Binomi di parole (31): Recensione e censura – con uno studio di caso
Il termine “recensione” deriva dal latino recensio e dal verbo recensere, che significa “esaminare” o “passare in rassegna”. Il vocabolo è composto dal prefisso re- (con valore iterativo o intensivo) e da censere, che originariamente indicava l’azione di stimare e valutare. Nel corso dei secoli, il significato si è evoluto passando dall’esame critico dei testi a qualsiasi forma di valutazione e commento su libri, film, prodotti o servizi (Treccani).
La parola “censura” deriva dal latino censura, a sua volta collegato al verbo censēre, che significa “stimare, valutare, giudicare”. Originariamente indicava sia l’ufficio del censore romano (magistrato che effettuava i censimenti e vigilava sulla moralità pubblica) sia il giudizio stesso (Una parola al giorno). Da questa autorità di valutare, correggere e sanzionare, il termine ha assunto nel tempo il significato moderno di controllo e limitazione della libertà di espressione (Treccani).
Termini percepiti come diversissimi ma molto affini, dunque. E pensare che il primo evoca la libertà d’espressione, l’esercizio critico, il diritto al dissenso, mentre il secondo indica tutto il contrario.
Recentemente (NO, questo viene da recens) mi sono trovata a riflettere sulle varie tipologie di recensioni (da quelle di due righe alle stroncature, dagli elogi sperticati ai like) e su come sono cambiate le stesse nella cultura contemporanea. Anni fa la recensione la scriveva un addetto ai lavori, spesso un membro dell’accademia o un giornalista esperto nel settore, mentre oggi – in realtà dall’avvento del web – si è sdoganata dall’appartenenza “colta” e si è fatta genere pop, ibrido e variabile, dall’autorevolezza spesso inversamente proporzionale al numero di visualizzazioni. Alcuni mesi fa una persona si è lamentata perché, a fronte di una recensione positiva, le ho messo “solo” 4 stelline su Amazon, dal che ho dedotto che ogni fondamento matematico è stato sovvertito per cui evidentemente 1-2-3-4 = 0 mentre 5 = 10. Siamo a un’impasse da cui sarà difficile tornare indietro.

- Copertina di Il signor Arkadin, di Orson Welles
Ma può accadere di peggio. Poche settimane fa è uscita una recensione su Pulp Magazine il cui autore, probabilmente animato da quella che il gergo scientifico va sotto il nome di bias di conferma, aveva in mente di denigrare una piccola casa editrice indipendente per cui ho l’onore di collaborare (Cue Press). L’animoso (re)censore era visibilmente contrariato dall’assenza di apparati critici nei volumi di cui dissertava, al punto da denunciare la mancanza di un’Introduzione anche in quello a cui ho contribuito con una dettagliatissima Prefazione, una Biblio-Sitografia, e Note a piè di pagina. Vi assicuro che è stato straniante leggere che non veniva rispettato il lettore e neanche l’autore.
Poiché so di avere a che fare, qui su Girodivite, con lettori attenti e imparziali, vi propongo di procurarvi il volumetto in oggetto (che è – e non per mio merito – un gioiellino che avrebbe dovuto comparire nella bella mostra My name is Orson Welles, allestita al Museo del Cinema di Torino fino al 5 ottobre prossimo) e a leggere anche la recensione
L’invito è valido anche per un motivo che si avvicina alla seconda parola. Censura. Se la recensione si lega alla bias di conferma, ovvero al farsi un’idea preconcetta e poi perseguirla senza sosta e senza esercitare alcun ripensamento critico, la variante peggiore della censura è l’autocensura.
Vediamo ogni giorno sotto i nostri occhi quello che accade in rete, alla televisione, nel mondo, ed è normale che abbiamo paura della censura, che alza la testa appena ci si distrae un po’. Personalmente, due anni fa sono stata oggetto di repliche minacciose per aver rilasciato un’intervista a un quotidiano in cui esprimevo il mio parere su un aspetto inerente alla gestione di fondi del mio Ateneo. Il mio parere, ci tengo a precisare. E così arriva l’autocensura. Per non incorrere in sanzioni, per non fare arrabbiare qualcuno, per non rischiare il mobbing.
Un’altra variante della censura è la cancel culture. Interi romanzi di Agatha Christie (per fare un solo esempio) sono al momento “purgati” in alcune edizioni anglosassoni delle sfumature oggi ritenute (a ragione) offensive per motivi etnici. Il fatto è che nel colophon si avverte solo genericamente che alcuni contenuti sono stati modificati – ma non quali. E di fatto negare il passato significa sempre deresponsabilizzarci (una cosa che piace alla censura) rispetto agli errori commessi in passato.
Credo che il diritto d’opinione vada difeso, esercitato e proclamato. Pur nei binari della legalità e dell’etica. In questo mio appello finale, mi rivolgo ai recensori, perché non diventino censori ma neanche lacchè. Soprattutto sul web, dove è facile farsi tentare dalla stroncatura o dal suo contrario, cerchiamo di esercitare i nostri diritti senza cadere in confusione, in contraddizione, o prendere solenni cantonate. Quanto alla censura, impariamo a riconoscerla – sa essere subdola – e liberiamocene.
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