Bronte, 1860

Un libro a difesa degli inglesi e la sua critica

di Alberto Giovanni Biuso - sabato 3 agosto 2013 - 4183 letture

Esattamente 153 anni fa -il 3 agosto del 1860- i contadini di Bronte si ribellarono contro la proprietà feudale delle terre. E fallirono. I vincitori non vogliono mai rinunciare ai loro trionfi. Neppure gli eredi. È in questa chiave che secondo Nunzio Dell’Erba (La Rivolta di Bronte. Riflessioni critiche su un libro recente, in «Nuova Storia Contemporanea», anno XVII, numero 2, marzo-aprile 2013, pp. 83-96) sembra doversi leggere il libro che la storica anglo-irlandese Lucy Riall ha dedicato a La rivolta. Bronte 1860 (Laterza, Roma-Bari 2012). La puntuale analisi di Dell’Erba mostra infatti i limiti di una storiografia aneddotica e poco rigorosa, volta soprattutto a difendere l’operato e la memoria dei britannici nella gestione che fecero del grande latifondo brontese -la Ducea- dal 1799 agli anni Settanta del Novecento.

Con puntuali riferimenti alla storiografia più aggiornata e ai documenti fondamentali sui fatti del 1860, Dell’Erba mostra che una «particolare simpatia verso l’ammiraglio inglese» Horatio Nelson (p. 85) permea tutto il volume di Riall, i cui capisaldi sono costituiti dalla sottovalutazione del condizionamento britannico nella feroce repressione che Garibaldi e Bixio attuarono della rivolta contadina avvenuta a Bronte nell’agosto del 1860, da un utilizzo strumentale e lacunoso delle ricerche storiche di Benedetto Radice, dalla costruzione di «una trama fantasiosa e romanzesca nel racconto dei tumulti del 3 agosto» (p. 91) -basti pensare che Riall parla di 10.000 insorti, vale a dire tutti gli abitanti, compresi vecchi e bambini- e da consistenti errori di fatto, come le date dei processi a carico dei rivoltosi e il numero dei condannati, le origini dei Fasci dei lavoratori in Sicilia, l’incapacità di «focalizzare i termini fondamentali della cosiddetta “questione meridionale” […] in un’esposizione saltellante, caratterizzata da riferimenti bibliografici confusi» (p. 94). Siamo insomma lontani dal rigore scientifico con il quale un altro storico inglese, Denis Mack Smith, ha analizzato la storia della Sicilia medioevale e moderna. Una studiosa così manchevole e animata da un chiaro pregiudizio verso la Sicilia e verso Bronte è stata invece accolta dal paese etneo con grande calore sino a prospettarle la cittadinanza onoraria.

Un atavico atteggiamento di subordinazione anche interiore verso i padroni -che quanto più sono feroci tanto più vengono riveriti- è ben ravvisabile nelle vicende dell’Isola: dall’attuale arroganza militare statunitense sino, indietro nel tempo, alla sottomissione a Nelson, il quale non visitò mai i fertili territori che Ferdinando IV di Borbone gli aveva regalato come segno di gratitudine per la repressione della rivolta napoletana del 1799, comportandosi così -scrive lo storico brontese Vincenzo Pappalardo- al modo di Rodrigo Borgia / Alessandro VI «che dai suoi palazzi romani aveva roso all’osso, senza mai venirci […] l’opulenta abbazia di Maniace che il lavoro di tanti monaci e contadini aveva reso ricca e feconda» (L’identità e la macchia. Il battesimo della coscienza civile a Bronte nel dibattito sulla strage del 1860, Maimone, Catania 2009, p. 14; citato alle pp. 85-86). Alla competenza e al rigore storiografico di Dell’Erba si deve la necessaria analisi critica di un libro preoccupato «più di mettere in rilievo le lamentele degli amministratori inglesi che il trattamento disumano dei contadini di Bronte» (p. 88).

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