Liverpool”, in Elegie)
La poetessa dichiara di scrivere in un linguaggio piano, semplice, vicino a quello parlato («A volte un linguaggio usato in modo ricercato / è un linguaggio usato male», da “Due piccole poesie di desiderio”, in Poesie d’amore). Un linguaggio che però ha improvvisi sussulti, prendendo direzioni oblique. D’altronde, tra gli strumenti principali della poesia ci sono i tropi (dal greco trópoi: “mutazioni”, “rivolgimenti”), ovvero i traslati, quel complesso armamentario retorico che costituisce il linguaggio figurato e che fa “deviare” i monemi e i sintagmi dalla loro ortodossia semantica. Nella prima poesia della raccolta dedicata alle elegie, ci sono due versi che hanno, in tal senso, un sapore quasi programmatico: «Questa era la stanza dei giochi. / La metto a soqquadro in una lingua contorta» (“Chiunque lei fosse”, in Elegie). Lo stile della Duffy è in genere sobrio e misurato, tuttavia disinvolto nell’utilizzo di modi e metodi. È memore della tradizione, e se di tanto in tanto fa ricorso a una forma chiusa è quasi sempre il sonetto. Al tempo stesso, l’autrice non ignora né disdegna le tecniche proprie delle avanguardie storiche. Spesso la sua poesia genera immagini surreali e fa uso di onomatopee, entrambe le modalità espressive sono talvolta associate a un’ironica levità:
[…] Ricordo anche di aver udito, distinta
seppur lontana alcuni isolati, una sirena – de
da de da de da – che si confondeva con le mie stesse
grida assurde, così che ho alzato lo sguardo, in quell’istante,
e ho visto le mie dita contarsi, danzare.
(“Innamorate”, in Poesie d’amore)
E, fra i sonetti che ha scritto, ce n’è uno che – a sua volta – cita un altro sonetto, il CXVI di William Shakespeare, ribaltandone la prospettiva. Si crea così tra i due un rapporto che è, al contempo, di rispecchiamento e rovesciamento. Mentre il capolavoro del bardo inglese proclama l’immutabilità dell’amore («Let me not to the marriage of true minds / Admit impediments; love is not love / Which alters when it alteration finds, / Or bends with the remover to remove. […]. Love’s not time’s fool»; «Giammai all’unione di spiriti fedeli / porrò impedimenti; l’amore non è amore / se muta quando scopre un mutamento, / o si dissolve quando l’innamorato si allontana. […]. L’amore non muta col tempo»), nel componimento della Duffy – data la differente temperie culturale della contemporaneità, in cui la poetessa opera – è inevitabile che anche quel sentimento sia assoggettato alla cruda legge dell’impermanenza:
Le nostre teste sopra un solo cuscino, mi sveglio
per udire gli impedimenti che scricchiolano nella stanza
come ratti.
[…].
[…]. Amore non è amore.
il tuo cuore sul mio, sento io, un rito coniugale –
ma per terra non ci sono abiti nunziali.
[…].
Le nostre menti sono distanti; terra cupa, luna fredda.
Con la coda dell’occhio,
...................................... le vedo svanire veloci,
barlumi oscuri, bacati.
...................................... Lasciate che io ammetta…
(“CXVI”, in Poesie d’amore)
Le poesie d’amore colgono il sentimento in tutte le sue declinazioni e si dipanano attraverso tutte le fasi del suo svolgimento: la sua genesi, la sua maturazione e il suo epilogo (con la rottura della relazione affettiva). Senza trascurare comunque uno dei suoi momenti più critici: la commissione dell’adulterio.
In quella calda notte settembrina, abbiamo dormito in un letto singolo,
nude, e sui nostri fragili corpi il sudore
evaporava e si rinnovava. Ho allungato le braccia
e tu, le mani sui miei seni, mi hai baciata.
(“Innamorate”, in Poesie d’amore)
Colpa. Una sfumatura verde marcio.
[…].
[…]. Succhia una bugia con un buco
sulla strada di casa da una notte letale, elettrizzante
ritta contro un muro, più svelta. Il linguaggio
sbuccia un grido perso. Sei un bastardo.
[…].
[…]. Poi egoistico sonno autobiografico
in un letto coniugale, il cucchiaio ossidato del tuo corpo
che rimesta tradimento, il tuo cuore sfatto fino al midollo.
(“Adulterio”, in Poesie d’amore)
Gli orologi sono scivolati indietro di un’ora
e dalla mia vita hanno rubato la luce
mentre camminavo nella parte sbagliata della città,
in lutto per il nostro amore.
E, naturalmente, l’irreparabile pioggia
cadeva sui viali desolati
dove sentivo il mio cuore logorato
da tutti i nostri sbagli.
[…].
Ma la morte incomberà, lo sappiamo,
oltre ogni luce.
Questi sono i giorni accorciati
e le notti infinite.
(“Tempo crudele”, in Poesie d’amore)
Ed ecco riapparire, quale sigillo di un rapporto affettivo ormai agonizzante, il binomio amore/morte. La rottura della relazione è un evento luttuoso che spegne quella fiamma, il sentimento, che un tempo aveva illuminato gli amanti.
I punti di vista adottati dall’autrice sono molteplici. Fa spesso ricorso – con una notevole capacità d’immedesimazione – al monologo interiore. Le poesie più famose in cui utilizza questa tecnica sono “Anne Hathaway”, nella quale impersona la moglie di Shakespeare, e “Scaldo le tue perle”, «uno fra i componimenti più noti e antologizzati di Carol Ann Duffy», che – secondo Floriana Marinzuli e Bernardino Nera – demarca «nettamente la distinzione tra sé e altro, anche da una prospettiva di classe sociale, in un gioco di identificazione attuato dalla voce monologante di una cameriera, segretamente innamorata della padrona, a cui vengono date istruzioni di indossare e scaldarne le perle prima che ella prenda parte a una serata mondana». I curatori, di entrambi i volumi presi in esame, proseguono sottolineando che «Nel delicato passaggio tra contatto e distanza, desiderio e negazione, si basa la carica erotica della poesia. Il processo di identificazione non può essere completato a causa della diversa estrazione sociale delle due donne. Il desiderio da parte della cameriera di possedere l’amata è pari a quello di diventare come lei» (dall’“Introduzione”, in Poesie d’amore).
[…] Si sventaglia
mentre lavoro solerte, il mio calore penetra lento
in ogni perla. La sua corda, allentata sul mio collo.
Lei è bella. La sogno nel mio letto
in soffitta; me la figuro a ballare
con uomini alti, confusa dal mio profumo tenue, persistente
sotto il suo, francese e le pietre opalescenti.
Tralasciando il riferimento alla peculiare forma metrica delle sue scaturigini (il distico elegiaco: esametro + pentametro) – come già accennato – il termine elegia (il cui nome deriverebbe dal termine élegos, ossia “lamento funebre”, “canto di dolore”) ha designato in genere nell’antichità greca e latina, e poi anche nell’età medievale e moderna, un componimento di argomento vario dal tono severo, alto, meditativo e malinconico. La stessa funzione svolge nel volume Elegie della Duffy in cui le poesie trattano un’ampia gamma di temi mantenendo, sullo sfondo, una texture mesta e luttuosa alleggerita dalle ricorrenti apparizioni dello spirito ironico dell’autrice.
Nella già citata “La morte e la luna” rievoca il suo compagno di un tempo, il poeta Adrian Henri (1932 – 2000), ma è purtroppo
[…] Irraggiungibile
con le preghiere, nonostante le poesie siano preghiere. Inaccessibile
alla vista, nonostante le anime siano stelle.
La figura che compare più di frequente nelle elegie è, senza dubbio, la madre. Ma la poetessa non trascura il padre, in “Sentiero” «rievocato in una dimensione surreale ambientata nel giardino della poetessa dove l’uomo “passava, / il giardino si estendeva / in un miglio mutevole / con tutte le stagioni dell’anno”, mentre le bambina prima lo osserva dalla finestra e poi lo segue fino a raggiungerlo dentro la gelida camera mortuaria dove lui si stende per sempre su un letto di ghiaccio» (dall’“Introduzione”, in Elegie, pp. 8-9). I vivi e i morti si confondono, si scambiano le parti. Lei, viva, prende le sembianze di un’ombra; la figura paterna, invece, si materializza emergendo nei ricordi. Intorno a entrambi pullula la vita:
La cattedrale d’autunno, esposta alle intemperie, si ergeva
in alto, ambra screziata, splendida rovina; l’ombra di lui
mi si allungava davanti, cappa magna,
la mia, obbediente, appresso come una monaca.
Non si voltò. Udivo i rosari degli uccelli.
Gli alberi, enormi porte, si spalancarono e m’inginocchiai.
Entrò in una stanza argentea di gelo;
un luccicante letto augusto di ghiaccio era lì,
e nonostante le lacrime, mio padre non poté andar via,
ma dovette spogliarsi, poi tremare nel suo sudario,
finché l’inverno gli mutò coi palmi gli occhi in bulbi gelati,
o gli mutilò la lingua in un mutismo di vermi.
La luna una nuda lapide senza parole.
In un’altra poesia, “Giardinaggio”, la visione include entrambi i genitori. Anche qui si ha uno stravolgimento/capovolgimento della realtà. È Carol Ann a essere invisibile agli occhi dei suoi cari, a percepire se stessa come un fantasma. Ma è il reale, un po’ alla volta, a prendere il sopravvento e a indirizzare il sogno verso il Transito, verso il Gelo. Il padre e la madre svaniscono e rimane solo il giardino ghiacciato, estrema testimonianza della loro incessante operosità:
Ho visto i miei genitori morti curare il giardino.
[…].
Se si fossero voltati
per dare un’occhiata a me che guardavo giù dalla finestra,
avrebbero creduto di aver visto un fantasma,
fare cenni… ma come sono corsa giù per le scale, fuori,
erano spariti.
...................................... Non potevano rivelarsi, lo sapevo,
dovevano lavorare ancora in giardino, finché arrivò il gelo,
a scolpire tutto quel che piantavano, quel che coltivavano.
(“Giardinaggio”, in Elegie)
La parola potrebbe compiere prodigi. Potrebbe, ad esempio, manipolare lo spazio-tempo rimanendo pur sempre umana, senza aneliti ultraterreni. In un componimento, ispirato a Dulce et decorum est del War Poet Wilfred Owen, l’autrice dice che – se potesse – la poesia riavvolgerebbe il nastro della memoria in un vorticoso rewind per far resuscitare i soldati morti nelle trincee della Prima guerra mondiale e riportarli a casa:
Se la poesia potesse davvero dirlo al contrario, comincerebbe
da quando la granata ti ha falciato nel fetido fango…
ma ti alzeresti, sorpreso, guardando l’orrido sangue sparso
risalire dalla melma alle ferite;
vedresti file e file di ragazzi britannici al replay
verso le trincee, baciare le foto di casa –
madri, amori, sorelle, fratelli più piccoli
senza entrare nella storia, ora
per morire, morire, morire.
Dulce – No – Decorum – No – Pro patria mori.
Ti allontaneresti.
[…]
C’è del caffè in piazza,
pane caldo francese
e tutte quelle migliaia di morti
a scrollarsi il fango secco dai capelli
e, in fila, verso casa. Di nuovo vivi,
un ragazzo canterebbe Tipperary alla folla, liberata
dalla Storia; cavalli lucenti e robusti degni di eroi e di re.
Ti appoggeresti a un muro,
i tuoi milioni di vite ancora possibili
e stracolme d’amore, lavoro, bambini, talento, birra inglese, buon cibo.
(“Il silenzio”, in Elegie)
Un vero e proprio memento di intonazione pacifista di cui c’è tanto bisogno in tempi cupi come quelli che stiamo vivendo.
Mai spegnere la memoria. Mai ignorare la poesia che la veicola e la riaccende, giorno dopo giorno, ostinatamente.
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