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“Canada”: l’America di Richard Ford

Canada / di Richard Ford; traduzione di Vincenzo Mantovani. – Milano: Feltrinelli Editore, 2013. – 424 pp. - ISBN 978-88-07019-31-9.

di Angelo Guida - venerdì 6 febbraio 2026 - 686 letture

Richard Ford (1944) è considerato da alcuni uno scrittore minimalista, da altri un esponente del dirty realism. A partire dagli anni ottanta il termine minimalista – adoperato dapprima per Raymond Carver e poi per i suoi proseliti, ovvero autori come Bret Easton Ellis e David Leavitt – è stato decisamente abusato in quanto non sempre adeguato a descrivere lo stile, ben più complesso e articolato, di alcuni degli scrittori a cui è stata affibbiata questa etichetta. Per quanto riguarda la seconda opzione, se proprio si deve definire Richard Ford un dirty realist, lo si deve fare con riferimento ad alcuni episodi della sua vita reale, “miseramente realistici”: a quando spedì ad Alice Hoffman, rea di aver parlato male di The Sportswriter (1986), una copia di un suo libro bucata da un proiettile; o a quando, durante un party, sputò a Colson Whitehead che, sul New York Times, aveva scritto una recensione sfavorevole di A Multitude of Sins (2002). Più cauto con le definizioni è Luca Briasco che, nel suo canone americano (Americana), lo include semplicemente tra i maestri del nuovo realismo (categoria ben più ampia e flessibile) e, in generale, del romanzo americano contemporaneo.

Lo scrittore statunitense è noto soprattutto per il ciclo di opere imperniate sul personaggio di Frank Bascombe che inizia con il già citato The Sportswriter e termina – almeno per il momento – con Be Mine (2023). Si tratta, in tutto, di cinque libri.

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Copertina di Canada, di Richard Ford

Canada (2012) è, invece, uno dei suoi romanzi stand-alone. Per Briasco, uno dei più rappresentativi fra quelli degli autori da lui classificati come “eredi del realismo”. Ma non è solo questo: è, al tempo stesso, un romanzo familiare e un Bildungsroman.

Per chi scrive, uno dei pregi di quest’opera è quello di liberare finalmente il lettore dalla paranoia dello spoiler. Già nell’incipit è chiara la strategia narrativa di Ford, sfacciatamente improntata sulla prolessi: «Prima di tutto parlerò della rapina commessa dai nostri genitori. Poi degli omicidi, che avvennero più tardi. La rapina è la parte più importante, perché fece prendere alla mia vita e a quella di mia sorella le strade che da ultimo avrebbero seguito. Non si capirebbe nulla della storia se prima non si parlasse di questo». A questo annuncio seguirà tutta una serie di flashforward, sapientemente distribuiti nel corso della narrazione, che non solo non attenuano ma – al contrario – accrescono a ogni piè sospinto la curiosità del lettore e la mantengono viva per tutta la durata della lettura. «Fin dalla prima frase del romanzo […], sappiamo perfettamente che cosa accadrà, […]. Eppure trepidiamo, facendo nostra la tensione che Dell (il narratore e protagonista, n.d.r.) rievoca, il senso di minaccia che incombe su ogni cosa, l’incomprensibilità profonda di gesti e azioni», annota Briasco in Americana.

Al di là della suddivisione formale – tre parti in tutto – il libro è sostanzialmente bipartito (la terza parte è semplicemente un’outro non indispensabile ai fini della fruizione e della comprensione della storia): la prima dedicata alla descrizione dei componenti della famiglia e allo svolgimento della vita familiare in Montana, fino all’arresto dei genitori, dopo che è stata compiuta la rapina a mano armata in una banca; la seconda, in cui sono descritte le vicissitudini di Dell in Canada, dove va a vivere sotto l’egida di Arthur Remlinger, un losco individuo, autore degli omicidi di cui si parla nell’incipit.

Il narratore, Dell Parsons, è un anziano professore di lettere in pensione che rievoca gli eventi cruciali che hanno segnato la sua adolescenza. Il Bildungsroman e il romanzo familiare vengono edificati e si sviluppano l’uno in relazione all’altro, si intersecano e si influenzano a vicenda, e non può essere diversamente.

Il racconto inizia con la descrizione dei genitori, la causa principale dei problemi del protagonista e della sorella gemella. Una coppia male assortita. I due sono lì lì per separarsi. La moglie è costantemente intenzionata a lasciare il marito. Nei loro confronti potrebbe valere quello che André Gide dice di due personaggi, marito e moglie, del suo romanzo I sotterranei del Vaticano: «Vivevano così l’uno presso all’altra, l’uno contro l’altra, e si tolleravano voltandosi le spalle» (trad. di Piero Gelli). Ma d’altronde, tutti i rapporti sono labili: «“Non può esistere alcunché di unico e di intero che non sia stato strappato”». Il narratore tiene bene a mente questi versi di una poesia di Yeats (“Jane la pazza parla con il Vescovo”) che un tempo la madre gli aveva recitato.

Lei, Neeva Kamper – di origini ebraiche – è una pacifica insegnante, bruttina e introversa, con vaghe aspirazioni letterarie («leggeva poeti francesi, spesso usava termini come “cauchemar” o “trou du cul”», «Scriveva poesie»), in pratica una bas-bleu; ma con la testa ben piantata sulle spalle, razionale, scettica e cinica nella giusta misura, e – quello che più rileva ai fini della comprensione della storia – sempre critica nei confronti del marito, del suo modo di pensare e delle sue scelte di vita.

Il padre, Bev Parsons – un ex ufficiale dell’aviazione alto, bello e ottusamente ottimista – è sostanzialmente un cowboy un po’ sbruffone, dalle simpatie kennediane ma pur sempre un cowboy. Le sue decisioni e scelte errate sono il frutto di bias cognitivi. Il suo stolido ottimismo (parente stretto dell’“edonismo reaganiano” di dagostiniana memoria) lo porta a pensare che qualsiasi attività intraprenderà, pur in mancanza delle competenze necessarie, sarà un successo. E così sarà anche per la rapina. Dopotutto, i suoi sono la stessa mentalità e gli stessi istinti predatori – aggiornati alla seconda metà del ventesimo secolo – dei pionieri e, in genere, dei coloni americani i quali potevano prendersi tutte le terre che volevano, sterminare i pellerossa – considerati alla stregua di untermenschen che fanno semplicemente «parte del paesaggio» americano (esemplare è, a tal proposito, il film di Martin Scorsese, Killers of the Flower Moon) – e deportare i neri dall’Africa, facendone degli schiavi e trattandoli da bestie, tanto l’avrebbero fatta franca, nessuno avrebbe mai pagato per i delitti commessi. E così tutti i crimini perpetrati per l’edificazione dell’America non solo sono rimasti impuniti ma non sono mai stati presi in considerazione in quanto tali. C’è una frase lapidaria, contenuta in Middlesex di Jeffrey Eugenides che descrive l’essenza degli Stati Uniti: «Tutto questo paese è stato rubato». Frase che fa il paio con un’altra pronunciata da Charley Quarters, il lacchè di Arthur Reimlinger (il personaggio chiave della seconda parte del libro): «“D’altra parte gli americani sono pieni […] di inganni, tradimenti e distruzione”».

I fatti narrati nel romanzo si svolgono nel corso del 1960. Dell – che, all’epoca, ha quindici anni –, come già accennato, ha una sorella gemella, Berner. I caratteri dei due fratelli sono antitetici, alla stregua di quelli dei genitori. La ragazza è rossiccia, bruttina, e ha un carattere ribelle, tendenzialmente istintivo e irrazionale. Ma la sua istintività e irrazionalità si esplicano con modalità diverse rispetto a quelle del padre: subito dopo la rapina e l’arresto dei genitori, andrà via di casa abbandonando il gemello, condurrà un’esistenza borderline fino a perdersi negli abissi della tossicodipendenza e dell’alcolismo (finirà poi per morire a causa di un linfoma). Dell invece è una persona razionale, è studioso, aspira alla “normalità”, ed è interessato all’apicoltura e agli scacchi. Tuttavia, almeno all’epoca in cui si svolgono i fatti, le circostanze gli impediranno di coltivare sia l’una sia l’altra passione in cui il suo carattere si rispecchia totalmente: le api vivono in una società ordinata e organizzata (l’alveare è «un mondo ideale»); gli scacchi sono basati su schemi e regole (considerate dai giocatori «la chiave di tutto»). Entrambi i fratelli, dopo il colpo di testa dei genitori, vivranno – come dice Berner – una “vita surrogata” al posto di quella che avrebbero vissuto «se tutto avesse funzionato a dovere».

Prima dell’evento cruciale, l’esistenza della famiglia Parsons trascorre nella consueta routine quotidiana di una famiglia qualsiasi, tediosa come può essere la vita in una cittadina del Montana. I quattro vivono a Great Falls, una cittadina del tutto anonima – conosciuta principalmente per le cascate da cui prende il nome – composta da “esistenze invisibili”, in mezzo al nulla delle immense distese americane.

Bev Parsons, ex militare in pensione, capitano nella base dell’aviazione di Great Falls, a un certo punto della carriera militare era stato bonariamente invitato a presentare le dimissioni dopo la scoperta – da parte dei superiori – della sua partecipazione a un traffico illegale di carne, alimentato da una combriccola di pellerossa.

A parte l’incompatibilità di fondo dei due coniugi, la vita della famiglia Parson scorre in un’apparente “normalità”. È però una normalità malsana perché nasconde sottotraccia il lato oscuro del padre, di Bev, i suoi fallimenti (per poter arrotondare la pensione intraprende, senza successo, diverse attività) e i suoi loschi traffici con i pellerossa. E sono proprio questi ultimi a destabilizzare il genitore. C’è un debito da pagare agli indiani e lui non sa come saldarlo. Si sente minacciato. E così, per rimediare ai suoi errori, comincia a pensare a una rapina in banca. Ottimista patologico, è convinto che il suo progetto si concluderà felicemente perché l’azione criminale che ha intenzione di compiere è poco più che una passeggiata. La rapina è, per lui, un fatto naturale, una logica conseguenza degli eventi da cui è stato travolto. Ma è un rapinatore imbranato, maldestro, e commette un errore dopo l’altro (si presenta in banca a volto scoperto, non fa il minimo sforzo per mascherare il suo accento dell’Alabama e utilizza un’auto facilmente riconoscibile). Il fattaccio viene perpetrato con la partecipazione della moglie che, non si sa come, Bev è riuscito a coinvolgere. I due coniugi vengono ben presto scoperti e condotti in prigione.

Tuttavia Neeva, razionale e previdente – che, già dal momento successivo a quello della commissione della rapina, sente il fiato sul collo della polizia –, trova una soluzione per la futura esistenza dei suoi figli, una via d’uscita per evitare loro l’affidamento ai servizi sociali. Contatta un’amica, un’infermiera di nome Mildred Remlinger, che si assume l’incarico di affidare i due minorenni al fratello Arthur, gestore di un albergo in Canada, il Leonard Hotel. Pochi giorni dopo l’arresto dei due coniugi, Mildred tiene fede alla parola data all’amica e si reca a casa dei Parsons per prelevare i due adolescenti e portarli oltrefrontiera, dal fratello.

Ma Berner fugge prima che Mildred li raggiunga, iniziando così una vita randagia che la condurrà dapprima in California, poi in vari posti degli Stati Uniti fino ad approdare a Minneapolis. Lì si ritroverà con Dell, in brevi incontri, solo verso la fine della propria esistenza.

La madre, Neeva, si suiciderà in carcere. Del padre, i due gemelli non sapranno più nulla.

A parte l’apprensione per la sorte dei genitori, la preoccupazione principale di Dell è la scuola, per lui conditio sine qua non dell’esistenza e per l’esistenza («Non volevo che mi succedesse di non cominciare la scuola. Questo accadeva ai ragazzi che non vedevi più»). Potrà riprendere gli studi? Quando? E dove?

La scuola, insopprimibile agenzia educativa e formativa, rappresenta la razionalità e l’ordine in un mondo dominato dal caos e dagli istinti. Per il protagonista/narratore è l’unica salvezza possibile, nonché la sua unica speranza di intraprendere il giusto percorso che lo aiuti a ritrovare una vita da vivere nella cosiddetta “normalità”. A prescindere dall’ovvia considerazione che è difficile, se non impossibile, dare una definizione di “normalità”, per Dell questa coincide innanzi tutto con la realizzazione del suo desiderio di ricevere l’educazione e l’istruzione che tutti i ragazzi e i giovani hanno diritto ad avere (e come dargli torto!). L’adolescente – non potendo più contare, dopo la rapina, sui propri genitori (poco affidabili anche prima del misfatto) – ha nell’istituzione scolastica il solo concreto appiglio per poter raggiungere il suo principale obiettivo: l’integrazione sociale.

Una volta giunto in Canada, Dell viene portato da Mildred a Partreau e affidato a Charley Quarters – un pellerossa mezzosangue, più esattamente un métis, lacché tuttofare di Arthur Remlinger – che organizza le battute di caccia agli alci per i turisti che alloggiano al Leonard Hotel. Charley è una persona rude, non priva di una certa intelligenza funzionale alla sopravvivenza ai rigidi inverni canadesi e alla dura vita che Arthur gli fa condurre al suo servizio.

Inizialmente, quest’ultimo incontra Dell solo di sfuggita e, per un certo periodo, sembra quasi del tutto ignorarlo. Poi lo avvicina a sé e alla propria compagna, una canadese di nome Florence La Blanc facendone, in un certo senso, il suo “figlioccio”. Dell retrospettivamente spiega così l’atteggiamento di Arthur nei propri confronti: «il suo principale attributo era che incorporava un’assenza, un’assenza di cui era consapevole e che aveva un assoluto bisogno di colmare. […]. Quello che voleva (arrivai a questa conclusione in seguito, perché Arthur voleva qualcosa, o io non sarei stato lì) era la prova – rappresentata da me o ottenuta grazie a me – che era riuscito a colmare questa assenza. Voleva la conferma che c’era riuscito, e che non meritava di essere ulteriormente punito per i gravi errori commessi. […]. Aveva bisogno che fossi per lui un “figlio speciale”: anche se solo per un momento, perché conosceva la tegola che stava per cadergli sulla testa. Aveva bisogno che io facessi ciò che i figli fanno per i padri: testimoniare che sono essenziali, che non sono vuoti, che non sono assenze risonanti. Che contano qualcosa quando tutto il resto sembra contare poco».

Nella vita di Remlinger aleggiano i fantasmi del passato: ex studente di Harvard, aveva fatto parte di una pseudo-organizzazione di estrema destra, di stampo isolazionista, che alimentava l’odio contro le istituzioni e i sindacati. Arthur covava rancore nei confronti di questi ultimi perché, a causa di un sindacalista, era stato licenziato dalla fabbrica di automobili in cui, un tempo, lavorava non potendo più pagarsi l’università che era stato perciò costretto ad abbandonare. Si era lasciato convincere a mettere una bomba nella sede di un sindacato, a Detroit. L’esplosione avrebbe dovuto provocare solo danni materiali ma, accidentalmente, aveva causato la morte del vicepresidente dell’organizzazione. Per questo motivo si era rifugiato in Canada, nella provincia del Saskatchewan, dove poteva continuare a condurre indisturbato la propria esistenza. Aveva iniziato a lavorare al Leonard Hotel di Fort Royal come dipendente e successivamente – entrato nelle grazie del proprietario – era diventato gestore dell’albergo.

Il pensiero di Arthur Remlinger oggi sarebbe up to date. È razzista, con una particolare inclinazione per l’antisemitismo; è antipolitico con una marcata avversione nei confronti dei corpi intermedi, baluardi della democrazia; è, in sintesi, perfettamente in linea con l’America distopica dei nostri giorni: «Aborriva quello che chiamava il “governo tirannico”, le chiese e tutti i partiti politici: in particolare i democratici, che erano stati i preferiti di mio padre (e i miei) per la simpatia che gli ispirava il presidente Roosevelt, che Remlinger chiamava “l’uomo sulla sedia” o l’“invalido”, e che, diceva, aveva sedotto e tradito il paese consegnandolo agli ebrei e ai sindacati. […]. In particolare detestava i sindacati, che chiamava i “falsi messia”».

Ma Arthur – anche se si è rifugiato in una landa desolata del Saskatchewan – sa che, prima o poi, il passato – da cui è perseguitato – tornerà, per chiedergli di chiudere il conto lasciato in sospeso. E, difatti, nel suo albergo arrivano da Detroit due cacciatori che lui identifica subito come parenti dell’uomo che ha ucciso. Cogliendo il pretesto della battuta di caccia che ha organizzato per loro, Arthur ammazza entrambi a sangue freddo nella baracca in cui aveva abitato Dell, nei pressi della roulotte di Charley Quarters, a Partreau, un posto dimenticato da Dio e dagli uomini («era un luogo fatto apposta per i delitti, un luogo di assenza e di promesse abbandonate»); e li seppellisce con l’aiuto del ragazzo, di Charley e di un altro suo leccapiedi. L’adolescente è testimone (è stato lasciato dal suo presunto mentore in un’auto, a pochi metri dal casotto) del duplice omicidio, che intravede a distanza. E sente gli spari: «Pop. Cinque colpi in tutto. Cinque pop».

Qualche giorno dopo l’episodio, Florence accompagna Dell all’autobus che lo porta a Winnipeg, nel Manitoba: «Remlinger si era servito di me – prima come suo pubblico, poi come ipotetica fonte di interesse, poi facendomi recitare la parte di suo figlio, poi come garante, testimone e complice – non era una cosa di cui fossi contento. Però tutto considerato, non mi aveva impedito di salire su quell’autobus, né mi aveva derubato del futuro che volevo avere». A Winnipeg, infatti, l’adolescente potrà finalmente ritornare a frequentare la scuola, così come desiderava.

Nella terza e ultima parte, di una ventina di pagine, il lettore ritrova Dell, anziano professore di liceo in pensione, che a sua volta rintraccia a Minneapolis la sorella, poco prima della morte di quest’ultima.

Verso la fine della seconda parte, il narratore rimugina soprattutto su alcune frasi che Arthur ha pronunciato prima di commettere il duplice omicidio: «È difficile arrivare alla fine della vita senza ammazzare qualcuno»; «Non puoi lasciarti tutto alle spalle»; «Tutti dovrebbero avere una seconda occasione». E dopo gli omicidi ribadisce quest’ultimo concetto con un’aggiunta, una sorta di posticcia, traballante e incredibile giustificazione, uno spudorato sofisma morale: «“Certe volte, Dell, per chiarire le cose devi fare pasticci” disse. “Tutti hanno diritto a un’altra possibilità”».

Dalla solita litania dei luoghi comuni dei telefilm americani (del tipo: «bisogna essere se stessi» o «devi scegliere con il cuore»), Remlinger estrae dunque il refrain «Tutti hanno diritto a un’altra possibilità». È un vero e proprio credo che, secondo il suo modo di vedere, vale anche per chi – come lui – ha commesso crimini gravissimi, nella fattispecie l’omicidio di un uomo.

Remlinger si autoassolve. Per lui «avere una seconda occasione» è un diritto pressoché inalienabile che dovrebbe concedergli una sorta di impunità ipso iure, a tutti i costi, costi quel che costi. Non essendoci nessuno disposto a riconoscerglielo, se lo attribuisce da solo secondo la tipica postura individualista degli americani che, portata alle estreme conseguenze, degenera in un vero e proprio “solipsismo americano”.

Certo, tutti dovrebbero avere diritto a una seconda chance. Ma dopo aver pagato il proprio debito con la giustizia. «“Una persona che vuole sfuggire al castigo meritato è un uomo disperato”», sentenzia Charley Quarters. Non è comprensibile che si debba pretendere l’oblio dopo aver commesso un grave delitto soprattutto se si tratta di un omicidio. E, oltre tutto, non è concepibile che si possa avere una seconda possibilità coprendo – come fa Remlinger – un assassinio con altri due omicidi.

Il nichilismo che permea le esistenze degli abitanti del Saskatchewan e del Montana, nonché dei personaggi di questa storia, a differenza di quello illustrato nell’Opera Galleggiante e nella Fine della strada di John Barth (ossia il “nichilismo ludico” del postmodernismo), è tutt’altro che allegro. È, inoltre, esistenziale, ontologico e al tempo stesso indissolubilmente legato al territorio. Il vuoto delle grandi pianure degli Stati Uniti e del Canada si riverbera negli esseri umani e viene da loro introiettato rendendoli degli individui aridi, aspri e gelidi. Genera un vero e proprio state of mind: i personaggi del romanzo di Ford sono «assenze risonanti» simili a quei paesaggi (la prateria e la steppa) desolati e desolanti del Nord America.

«“Non può esistere alcunché di unico o d’intero che non sia stato strappato”»: per il protagonista/narratore i versi di Yeats significano che «le cose sono imperfette, e tuttavia accettabili». La forza di Dell, di fronte alle avversità della vita, è l’accettazione. L’accettazione del fato, nelle cui pieghe lui riesce comunque a insinuarsi realizzando in parte i propri desideri.

Ford «ha raccontato la provincia americana come pochi hanno fatto prima», osserva Niccolò Ammaniti in quarta di copertina. Tuttavia Canada non è soltanto un romanzo sull’America profonda. È un’opera che prova a mettere in scena l’ineffabilità del destino, la complessità e l’imprevedibilità dell’esistenza, cifra dell’“essere umani” («Come siamo fatti è un mistero», chiosa a un certo punto il narratore). È una tragedia contemporanea: al posto degli dei, a decidere le sorti degli uomini ci sono il caso e l’assurdo.

Assurda è la decisione di Neeva – sempre critica nei confronti del marito – di prendere parte alla rapina: un “gesto” che non ha niente a che vedere né con la sua indole né con le sue scelte di vita.

Al di là di tutte le implicazioni etiche e giuridiche dell’azione criminosa, assurdo è già il fatto in sé di aver rapinato la banca senza un piano preciso, oltretutto senza neanche aver preso le precauzioni minime richieste dal buon senso (si ribadisce che la rapina è commessa a viso scoperto e che i rapinatori si recano nei pressi della banca con un’auto appariscente, una Chevrolet Bel Air bianca e rossa!).

Ma, in mezzo a tanti bislacchi everymen americani, il personaggio più assurdo di tutti è Arthur Remlinger, il villain, un novello Faust che ha stipulato con il demonio un patto da cui non riesce più a svincolarsi. Arthur è anche un personaggio nicciano: la sua volontà di potenza destituisce di significato i valori umani – in primo luogo quello della vita altrui e della vita in generale – per piegarli ai propri bisogni, alla propria utilità e “stabilità” esistenziale: «Faceva solo quello che voleva, entro limiti riconosciuti soltanto da se stesso. […] Gli altri, nella maggioranza, per Remlinger erano morti». Almeno per noi europei, appare incomprensibile poi la disinvoltura con cui Arthur uccide due persone senza pensarci su due volte. Il suo modo di comportarsi non è però distante dalla realtà americana se solo si tiene a mente anche quello che sta accadendo oggi negli Stati Uniti. In fondo, Richard Ford, prendendo l’abbrivio dalla prospettiva familiare, illustra l’anatomia di una nazione che ha perso la bussola etica.

Se c’è qualcosa che non cambia mai è l’America delle armi alla portata di tutti (una vera e propria patologia sociale, parte della “normalità” americana), della violenza prêt-à-porter, del disprezzo per la vita umana in nome della sicurezza e dell’economia (basti pensare con quanta nonchalance il mese scorso, a Minneapolis, i soldati dell’I.C.E. hanno sparato a Alex Jeffrey Pretti e Renee Nicole Good, entrambi attivisti a difesa degli immigrati).

Non ci sono novità. Le notizie sono sempre le stesse. Cattive notizie.

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