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Bruno Caccia, vittime sacrificale sull’altare del Patto Atlantico

Dalla diretta streaming del 26 giugno scorso sul caso Bruno Caccia, emerge ancora una volta l’impressione di vivere in un Paese dalla democrazia parziale, soggetta a inerzie giudiziarie che sanno di collusioni fra Stato e mafie

di francoplat - mercoledì 30 giugno 2021 - 1176 letture

«… si diceva che, tutto sommato, siamo vissuti in un regime democratico e su questo non si possono avere certamente dubbi. Però, quando io vedo le angosce, i patemi, le vite distrutte di famigliari di vittime di mafia, io vedo nei loro volti e nelle loro esperienze di vita quello che mi sembra di percepire quando vedo o leggo le storie delle mamme di Plaza de Mayo, cioè delle mamme delle decine di migliaia di desaparecidos vittime della violenza criminale di un regime dittatoriale militare. E, quindi, mi trovo davanti a questo accostamento fra due paesi, due regimi che non si sono mossi esattamente sullo stesso crinale, per nostra fortuna. Però […] si è verificata in Italia una situazione per cui certi sacrifici erano, in fondo, dei sacrifici da offrire sull’altare di un patto politico internazionale. E poiché erano dei sacrifici che andavano, in qualche modo, accettati dal Paese, la conseguenza quasi fisiologica è stata che a farsi carico della ricerca di verità e giustizia su certi delitti spesso sono stati i famigliari delle vittime, dovendo supplire alle inerzie dello Stato, come è capitato a Paola e ai suoi fratelli».

Questa lunga citazione si colloca all’interno di un dibattito in streaming andato in onda lo scorso sabato 26 giugno sulla piattaforma del movimento delle Agende Rosse. A parlare è l’avvocato Fabio Repici, difensore di molti famigliari delle vittime di mafia, dai Borsellino ai Manca, dagli Alfano agli Agostino ai Caccia, ossia “Paola e i suoi fratelli”, figli del Procuratore Capo della Repubblica di Torino, Bruno, ucciso la sera del 26 giugno 1983, mentre portava a spasso il cane. Non è soltanto la formale e rituale celebrazione di una ricorrenza tragica. Il dibattito in questione che ha visto protagonisti, accanto a Repici, la figlia di Caccia, Paola, il giornalista dell’Espresso Fabrizio Gatti, la coordinatrice delle Agende Rosse di Torino, Carmen Duca, una componente del Direttivo delle Agende Rosse, Federica Fabbretti, e, in qualità di moderatrice, la giornalista Antonella Beccaria, non aveva il fine di recuperare la memoria di quel giorno, quanto piuttosto quello di rilevare le tante, troppe ombre attorno all’omicidio e alla sua conclusione giudiziaria. La volontà dei famigliari e del loro difensore è quella di riaprire il processo, viziato da inerzie, silenzi, anomalie investigative, omissioni, come si dirà più avanti.

Nella riflessione di Repici evocata all’inizio si condensa la tesi di fondo in grado di correlare a quello di Bruno Caccia molti omicidi avvenuti in questo Paese e avvolti da una strana nebbia, quella della ragion di Stato, la Realpolitik, la difesa dei presunti interessi dello Stato a qualsiasi costo, anche a costo del sacrificio dei cittadini sull’«altare di un patto politico internazionale». Il Patto Atlantico, per dirla in breve. Lo afferma Repici, come si è visto, lasciando intendere come la nostra democrazia sia viziata da un tumore profondo, che corregge l’esordio stesso della citazione e che apparenta l’Italia, pur con tutti i distinguo, a un regime dittatoriale, quello argentino dei colonnelli. La presunta difesa di questa democrazia, la necessità di garantire la stabilità politica dentro il quadro della scelta atlantica, ha forzato le garanzie costituzionali, ha inquinato i diritti individuali e collettivi, lasciando sul campo vittime e famigliari in balia di iter giudiziari, a dir poco, fiacchi. È l’inerzia a cui fa riferimento l’avvocato nella citazione, inerzia colpevole, un mettersi di traverso che non è incompetenza, ma complicità. Dello stesso parere è Fabrizio Gatti, autore nel 2017 di un articolo, “Un omicidio senza giustizia”, che provava a far luce sui misteri del caso Caccia. Anch’egli non usa mezzi termini. Facendo riferimento ad alcuni aspetti emersi nei suoi lavori, Gatti esplicita una convinzione: l’Italia andava, e va mantenuta, dentro il Patto Atlantico e i servizi segreti, costi quel che costi, cercavano di garantire l’adesione a questo accordo internazionale, permeati di una «paranoia anticomunista» che accomunava, così come accomuna ancora, molti uomini legati agli apparati dello Stato.

Ma cosa c’entra l’omicidio di Bruno Caccia con questo quadro politico, con questa tesi alla quale manca, è ancora Repici a parlare non senza tono di rimprovero, l’apporto analitico degli storiografi? Per capirlo è necessario partire dalle risultanze processuali del caso Caccia. A oggi, e sono passati 38 anni, risulta condannato all’ergastolo Domenico Belfiore, boss della ‘ndrangheta operante al tempo nel Torinese, quale mandante dell’omicidio, oggi ai domiciliari per gravi ragioni di salute. Movente dell’azione delittuosa sarebbe stato, secondo la sentenza della Corte di Assise di Appello del febbraio 1992, l’ostacolo rappresentato dalle attività del procuratore torinese all’organizzazione criminale capeggiata da Belfiore. Punto e basta, almeno sino in tempi recenti. L’omicidio più eccellente della storia repubblicana di una città quale Torino, pur graffiata dalla violenza del terrorismo brigatista contro il quale lo stesso Caccia aveva svolto un’azione efficace di contrasto, è stato così ricondotto a una sorta di vendetta di un leader della ‘ndrangheta per il fastidio provocatogli dall’atteggiamento austero e privo di compromessi di un procuratore.

Troppo poco per i famigliari e per l’avvocato Repici. Non si tratta di un “troppo poco” meccanico, per l’occhiuta tendenza a sospettare trame e imbrogli ovunque. È un iter giudiziario ritenuto lacunoso e incerto sulla base di argomentazioni puntualmente enumerate e spiegate dall’avvocato nel corso del dibattito in streaming. Nel momento in cui, nel 2013, Repici affianca la famiglia nella ricerca di una verità giudiziaria completa, individua una serie di inerzie investigative e giudiziarie, a partire dalla devittimizzazione di Caccia dal processo. Scompare, cioè, dalle carte processuali la figura della vittima: nessuna seria attenzione alle indagini svolte dal procuratore, nessuna nota biografica, nessun coinvolgimento dei suoi colleghi d’ufficio e, ancora, nessuna attenzione prestata alla moglie e ai figli. Tanto che Guido, il figlio maggiore, soltanto nel 2017, nel già citato articolo di Fabrizio Gatti, riuscirà a rivelare che il padre, la mattina del giorno in cui fu ucciso e contravvenendo all’abitudine di tacere in famiglia della propria attività professionale, gli disse che nei giorni successivi ci sarebbe stato un risultato clamoroso legato alle indagini che stava curando. Con amarezza, Paola Caccia riassume così l’attività inquirente: è stato condannato un mandante, Domenico Belfiore, sulla base della registrazione effettuata dal capo del clan dei “catanesi” a Torino, Francesco “Ciccio Miano, contattato da un funzionario del Sisde, Pietro Ferretti, a cui i magistrati di Milano responsabili dell’inchiesta avevano delegato, ufficialmente e per la prima volta nella storia repubblicana, le indagini. Ciccio Miano avrebbe, in effetti, raccolto presso il centro clinico della Casa circondariale di Torino le confessioni di Belfiore e ciò avrebbe rappresentato il capo d’accusa contro il boss della ‘ndrangheta.

Belfiore vs Caccia. Questo fu l’assioma alla base della prima vicenda giudiziaria. In realtà, come sottolinea l’avvocato Repici, c’è molto di più. Intanto, a leggere la biografia di Caccia, si sarebbe notata una strana evenienza, ossia il fatto che fra il 1967 e il 1970, quando rivestiva la carica di Sostituto procuratore generale a Torino, era stato tenuto abusivamente sotto il controllo del Sid. Fatto questo che non riguardava il solo Bruno Caccia, perché sotto l’attenzione dei servizi segreti, nei primi anni Ottanta, ci fu anche, fra gli altri, Giancarlo Caselli. Ciò che è particolare è il fatto che del Sid faceva parte quel Pietro Ferretti a cui, in modo piuttosto insolito, la Procura milanese competente per le indagini su Caccia aveva delegato le indagini sulla morte del procuratore. Non solo. Perché ciò che più lascia perplessi nell’iter giudiziario è l’accantonamento di un filone d’inchiesta rilevante, di cui pure il faldone Caccia porta testimonianza, ossia quello relativo al riciclaggio di denaro illecito, proveniente dai sequestri di persona, presso il Casino di Saint-Vincent. Di questo si stava occupando il magistrato torinese quando fu ucciso. Si tratta di un aspetto pregnante: è Fabrizio Gatti a sottolineare come il denaro proveniente dai sequestri di persona, utile per entrare nel mercato crescente degli stupefacenti, trovasse un possibile canale di accesso nei casino del Nord Italia. E aggiunge: «lo possiamo dire a distanza di anni, il riciclaggio dei soldi della mafia, dei sequestri, del traffico di droga nel Casino era frutto di un patto tra lo Stato e le organizzazioni criminali che, nel periodo della guerra fredda, hanno assunto il ruolo di braccio operativo per gli interessi dello Stato». Torna, cioè, quanto affermato all’inizio: l’uso di Cosa nostra in funzione della stabilità atlantica.

Al di là della necessità di sondare con maggior rigore analitico questa ipotesi, resta il fatto che la Procura di Milano, nel corso della prima indagine, si trovò a fare i conti con la questione del riciclaggio, ma ignorò (volutamente?) questa pista e si concentrò esclusivamente sulla figura di Belfiore. Il fatto che il denaro sporco nei casino fosse materia scottante lo dimostra la vicenda umana di Giovanni Selis, Pretore di Aosta, scampato miracolosamente, il 13 dicembre 1982, allo scoppio di una bomba nella sua autovettura e a un altro attentato quattro giorni dopo. Selis stava lavorando proprio sul Casino di Saint-Vincent, ma agli inquirenti non venne in mente di collegare il suo attentato all’omicidio Caccia, avvenuti, fra l’altro, a distanza di sei mesi l’uno dall’altro. Selis, per completezza d’informazione, si suicidò quattro anni dopo, forse mai pienamente recuperato al trauma subito.

Che il responsabile delle prime indagini, Francesco Di Maggio, originario di Barcellona Pozzo di Gotto e in capo alla Procura di Milano, avesse incrociato il filone investigativo del riciclaggio del denaro sporco nel Casino di Saint-Vincent è un dato che emerge dalle carte giudiziarie. Nel primo dei ventitré faldoni che costituiscono la documentazione processuale, rileva Repici, sono contenute centinaia di pagine che riguardano il possibile coinvolgimento nell’omicidio Caccia di un barcellonese noto alle cronache, Rosario Pio Cattafi, e di un boss della ‘ndrangheta, Demetrio “Luciano” Latella, legato al clan catanese di Angelo Epaminonda e ad altri esponenti di Cosa nostra. Pagine dalle quali si evince come il delitto potesse essere ricondotto alle indagini svolte dal magistrato sul casino. Eppure, quel filone investigativo fu abbandonato, trascurato, omesso, silenziato. A tale riguardo, è lo stesso Repici a dichiarare che, nel giugno 2009, nel corso di un’intercettazione telefonica di un magistrato, Olindo Canali, allora in servizio presso la Procura di Barcellona Pozzo di Gotto, a dialogo con il giornalista e scrittore Alfio Caruso, sarebbe emerso che, nella primavera 1984, durante una perquisizione nel domicilio milanese di Cattafi, fu sequestrato un documento contenente il testo della falsa rivendicazione brigatista dell’omicidio Bruno Caccia. Sì, perché, il giorno successivo al delitto, alcuni quotidiani romani e la Rai di Milano ricevettero delle telefonate in cui le BR si attribuivano la paternità dell’attentato; quindici giorni dopo, però, dal carcere delle Vallette di Torino, il brigatista Francesco Piccioni sconfessò la matrice terrorista dell’assassinio. Va ancora rilevato come Olindo Canali, negli anni delle indagini sul sequestro Caccia, fosse uditore presso il titolare di quell’inchiesta, ossia Francesco Di Maggio.

Bene. Il testo della falsa rivendicazione brigatista non solo non venne usato per approfondire le indagini in quella direzione, ma la documentazione sequestrata in quell’occasione a Cattafi, dietro le reiterate e pressanti richieste di quest’ultimo, gli fu restituita qualche tempo dopo senza che ne rimanesse fotocopia nel fascicolo. Ragione per la quale, è attestato il sequestro dei documenti, ma del testo in questione non vi è più alcuna testimonianza cartacea, tranne quella, ovviamente, nuovamente nelle mani di Cattafi. È qui che il racconto di Repici, di Gatti, di Paola Caccia si ferma con maggior vigore, nella persona di Rosario Cattafi, nel centro di Barcellona Pozzo di Gotto, ombelico nero dei fatti di mafia e delle perduranti collusioni fra lo Stato e le mafie. Assunto l’incarico di rappresentare la famiglia Caccia e con la consulenza tecnica di Mario Vaudano, collega di Bruno, Repici ha tentato insistentemente di far riaprire le indagini, proprio sulla base delle omissioni processuali rilevate, sollecitando un’inchiesta che allargasse il raggio dei mandanti, indicando in Cattafi e in Demetrio Latella due nomi centrali per il disvelamento del caso. Per ben due volte, la Dda milanese, guidata da Ilda Boccasini, ricusò la richiesta della famiglia, iscrivendo la denuncia tra gli atti non costituenti notizia di reato. Soltanto nel 2015, dietro il forte richiamo del Procuratore generale reggente, Laura Bertolè Viale, si accolsero le sollecitazioni di Repici e dei figli di Bruno Caccia. Le indagini non si mossero, però, lungo la linea indicata dall’avvocato difensore, ma tornarono a insistere su Belfiore e i suoi sodali e giunsero all’arresto, a seguito di un’intercettazione telefonica, di un panettiere calabrese residente a Torino, Rocco Schirripa, accusato e poi condannato definitivamente per la morte di Bruno Caccia.

Di fatto, le indagini della Procura milanese sono ancora in corso, come ricorda Repici. Alcuni silenzi investigativi sono stati riparati, a partire dall’ascolto dei figli e di quello degli allora colleghi d’ufficio di Bruno Caccia, per quanto con quasi quarant’anni di ritardo. Ma tanto resta ancora da fare. La lunga citazione iniziale rappresenta la chiave di lettura particolare e generale di questa vicenda, che non può essere derubricata a una resa dei conti di Belfiore con il procuratore torinese. Il caso Caccia, alla pari di altri egualmente tragici, si colloca presumibilmente all’interno di un quadro ben più ampio: quello delle cointeressenze tra mafie, massoneria, eversione di destra, apparati deviato dello Stato nel più volte richiamato equilibrio democratico in funzione dell’accordo atlantico.

A tale riguardo, Repici annuncia che, insieme a Mario Vaudano e ad Antonella Beccaria, ha lavorato sui «buchi neri di una certa ricostruzione storica del nostro Paese su importanti fatti criminali», occupandosi di alcune vicende rilevanti di cronaca – dall’omicidio Caccia all’attentato a Giovanni Selis all’uccisione del Sostituto procuratore di Roma Vittorio Occorsio – legate proprio dal collante concettuale sopra esposto. Il lavoro dovrebbe essere pubblicato il prossimo autunno con il titolo “I soldi della P2”. E, a proposito di pubblicazioni, vale ancora la pena di suggerire la lettura del dettagliato dossier a puntate che le Agende Rosse stanno pubblicando sul loro sito, “Mafia e antimafia a Barcellona Pozzo di Gotto”, uno dei quali capitoli riguarda proprio l’omicidio Caccia (https://www.19luglio1992.com/?s=barcellona+pozzo+di+gotto).

A proposito del dossier su Caccia, Google, come dice Fabrizia Ferretti, ha comunicato alle Agende Rosse che, sulla base di una richiesta pervenutale, ha dovuto censurare alcune pagine del documento, che non saranno più reperibili attraverso il motore di ricerca. Non è stato possibile sapere chi avesse avanzato questa richiesta. Ma certo a qualcuno piace morto il dovere di cronaca e il diritto di informarsi di una cittadinanza che si preferisce ignara.


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