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Scuola: C’è qualche volontario stamattina?

Inizio scuola tra mille interrogativi. Mascherina si, mascherina no. Distanza si, distanza no. Ma il diritto allo studio, senza se e senza ma, dove lo mettiamo?
di Fabio Iuliano - mercoledì 2 settembre 2020 - 840 letture

Scartata la possibilità di postare "Impressioni di settembre", seppure nella versione dei Marlene Kunts, vinco anche la tentazione di condividere "Wake Me Up When September Ends" (sarebbe la settima o l’ottava volta da quando sono iscritto a Facebook e anche basta). Eppure, pochi titoli nella mia testa si sovrappongono meglio alla situazione di questa canzone dei Green Day. Vorrei già essere alla fine del mese, per capire quello che ne sarà del mio lavoro come insegnante.

Oltre a scrivere qualche storia qua e la, mi guadagno da vivere come docente di inglese e, negli ultimi mesi, ho dovuto aggiornare tante volte la mia agenda, adeguando modi, stili e metodo alle varie piattaforme di e-learning. Non sono totalmente contrario alla didattica a distanza (no, non la chiamerò dad, perché non ho ancora ben pensato come utilizzare il tempo e lo spazio risparmiato utilizzando l’ennesimo acronimo fantozziano di moda nel pianeta scuola), ma so che la scuola in presenza è un’altra cosa e mi aspetto di riprendere il mio lavoro in una classe e non davanti a uno schermo di dodici pollici e all’ambiente di Microsoft Teams.

LA QUESTIONE SCUOLA. D’altra parte, è da marzo che si pone il problema di come rientrare in aula; è da marzo che si alternano pensieri, parole, opere e omissioni sulla questione. Salvo trovarsi oggi, a pochi giorni dalla prima campanella, davanti alla possibilità di rinviare l’inizio dell’anno scolastico. Possibilità ben concreta, peraltro, in Abruzzo - la mia regione - che già fa slittare l’avvio delle lezioni dal 14 al 24, per non sanificare due volte dopo il voto, dicono. Come se la scelta di far votare il 20 e il 21 fosse stata metabolizzata da un giorno all’altro, all’improvviso.

STATO DI EMERGENZA PERENNE. Non si può vivere di decisioni last minute. Il problema si è presentato da mesi e già da tempo ci aspettavamo si parlasse di soluzioni alternative per arrivare una situazione il più vicina possibile alla normalità. Qui all’Aquila, da undici anni ostentiamo normalità. Se, al contrario, ci piace cavalcare l’emergenza, potremmo allestire - con l’aiuto della Protezione civile e l’esercito - strutture provvisorie laddove gli spazi mancano, in attesa di interventi strutturali. Qualcuno ha mai pensato, ad esempio, di dare un’occhiata agli impianti di areazione, ammesso che ve ne siano, nei singoli plessi? Certo, da un Paese in cui si realizza solo all’indomani di Ferragosto del pericolo potenziale delle discoteche estive, ti aspetti che si arrivi impreparati a settembre, con poche soluzioni a parte quella dei banchi a rotelle. Evito di intervenire sulla questione, perché poi dovrei buttare nel cesso undici anni di teorie sulla prevenzione sismica a scuola. Ma tant’è.

IL RISCHIO ZERO. Le incognite sono molte ed è normale che ciascuno di noi insegnanti, rientrando a scuola - se ce lo fanno fare - sia pronto ad accettare qualche rischio professionale. Una condizione che ha creato non pochi mal di pancia (non virali ma socialmente contagiosi) tra colleghi di una classe lavorativa tra le più lamentose in Italia. queste settimane, sono centinaia i presidi che hanno ricevuto delle lettere da parte degli insegnanti, nelle quali i dirigenti scolastici venivano diffidati a non riaprire senza un piano di sicurezza sufficientemente adeguato. “Chi sceglie la scuola come lavoro si assume rischi professionali legati alla circolazione di malattie infettive (molte, in maniera speciale tra i più piccoli)", taglia corto su Facebook il biologo Enrico Bucci, docente alla Temple University di Filadelfia. "Questo è che fanno con altri tipi di rischi i pompieri, gli infermieri, i poliziotti, ma anche i metalmeccanici e altri. Se qualcuno cerca il rischio zero, si licenzi”. Discorso a parte, va fatto, per quei prof che non si presenteranno perché in condizioni “fragili” di salute

I TEST. Il rischio zero non esiste. Lo si può ridurre, il rischio. Ma non azzerare. Spesso, la ricerca spasmodica del rischio zero è rifugio di furbi o di incapaci. In ogni caso, un modo per fare prevenzione è quello legato agli screening volontari dei docenti. Il vicesegretario della Federazione italiana medici di famiglia, Domenico Crisarà, ha parlato di molti docenti che avrebbero detto di no allo screening, fortemente consigliato dall’Istituto Superiore della Sanità in prossimità della riapertura delle scuole. Le cose stanno così? Non sempre. "Non è vero che noi insegnanti non abbiamo voluto sottoporci ai test sierologici anti-Coronavirus", ha detto Eleonora Belli, docente di storia dell’arte a Terni a Open.online parlando di una mancata disponibilità da parte di alcuni medici di base per riserve personali sul test, paura di esporsi o per mancata disponibilità del kit. "Se lo Stato ritiene che questa pandemia sia pericolosa - ha detto ancora la professoressa Belli - dovrebbe rendere obbligatori i controlli non solo per i docenti ma anche per gli studenti. Chi ci protegge da eventuali ragazzi positivi al Covid? O si fa a tutti o a nessuno, altrimenti non ha senso".

Va detto che il mio medico di base ha organizzato un sistema di screening agevole e alla portata di tutti. Ora tiene banco la questione trasporti e la storia delle mascherine per qualcuno da mantenere obbligatorie a prescindere dalle distanze in aula. Come se fosse semplice fare lezione per 5 o 6 ore di fila mascherati. E poi, ce li vedi i prof a scandire ogni pausa a suon di: "Franti, la mascherina. Garrone, anche il naso va coperto. Bottini, poi passo a controllare che non riempiate di copiette lo spazio dei filtri".

"REFERENTE COVID". In ogni scuola, come ricorda TPI, ci sarà un “referente Covid”, che avrà il compito di monitorare le assenze e gestire eventuali casi di contagio in classe. Se uno studente presenta sintomi da Coronavirus, deve essere isolato in una apposita stanza, di cui ogni istituto deve essere fornito. La scuola non viene chiusa né il bambino prelevato di forza dalla Asl (va sottolineato). Nel frattempo, vengono chiamati i genitori, che devono mettersi in contatto con il medico di base. L’Asl, invece, valuta cosa fare con il tracciamento dei contatti avuti dallo studente contagiato: decide sui tamponi, sulla quarantena della classe o persino dell’intera scuola e sull’attivazione della didattica a distanza. Non vorrei essere nei panni dei dirigenti scolastici e dei responsabili di plesso.

AL PRIMO RAFFREDDORE. Il problema è legato al fatto che nessuno può immaginare come sarà l’autunno e non solo per le previsioni sull’andamento del Coronavirus, mi auguro non catastrofiche come quelle illustrate da quel Crisant(em)i che qualche anno fa sarebbe stato pronto a sterminare zanzare con l’ingegneria genetica in nome della prevenzione e ora insiste per tamponare quanta più gente possibile ed escludere gli alunni con 37,1 di febbre. Temperatura da rilevare - a suo dire - con dei termoscanner all’ingresso delle scuole. E pazienza se quei termometri sono piuttosto imprecisi. L’altro giorno, all’ingresso di un ufficio, a mia figlia è stato rilevato 32,3, a me 31,2, però tutto bene, basta che siamo sotto i 37. Il problema è un altro il sistema scuole e, di rimando, il sistema sanitario, potrebbe andare in tilt al primo colpo di tosse, al primo soffiar di naso, alle prime linee di febbre, come fa notare giornalista toscano Domenico Guarino: "l’ipocondria di massa, sciaguratamente coltivata in questi mesi, farà scatenare il panico".


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