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Carlo Ruta, quando un quotidiano ha 10 pagine in 45 giorni

Lo sdegno e l’emotività del momento hanno dimostrato, finalmente, che Carlo Ruta non è solo.

di Alessio Di Florio - mercoledì 1 ottobre 2008 - 3011 letture

La fine di Agosto sono state pubblicate le motivazioni della sentenza di condanna per "stampa clandestina" di Carlo Ruta, storico e giornalista antimafia ragusano. Sono la degna conclusione(almeno per ora!) di un’assurda vicenda iniziata diversi anni fa. Leggerle porta al rischio di dimenticarsi qualsiasi nozione di diritto ma soprattutto di logica.

Ricapitoliamo brevemente i capitoli precedenti prima di entrare nel merito. Carlo, come scrivevo, porta avanti da molti anni inchieste sugli intrecci massonici e mafiosi a Ragusa e dintorni, puntando l’attenzione su attentati e assassini insabbiati e occultati dai media e dai tribunali. Tra i vari possiamo ricordare la strage di Portella della Ginestra e l’assassinio di Giovanni Spampinato.

Una vicenda tipica del nostro Paese dove il giudice che conduceva le indagini ha affermato che la colpa della morte del giovane cronista era de L’Ora e de L’Unità, i giornali sui quali scriveva. Giornali che lo hanno ideologicamente ingannato, portandolo a scrivere della vicenda che l’ha portato alla morte. Non dovrebbe quindi stupire ricordare che lo stesso magistrato, tale Agostino Fera, sia stato negli anni censurato anche in Parlamento per il proprio comportamento nel portare avanti le indagini. Carlo Ruta ha ricostruito tutto questo, dal giorno dell’assassinio, passando per la mite condanna nei confronti del figlio del suo procuratore capo di allora fino agli atti della Commissione Antimafia.

Con scrupolo da storico ha documentato e analizzato, pubblicando i risultati dell’immenso lavoro sul suo sito personale ’Accadde in Sicilia’. Nel dicembre 2004 il sito viene chiuso d’autorità a seguito di una denuncia nei confronti di Carlo. Il ’casus belli’ fu la pubblicazione dell’intervista ad uno dei testimoni della vicenda. Un atto chiaramente sproporzionato(sarebbe stato molto più logico chiedere il solo oscuramento della pagina) e che, al contrario di quel che ci si potrebbe aspettare, ha colpito il solo Carlo Ruta.

L’intervistato non è stato minimamente chiamato in causa(se la diffamazione la commettiamo in due entrambi dovremmo essere correi...). Questa vicenda, passata attraverso quattro anni di intimidazioni e querele ha portato nei mesi scorsi alla condanna per ’stampa clandestina’. Una condanna, considerato che il sito era un semplice blog personale, che subito apparve inconsistente e strumentale.

Le pubblicazioni delle motivazioni rendono il quadro ancora più fosco. Non soltanto si punta a delegittimare l’operato della polizia postale che, dopo i rilievi del caso aveva affermato la ’non periodicità’ del sito(la periodicità secondo la legge sulla stampa di epoca post-fascista e ancora in vigore è un requisito essenziale per essere considerata), ma si va oltre la denuncia di reato. Prendendo ad esempio un periodo di quarantacinque giorni tra ottobre e novembre di un anno, nel quale il sito era stato aggiornato 10 volte, il giudice ha concluso che il sito di Carlo Ruta era da considerarsi ’quotidiano’. 10 volte in quarantacinque giorni. 0.22 articoli al giorno.

L’assurda illogicità della sentenza può solo far sperare(come scritto subito dopo la condanna su La Stampa) nei gradi successivi di giudizio. Se una sentenza del genere, con queste motivazioni, venisse sciaguratamente confermata in Corte d’Appello e soprattutto in Cassazione sarebbe la fine di Internet e della libertà di pensiero.

Qualsiasi messaggio in chat, forum, blog, newsgroup sarebbe a rischio. Basterebbe scrivere due volte in nove giorni(rispettando la proporzione tra i quarantacinque giorni e i 10 articoli) per incappare nella denuncia penale. Una considerazione che può essere estesa a qualsiasi mezzo di espressione del pensiero.

Subito dopo la pubblicazione delle motivazioni della sentenza è nata una mobilitazione, anche più massiccia di quella avvenuta dopo la sentenza, e tantissime persone hanno aderito alla petizione disponibile sui siti http://www.giornalismi.info/vocilibere e http://www.leinchieste.com (l’attuale sito di Carlo Ruta). Al fianco di Carlo si sono schierati molti giornalisti(tra tutti Stefano Mencherini e Paolo Barnard) e fintanto Antonio Di Pietro, mobilitato dalla presa di posizione di un iscritto dell’Italia dei Valori di Ragusa.

Lo sdegno e l’emotività del momento hanno dimostrato, finalmente, che Carlo Ruta non è solo. Le voci libere, le fonti dell’informazione(perché è ora di finirla, per dirla con Riccardo Orioles, di parlare di informazione e disinformazione. L’informazione informa o non è tale) sono preziose per tutti, il loro impegno civile e democratico permette a tutti noi di poterci esprimere, di poter sperare che un giorno l’Italia possa vedersi compiuto il sogno dei partigiani di una democrazia libera e compiuta, non più serva di potenze imperiali straniere e di cicisbei, vallette e criminali d’ogni risma.

La voce di Carlo è la voce di chi non ha voce, di coloro che sono colpiti e oppressi dalla violenza mafiosa, economica, dai caporali del lavoro come dai kapò razzisti. Ricordiamo la storia di Barbara, ’ragazza dell’Est’ giunta in Italia e vittima di diversi stupri. La storia di Alessandra Marsilii, giovane madre di famiglia abruzzese vittima di una famiglia di origine violenta e autoritaria. Ma l’emotività non deve evaporare. L’attenzione sulla Sicilia, sui tentacoli della piovra massonica e mafiosa, gli intrecci tra politica ed economia, deve rimanere alta. Non bisogna commettere l’errore di dimenticare tra qualche mese, per poi ricominciare daccapo al prossimo episodio analogo.

Chiunque può ha l’obbligo morale di sostenere Carlo e i giornalisti come lui(pensiamo a Pino Maniaci di Telejato o a Marco Benanti, per esempio). Rilanciamo le loro parole, diffondiamo le loro inchieste, facciamo conoscere il frutto del loro lavoro, pubblichiamo sui nostri siti e sui nostri blog, mandiamo via email, chat, newsgroup i loro articoli, diamogli voce. Solo così possiamo contribuire a spezzare la catena dell’omertà mafiosa e della violenza arrogante.


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