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Bukowski e Catullo alle corse dei cavalli

Tutto il giorno alle corse dei cavalli e tutta la notte alla macchina da scrivere / di Charles Bukowski; traduzione di Tiziano Scarpa. – Roma: Edizioni Sur, 1986-2026 – 250 pp. - ISBN ‎ 978-88-6998-479-2.

di Angelo Guida - venerdì 13 marzo 2026 - 1185 letture

Il 15 gennaio 2026 è stata ripubblicata da Edizioni SUR, la raccolta di poesie Tutto il giorno alle corse dei cavalli e tutta la notte alla macchina da scrivere di Charles Bukowski (1920 – 1994). Il libro ripropone la bella traduzione di Tiziano Scarpa data alle stampe, per la prima volta, nel 1999 da Minimum Fax. Rispetto alla precedente edizione ci sono dieci poesie in più. Il titolo originale della raccolta, uscita nel 1986 negli Stati Uniti, è You Get So Alone at Times That It Just Makes Sense.

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Copertina di Tutto il giorno alle corse dei cavalli e tutta la notte alla macchina da scrivere, di Charles Bukowski

Alessio Torino, affermato scrittore nonché professore associato di lingua e letteratura latina all’Università degli Studi di Urbino Carlo Bo, ne ha parlato in un articolo (Sublime e volgare, stessa bottiglia [1]) pubblicato l’11 gennaio scorso sul supplemento culturale del Corriere della Sera, “la Lettura”. Il docente universitario ha accostato il poeta americano a quello latino perché ha constatato che «in tutto l’arco della poesia di Bukowski sono numerosi i riferimenti a Catullo, con citazioni puntuali di vari personaggi del Liber, fino a rivisitazioni esplicite, vedi “Alla puttana che ha preso le mie poesie” (1960), rifacimento smaccato del carme 42». E perché, inoltre, entrambi hanno un tratto in comune: la capacità di passare con estrema facilità «dal sublime al volgare», di mescolare alto e basso, poesia lirica da una parte e invettive oscene e violente dall’altra.

La cosa mi ha incuriosito e sono andato subito a leggere le due poesie citate da Torino (purtroppo quella di Bukowski non è compresa nel volume delle Edizioni SUR). Entrambe sono invettive contro delle prostitute che hanno rubato ai poeti quanto di più prezioso possiedono: i loro scritti. È sorprendente prendere atto che, in termini di volgarità e political incorrectness, il precursore batte di gran lunga l’epigono. Il componimento dell’americano, che riprende lo stesso tema, adotta dei toni più moderati. L’unico termine triviale che contiene è la parola «puttana» del titolo. Per il resto il tono è ironico ma pacato, comunque conforme alle regole della buona educazione. Nei confronti del maestro, l’allievo fa la figura della mammoletta, Infatti, chi decisamente si sbizzarrisce, allentando i freni inibitori, è il poeta latino che ha ben pochi rivali quanto a linguaggio scurrile (si tenga anche conto che la traduzione di Ceronetti qui proposta, rispetto ad altre, è già abbastanza castigata):

Endecasillabi, a me! Accorrete
A branchi, a sciami, da tutti i punti cardinali
I taccuinetti dove vi ho stilati
Una torva puttana si diverte
A non restituirmi. Non lo tollerate.

[…] Il suo passo di troia,
La sua bocca di mima, il suo riso sguaiato
Di cagna ultramontana vi diranno chi sia.
Girategli intorno e strepitate:
– I miei autografi puttana sporca
I miei autografi sporca puttana –
Te ne freghi? Sei un cesso, un troiaio
E se di peggio c’è tu lo sei!
E questo è poco, è un pallido antipasto.
Faccia di bronzo, muso di cagna,
Che la vergogna ti arroventi, almeno.

(Gaio Valerio Catullo, Le poesie, “Carme 42”, trad. di Guido Ceronetti).

Bukowski, invece, tiene a freno la lingua e si limita ad apostrofare timidamente la ladra adoperando un sarcasmo disincantato:

perché non ti sei presa i miei soldi? di solito
li sottraggono ai pantaloni ubriachi fradici
abbandonati in un angolo.
la prossima volta prenditi il mio braccio sinistro
o una banconota da cinquanta ma non le mie poesie

(“Alla puttana che ha preso le mie poesie”)

Da quel che si legge, per entrambi i poeti la poesia può diventare uno strumento di catarsi, riscatto o vendetta.

Comunque, il tema del furto poetico non è un’invenzione di sana pianta dei due autori. È un topos della letteratura antica. Difatti compare anche negli epigrammi di Marco Valerio Marziale, dove il ladro non è una prostituta ma un tal Fidentino, accusato di leggere in pubblico versi altrui spacciandoli per propri, e il furto è dunque immateriale. L’accusa di plagio letterario diventa occasione per una satira pungente e per un’affermazione orgogliosa dell’autorialità:

Corre voce che tu Fidentino
Leggi in pubblico i versi miei
Come fossero tuoi. Te li mando
Se vorrai dirli miei, gratuitamente:
Pagameli, se vuoi dirli tuoi,
Nessuno saprà niente
.
(Marco Valerio Marziale, Epigrammi, Libro I, 29, trad. Guido Ceronetti)

Tu ficcato hai nei libri miei
Fidentino, una pagina tua:
Una sola, ma col tuo ritratto in fronte,
Che per l’evidenza della tua menzogna
Ti mette alla gogna.
[…]
A me non servono testimoni
Né giudici. Quello che hai scritto
Si erge contro di te e ti grida:
Ladro! Ladro infame!

(Marco Valerio Marziale, Epigrammi, Libro I, 53, trad. cit.)

Ti credi dai miei versi fatto poeta,
Fidentino, e per tale spacciarti?

(Marco Valerio Marziale, Epigrammi, Libro I, 72, trad. cit.)

Erano decenni che non prendevo in mano un libro di Bukowski e, come tutti o quasi tutti, sono probabilmente vittima dei clichés fioriti intorno alla figura del poeta/scrittore che ricordo come un impenitente donnaiolo, un accanito gambler e uno sbracato ubriacone. Ma devo sforzarmi di sgombrare la mente dai luoghi comuni e indagare, più a fondo, sine ira et studio, nell’abisso dell’animo e nell’arte dell’uomo e poeta Bukowski. Anche se parte del titolo di quest’articolo gioca con uno dei succitati luoghi comuni, mi prefiggo di liberare il più possibile la figura dell’autore in questione dalle semplificazioni e dai pregiudizi cucitigli addosso o da lui stesso alimentati, volontariamente o involontariamente.

Innanzi tutto mi interessa approfondire l’argomento dei suoi rapporti con il poeta latino.

Mentre, sulla mia traballante zattera della conoscenza, navigo a vista nel mare magnum del web, vedo profilarsi all’orizzonte un sontuoso transatlantico a più piani, ossia un volume collettaneo edito dalla Ohio State University Press che indaga sulle relazioni intercorse tra le opere dei poeti Beat e gli autori classici greci e latini: Hip Sublime. Beat Writers and the Classical Tradition [2]. Un capitolo, di cui è autrice Marguerite Johnson – docente di studi classici all’Università di Newcastle, New South Wales, nonché professore onorario dell’Università del Queensland, in Australia –, è intitolato “Radical Brothers-in-Arms” [3] (“intimi compagni d’armi”). Il sottotitolo è “Gaius and Hank at the Racetrack” ossia “Gaio e Hank alle corse dei cavalli”. Gaius è ovviamente Gaio Valerio Catullo. Henry “Hank” Chinaski è l’alter ego letterario di Bukowski che compare in diversi suoi libri tra cui i celeberrimi Post Office e Storie di ordinaria follia. Perché la Johnson li definisce “compagni d’armi”? La spiegazione che dà è questa: «entrambi sono animati ​​dall’idea che la poesia sia un mezzo per ottenere vendetta e infliggere umiliazione. La poesia come strumento personale e catartico è un espediente ricorrente in tutte le opere di entrambi i poeti. Nelle poesie che hanno come soggetto i furti delle loro opere sono letteralmente fianco a fianco come commilitoni che si armano, affilano le penne e si scagliano contro il mondo» [4]. E quando lo fanno si tratta principalmente del mondo letterario (per insofferenza nei confronti dei propri colleghi) o di quello delle donne (incarnato da Lesbia nel Liber catulliano e da diverse figure femminili nel corpus delle opere bukowskiane).

Prima di tutto, mi sembra doveroso segnalare che la Johnson informa il lettore del fatto che Bukowski si considerava un outsider, al di fuori di ogni consorteria, e che non aveva mai gradito l’idea di essere associato ai poeti della Beat Generation nonostante le evidenti affinità stilistiche tra la sua produzione poetica e la loro. E, in ogni caso, malgré lui, nel volume citato è incluso tra gli autori esaminati. A dispetto di questa palese idiosincrasia di Bukowski, diverte sapere che la sua prima raccolta di racconti brevi, Ejaculations, Exhibitions and General Tales of Ordinary Madness, era stata pubblicata a suo tempo (1972) dalla City Lights di Lawrence Ferlinghetti, eminente poeta Beat.

La studiosa australiana definisce Catullo e Bukowski non solo “compagni di armi” (il termine contubernalis, ossia “camerata” o “commilitone”, è ricorrente nell’opera del poeta latino) ma anche “colleghi” e “compagni di viaggio” sia perché ci sono delle affinità caratteriali tra i due autori sia perché alcune poesie del secondo sono ispirate a quelle del primo. E sottolinea: «Le poesie di Bukowski ispirate a Catullo rivelano letture e rielaborazioni personali volte a esprimere il suo punto di vista mondano, spesso in linea con le dichiarazioni di mascolinità del poeta espresse attraverso l’aggressività e il grottesco» [5].

L’epigono simpatizza con il precursore e lo dimostra facendo ricorso all’imitatio, intesa non come pedissequa imitazione e mera riproduzione dei versi del secondo ma come loro rifacimento, attualizzazione e adattamento alle personali esperienze del primo che si trova ad operare in un contesto storico e ambientale notevolmente diverso da quello di Catullo.

E questo tenendo conto anche della diversa estrazione sociale dei due: il poeta latino era un rentier, indipendente al punto tale da potersi permettere di sbeffeggiare persino Cesare («Cesare non ho voglia di piacerti» asserisce baldanzoso nel “Carme 93”), l’americano era uno scrittore squattrinato che doveva lottare quotidianamente non solo per potersi affermare ma anche tout court per poter sbarcare il lunario. Entrambi avevano però in comune il carattere fiero e indipendente. Oltre a compiere quest’esercizio di “imitazione creativa”, Bukowski si diverte anche a prendere in giro Catullo, come in questa poesia (il poeta latino, in imbarazzante compagnia, è stigmatizzato dall’io lirico bukowskiano per aver fatto finta di non averlo visto), non inclusa nel volume curato da Scarpa:

non sei come gli altri; ma di’ un po’, Catullo,
non ti ho visto al bar dell’ippodromo
giovedì scorso? Eri con quella mignotta cicciona

[…].
(“Cosa ho visto” [6])

Anche le altre poesie di ispirazione catulliana, citate dalla studiosa australiana nel suo saggio, non sono comprese nel libro in esame, Tutto il giorno alle corse dei cavalli e tutta la notte alla macchina da scrivere.

Trovo interessante, però, verificare se – nelle poesie selezionate e tradotte da Tiziano Scarpa – emergono reminiscenze delle relazioni dell’autore americano con la produzione del poeta neoterico latino.

Tralascerò le questioni formali.

Catullo, nel suo verseggiare, utilizzava le forme chiuse.

Bukowski, anche se non si riconosce nei poeti del movimento Beat, adopera le loro tecniche, soprattutto i versi liberi e la paratassi. L’andamento, sia per la poesia dei Beat che per la sua, è tendenzialmente prosastico. Ma Bukowski si spinge oltre, la sua tecnica è ancora più stravagante: i suoi versi – a differenza di quelli dei Beat, solitamente lunghi – sono costituiti, a volte, da un solo monosillabo o addirittura da una sola lettera (“I”, in inglese il pronome personale della prima persona singolare); nelle inarcature il verso precedente termina spesso con una congiunzione, un articolo o un pronome relativo. Insomma, per essere spicci, Bukowski “va a capo” più di frequente e più disinvoltamente [7] rispetto ai suoi colleghi della Beat Generation. La Johnson ritiene che «la poesia di Bukowski, sebbene estremamente individualistica, adotta il verso libero e riflette la performatività e la carica antiautoritaria dei Beat. Ma quanto a contenuti e stile di vita, non può essere assolutamente associata a loro» [8].

Al contrario, tornando all’oggetto precipuo della mia indagine – le analogie tra le poesie di Bukowski contenute nel volume in esame e quelle di Catullo – mi sembra fuori da ogni dubbio che esse sono da ricercarsi non sul piano stilistico ma, piuttosto, sul piano dei contenuti. E ci sono senz’altro delle tematiche comuni.

In questa poesia – che ha per tema il tormentato rapporto con la donna amata – è possibile, ad esempio, rintracciare delle chiare ascendenze catulliane:

aveva dieci anni più di me
ferita a morte dal passato
e dal presente;
mi trattava male:
mi mollava, aveva altri
uomini;
mi procurava un dolore
immenso,
in continuazione;
diceva bugie, rubava;
c’era questo fatto che mi mollava e aveva
altri uomini

(“La mia prima storia con una donna più vecchia”)

Difatti Catullo – al di là della ben nota “Odi et amo” –, riferendosi a Lesbia o genericamente alla sua donna, dice:

Bollenti ingiurie sopra di me
Lesbia rovescia per l’estasi idiota
Del marito.

(Gaio Valerio Catullo, Le poesie, “Carme 83”, trad. di Guido Ceronetti)

Lesbia impreca incessantemente
Contro di me.

(Gaio Valerio Catullo, Le poesie, “Carme 92”, trad. cit.)

Queste poche parole amare
Alla mia donna portate.

Si goda a lungo i suoi trecento amanti
Che le sue braccia abbracciano tutti insieme
A tutti schianti le reni
Per tutti vuota d’amore

E non creda che io come altre volte
A lei ritorni più che mai suo.

(Gaio Valerio Catullo, Le poesie, “Carme 11”, trad. cit.)

Dalle mie braccia volata via
Anche la donna mia
Lei, amata come nessuna,
Per la quale ho combattuto
Una guerra forsennata,
Si fa inculare lì.
Come se foste degni di lei
Tutti ve la chiavate

(Gaio Valerio Catullo, Le poesie, “Carme 37”, trad. cit.)

Catullo enuncia doglianze e lamentazioni per il comportamento della sua amante infedele e usa la poesia come strumento di vendetta per diffamarla. È brutale e spietato. La sua lirica, altrove raffinata e sentimentale, diventa un’arma di distruzione reputazionale.

Diverso è il presupposto di partenza del poeta americano: per difendersi dalle accuse di misoginia che gli erano state mosse, intitolò una sua poesia “Non sono un misogino”. E diversa è la sua conclusione nel succitato componimento dal quale si evince che non solo perdona la donna che lo ha offeso e umiliato ma solidarizza con lei offrendo un indimenticabile saggio di tenerezza retrospettiva:

però i nostri bei momenti li abbiamo avuti; e
la nostra piccola telenovela è finita
con lei in coma
all’ospedale,
e con me seduto accanto al letto
per ore
a parlarle,
finché lei non ha aperto gli occhi
e mi ha visto:
«Lo sapevo che ci saresti stato tu»,
ha detto.
poi ha chiuso gli
occhi.

(“La mia prima storia con una donna più vecchia”)

Se il feroce Catullo usa la poesia come arma per umiliare l’amante infedele, Bukowski la adopera piuttosto come strumento per tenere viva la memoria e aiutare se stesso a riconciliarsi col passato. Una malinconica compassione prende il posto del suo abituale cinismo e della feroce invettiva catulliana. Il poeta americano si autoespone e, rinunciando alle sue pose da seduttore, rivela un’inattesa sensibilità e vulnerabilità. I suoi versi nascono da ferite non rimarginate che stentano a rinchiudersi, sono pura e semplice poesia confessionale.

Se Bukowski, deviando dal modello catulliano, rinuncia all’invettiva contro l’amante infedele, rimane invece a fianco del neoterico e non ha nessun pentimento quando si scaglia contro i poetastri e contro i privilegiati della letteratura, quei letterati che non hanno mai lavorato otto ore al giorno per potersi sostentare e poter finanziare da soli le proprie ambizioni letterarie, quelli che si fanno mantenere dalla propria famiglia o quelli che magari, secondo le consuetudini degli artisti dell’antica Roma, ancora oggi assumono il ruolo di clientes al soldo di facoltosi patroni:

il problema che ho trovato nella
maggior parte dei poeti che ho conosciuto è che
non hanno mai avuto un impiego da otto ore al giorno
e non c’è niente
che metta una persona
maggiormente in contatto
con la multiforme realtà
di
un impiego di otto ore al giorno.

la maggior parte dei poeti
che ho conosciuto
a quanto pare
sono vissuti di
aria
ma
non dev’essere stato davvero
così:
dietro di loro c’era sempre
un membro della famiglia
di solito la moglie o la madre
a mantenere questi
spiriti
e
non c’è da stupirsi
che abbiano scritto cose così
striminzite:
li hanno protetti
dalle cose vere
fin dal
principio

[…]

le loro parole non sono
vissute, non sono ammobiliate, non sono
vere, peggio – sono così
comatosamente
alla moda.

[…]

poeta (?):
una parola che va ri-
definita.

quando la
sento
mi viene un’insurrezione nelle
budella
come se stessi per
vomitare.

(“Termiti paginivore”)

ho letto un libro su una ricca signorona letterata
degli anni venti e suo marito, se la son ben
bevuta e sbafata quei due, hanno fatto festa in tutta
Europa
fra una visitina a Pound, Picasso, A. Huxley, Lawrence, Joyce,
F. Scott, Hemingway e tanti
altri;
per loro le star erano giocattoli
pregiati,
e a quanto sembra dal libro
le star ci tenevano a fare
i giocattoli pregiati.
dalla prima all’ultima pagina
aspettavo che almeno una delle star
dicesse alla ricca signorona letterata e al suo
ricco maritone letterato di
togliersi dai piedi
ma, a quanto risulta, nessuno ha mai detto
niente.

(“La generazione perduta”)

E questi sono, in proposito, alcuni versi di Catullo (nel primo carme il poeta vuol rendere pan per focaccia a un amico da cui ha ricevuto in dono un brutto libro di poesia):

Che cosa ho detto o fatto perché tu
Con questi poeti mi accoltelli?
Il cliente che ti ha versato
Un simile sciame di assassini
Abbia dal Cielo torture adeguate.
[…]
Appena si fa giorno mi precipito
Ai chioschi dei librai e compro tutto
Quel che c’è di più letale:
Cesio! Suffeno! Aquino!
E avrai dente per dente. E adesso via
Infezione del mondo, via di qui, rientrate
Nel non-essere, piedi
Illecitamente usciti[, pessimi poeti.]

(Gaio Valerio Catullo, Le poesie, “Carme 14”, trad. cit.)

Oh l’incantevole Suffeno!
[…]
Fa versi versi versi versi.

[…]

Ahi ma dov’è la suffeniale
Eleganza, quella suprema cortesia,
Nei versi di Suffeno?
A leggerlo diresti che è un guardiano
Di capre, un villano bestiale.
È un altro Ego, capovolto, sdoppiato!

(Gaio Valerio Catullo, Le poesie, “Carme 22”, trad. cit.)

Quando Bukowski e Catullo attaccano altri poeti la loro poesia si trasforma in un vero e proprio duello pubblico.

Se c’è un tema che caratterizza non solo la poesia classica ma tutta la poesia, di qualsiasi tempo e luogo, è quello della riflessione sulla transitorietà dell’esistenza. Ed era perciò inevitabile che anche i due autori messi a confronto trattassero l’argomento (i primi versi sono tratti dal famoso epicedio di Catullo noto come “Il lamento per il passero di Lesbia”):

È morto il passero dell’amata mia
Da lei amato più dei suoi occhi
Passero amore dell’amor mio

[…]

Eccolo vagabondo per le tenebre
Laggiù da cui non c’è ritorno.
Tu maledetta Tenebra
Orco che tutto il bello ci divori
Anche il passero bello hai divorato.

(Gaio Valerio Catullo, Le poesie, “Carme 3”, trad. cit.)

Il sole che muore rinascerà
Ma questa luce nostra fuggitiva
Una volta caduta, noi saremo
Premuti da una notte senza fine.

(Gaio Valerio Catullo, Le poesie, “Carme 5”, trad. cit.)

Oh pazzo, basta! Povero Catullo
Quel che è perduto è perduto è perduto
I tuoi giorni di paradiso li hai avuti

(Gaio Valerio Catullo, Le poesie, “Carme 8”, trad. cit.)

Ho attraversato popoli e mari
Fratello mio eccomi ora a te
Eseguo questi nudi riti funebri
Perché tu abbia l’offerta dei morti
E alle tue ceneri silenziose
Mormoro qualche inutile parola

(Gaio Valerio Catullo, Le poesie, “Carme 101”, trad. cit.)

c’è l’ospedale, l’indirizzo dell’agonia –
lenzuola padelle braccia teste
esalazioni;
tutto così soavemente atroce, ininterrotto e
soavemente atroce: l’arte di estinguersi: la vita mangia
la vita…

(Charles Bukowski, “Farcela”)

Balza subito agli occhi che i tratti distintivi della riflessione di Bukowski circa l’inesorabile trascorrere del tempo – rispetto alle considerazioni di Catullo sul medesimo argomento – sono l’ironia (quel «soavemente atroce», nell’originale «so sweetly awful») e la leggerezza («l’arte di estinguersi»): entrambe vanno a braccetto e non comportano affatto minore tensione empatica e mancanza di serietà. E se di leggerezza si tratta, è una leggerezza “calviniana”, certamente non fatua né superficiale.

Appurato che anche nel volume pubblicato da SUR ci sono degli strascichi – anche se non numerosi – delle relazioni intercorse tra la poetica bukowskiana e quella catulliana, va detto che, secondo quanto sostiene il traduttore e curatore nella sua postfazione [9], il fulcro della raccolta sta nella volontà di Charles Bukowski di «autorappresentarsi come scrittore» cosa che si ricava già da una parte del titolo («tutta la notte alla macchina da scrivere»): «Leggendo questo libro non si può fare a meno di visualizzare una scena: dalla prima all’ultima pagina c’è un uomo di una certa età seduto al tavolo, di notte, che improvvisa delle poesie picchiando le dita sulla tastiera. […]. E così questi testi ci dicono che si tratta di scrittura. Prima di ogni altro argomento, si parla di questo» [10]. «Ma ciò», prosegue Scarpa, «invece di dare ai suoi testi un sentore astratto o libresco, ottiene l’effetto di rendere le sue poesie ancora più dirette, più sorgive. Perché si ha l’impressione di essere stati invitati nella sua stanza, accanto a lui, dietro la sua schiena, a sbirciare sopra la sua spalla, per leggere le parole nel momento stesso in cui escono dalla tastiera. Ci sembra di leggere le parole scritte nell’istante in cui vengono scritte, condividendo con lo scrittore il primo sguardo su di loro, la prima lettura mentre vengono alla luce. E quindi, questa ambientazione (giacché è una vera e propria ambientazione) ottiene l’effetto contrario rispetto a un’operazione metaletteraria. […]. Ma ciò in cui veniamo coinvolti non è solo il momento in cui la scrittura si produce. Ci si sente calare dentro il pensiero che c’è prima e dopo la scrittura» [11].

È vero, come lettore, ho ricevuto anch’io questa impressione di intimità con l’autore e di spontaneità e “verità” della sua scrittura. Ma come interprete la mia posizione è ambivalente perché, al tempo stesso, nutro il sospetto che Bukowski volesse sornionamente sfruttare la propria mitopoiesi fondata sul suo triplice epiteto di ubriacone, scommettitore e sessuomane. Anche se poi, a tratti, sembrava volersene sbarazzare: «ci sono quelli che vorrebbero che continuassi a scrivere di puttane / e vomito. / […]. // be’, io non sento la mancanza delle / puttane», dicono i versi di “Grazie”. In ogni caso, le sue vicende personali – descritte come le vicissitudini di un “perdente” – vengono sublimate e trasformate in “spettacolo poetico”.

È però innegabile che gran parte di quello di cui scriveva era frutto delle sue esperienze dirette. E anche quando nei suoi scritti appare come uno autore insospettabilmente (data la sua indole e il suo punto di vista da individualista) engagé è perché è stato dall’altra parte – tra i diseredati e i reietti –, e sa bene di cosa sta parlando perché lo ha vissuto sulla propria pelle. Non è un intellettuale distaccato che osserva le cose a distanza. Anche se diceva di non amare l’impegno ci sono dei versi che attestano la sua attenzione verso il mondo – non per darsi delle arie da committed artist – semplicemente per testimoniare la realtà e la verità, per dire come stanno le cose, nella maniera più semplice e diretta possibile:

soffia forte il vento stasera
è un vento freddo
io penso ai
ragazzi finiti per la strada,
che almeno qualcuno di loro abbia una bottiglia
di rosso, speriamo.

è quando ti ritrovi per la strada
che ti accorgi che
tutto
ha un proprietario
e che ci sono serrature
dappertutto.
è così che funziona
una democrazia:
prendi più che puoi,
cerchi di tenertelo
e se possibile
di accumulare.

e funziona così pure
una dittatura
solo che i suoi reietti li
fa schiavi o li
distrugge.

i nostri noi ci limitiamo a
dimenticarli.

(“Vite buttate via”)

mi ricordo bene quando facevo la fame in una
stanzetta in una città stramba

[…]

alla fine, stremato dalla fame e annientato, dovevo ficcarmi per
le strade a fare colloqui di assunzione per mestieri
mal pagati e
monotoni
farmi fare domande da uomini assurdi seduti alla scrivania
uomini senza occhi uomini senza faccia
che si sarebbero presi il mio tempo
l’avrebbero fatto a pezzi
ci avrebbero pisciato sopra.

(“Amici nel buio”)

ultimamente
ho pensato questa cosa
che questo paese
è andato all’indietro
di 4 o 5 decenni
e che tutte le
conquiste sociali
la benevolenza
fra le
persone
sono state spazzate
via
e rimpiazzate dalla solita
vecchia
intolleranza.

abbiamo
più che mai
l’egoismo la brama di potere
il disprezzo per i
deboli
i vecchi
i bisognosi
i
disperati.

(“Putrefazione”)

Osserva, a tal proposito, Gian Paolo Serino: «Bukowski non è un provocatore ideologico. Non scrive contro qualcuno. Scrive da dentro il fallimento perché la sua poesia non è “contro il sistema”, ma è dentro un sistema che ha già perso. E proprio per questo non può essere cancellata senza perdere qualcosa di essenziale. Non un modello, non un esempio, ma una testimonianza» [12].

Come già accertato, Bukowski non si sperticava certo in elogi verso i suoi colleghi, li criticava ironicamente e ferocemente in quanto artisti perlopiù parassitari e nullafacenti. Per almeno uno di loro faceva un’eccezione, John Fante, lo scrittore che considerava suo maestro. Qui lo coglie sul letto di morte e gli rivolge parole cariche di ammirazione e di compassione:

l’unico scrittore vivente che ho conosciuto che ho ammirato
davvero era lui, quando l’ho conosciuto stava
morendo.
[…]
sono andato a trovarlo più di una volta all’
ospedale (non c’era mai nessuno
accanto a lui) e sulla soglia della stanza
non ero mai sicuro se stesse dormendo
oppure?

«John?»

se ne stava lì su quel letto, cieco
e amputato:
diabete
all’ultimo stadio.

(“Se ne va un grande”)

E poi, in un altro componimento, continua a tesserne le lodi:

la scrittura di certi
uomini
è come un ponte smisurato
ti porta in alto
sopra
tutte le cose
che graffiano e lacerano.

la purezza, il prodigio emotivo
di Fante
dipende da questa semplice
lineare
nitidezza.

[…].

John, averti incontrato,
persino così com’è
andata è stato l’evento della mia
vita.

(“Il vino dell’eternità”)

Una vera e propria dichiarazione d’amore nei confronti dello scrittore da lui più ammirato in assoluto, e che aveva preso a modello. Come si vede, Charkes Bukowski – al di là degli stereotipi che lo riguardano – non difettava affatto né di riconoscenza né di generosità.

Venendo, infine, alla sua fama di scrittore sessuomane e misogino, c’è una poesia (“O tempora! O mores!”) in cui l’autore prova a smentirla. Si lamenta di vedere in giro riviste con «donnine nude», riviste su cui peraltro pubblica i suoi racconti. Gli sembrano pubblicazioni «per ginecologi», dov’è «tutto quanto squadernato con / spavalderia da ambulatorio» mentre, dice, «il segreto sta nell’ / immaginazione». E conclude: «poche cose sono belle come / una donna vestita in lungo».

L’immagine pubblica di Bukowski è stata a lungo dominata da una serie di clichés: il bevitore impenitente, il giocatore d’azzardo, lo scrittore osceno e provocatorio. Tuttavia, una lettura più attenta delle sue poesie rivela un autore molto più complesso, nel quale il cinismo convive con una sorprendente vulnerabilità e sensibilità emotiva. Dietro la maschera del poeta solitario e disincantato si intravede, infatti, il volto di un autore in grado di registrare con notevole lucidità e partecipazione la fragilità degli esseri umani, le sconfitte quotidiane dell’uomo qualunque e le impercettibili tragedie che attraversano la vita di chi vive ai margini. Le sfaccettature dell’uomo e poeta Bukowski sono molteplici. Al pari di un qualsiasi essere umano non può essere confinato in sintetiche e riduttive definizioni. La sua vita e la sua arte si sono espanse in tante direzioni e il prodotto finale è una poesia variegata e proteiforme – se non nello stile, nei contenuti – che si è arricchita di continuo nel tempo. E che arricchisce, di conseguenza, anche i suoi potenziali lettori.

Grazie a Tiziano Scarpa per avermi e per averci fatto conoscere un altro Bukowski, un Bukowski inedito, un poeta sensibile ed empatico, il poeta ubriacone che sorprende se stesso e gli altri accogliendo come un gentleman Fernanda Pivano e regalandole inaspettatamente una rosa [13].

[1] Alessio Torino, Sublime e volgare, stessa bottiglia, “la Lettura”, 11.1.2026, p. 16.

[2] AA.VV., Hip Sublime. Beat Writers and the Classical Tradition, a cura di Sheila Murnaghan e Ralph M. Rosen, The Ohio State University Press, Columbus, 2018).

[3] Marguerite Johnson, “Radical Brothers-in-arms (Gaius and Hank at the Racetrack)” in Hip Sublime. Beat Writers and the Classical Tradition, cit., pp. 97-115.

[4] Ivi, p. 105.

[5] Ivi, p. 97.

[6] Ivi, p. 101.

[7] «La sua poesia, che sembra così sfrenata, è inflessibile nel darsi un limite drastico. La prima impressione, infatti, è quella di una libertà spampanata, per cui si scrivono versi senza regole, si va a capo quando si vuole – a volte dopo righe sconfinatamente lunghe, altre volte dopo versicoli brevissimi. Dire che sono versi liberi è poco. Ma la metrica di Bukowski c’è, solo che non sta nel computo delle sillabe o nel ritmo ricorsivo degli accenti. È una metrica semantica: giace nell’essenzialità delle informazioni narrative. Poeta minimalista prima dei narratori minimalisti, in queste poesie Bukowski racconta l’essenziale, dà le informazioni sufficienti per comprendere una situazione, riducendola all’osso» (Tiziano Scarpa, “La quinta stagione di Charles Bukowski”, in Tutto il giorno alle corse dei cavalli e tutta la notte alla macchina da scrivere, cit., pp. 308-309).

[8] Marguerite Johnson, “Radical Brothers-in-arms (Gaius and Hank at the Racetrack)” in Hip Sublime. Beat Writers and the Classical Tradition, cit., p. 100.

[9] Tiziano Scarpa, “La quinta stagione di Charles Bukowski”, in Tutto il giorno alle corse dei cavalli e tutta la notte alla macchina da scrivere, cit., pp. 305-313.

[10] Ivi, p. 305.

[11] Ivi, pp. 305-307.

[12] Gian Paolo Serino, Rileggere Bukowski lo scorrettissimo, in: “il venerdì di Repubblica”, 9.1.2026, pp. 94-95.

[13] AA.VV., Arrivano i barbari, Voci del poetry slam, a cura della Redazione Cultura del “Corriere della Sera”, RCS MediaGroup, Milano, 2026, p. 184).


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