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Binomi di parole (16): Condom & Facemask, ovvero: l’altruismo, questo sconosciuto

Proteggere gli altri dai nostri germi è come cedere il posto a una persona anziana o con disabilità. Non è un atto né immorale né ossessivo. Si chiama buona educazione.

di Alessandra Calanchi - giovedì 21 dicembre 2023 - 212 letture

Li scrivo in inglese, questi due termini, per suscitare meno scandalo. Le stesse parole in italiano sono infatti soggette a censura o quantomeno ad accusa di eresia (il primo) e di rupofobia (il secondo). E anche se sembrano appartenere a contesti diversi (uno si mette sui genitali, l’altro sul viso, in modo non intercambiabile) sono molto, molto simili. Entrambi, infatti, hanno la funzione di garantire quel minimo di igiene che non è solo rispetto di sé e del proprio corpo ma rispetto della salute e del benessere dell’altro/a, chiunque sia, da chi incrociamo per strada a chi è seduto/a accanto a noi in treno, dal/la partner occasionale all’amante stabile.

Da un lato, il profilattico è combattuto dalla Chiesa perché impedisce la procreazione che è il fine ultimo della sessualità. Per fortuna li si vende in tutte le farmacie e anche al supermercato, in rete e alle macchinette nelle stazioni, e semmai andrebbe aumentata la formazione perché tutti dovrebbero averne uno in tasca e anche le ragazze dovrebbero tenerne sempre un paio in borsetta. Il condom non è un’alternativa al coito interrotto, alla pillola anticoncezionale, alla pillola del giorno dopo o alla spirale. È una precauzione in più, che evita di contagiarsi /contagiare tramite un rapporto sessuale, che evita malattie, disturbi, patologie che non sono per niente piacevoli. E magari previene anche quella sgradevole e dolorosa interruzione volontaria della gravidanza che gli antiabortisti chiamano aborto.

Dall’altro, la mascherina , venuta in voga durante la pandemia, è presto passata di moda tranne in pochissimi ambienti (ospedali, ambulatori). Per fortuna le vendono ancora nelle farmacie, nei supermercati, in molti negozi e online, e andrebbero a mio parere raccomandate non solo nei casi di sovraffollamento, ma – come fanno da sempre in Giappone e altri paesi dell’Est – nei casi in cui una persona abbia un semplice raffreddore, la tosse, il naso che cola o cose del genere. Il covid è ormai alle spalle (dicono: non è così, ma facciamo finta che lo sia), il lockdown è roba del passato, le paure dei no vax non sono state mai veramente smentite, ma qui non si parla né di vaccini né di ossessione germofobica: perché, mi chiedo, non adottare semplicemente la mascherina per proteggerci in una sala affollata o meglio, per proteggere gli altri se siamo raffreddati o abbiamo la bronchite? Molti non lo sanno, forse, che oltre al covid ci sono decine di patologie contagiose tramite il droplet (le goccioline pressoché invisibili che disperdiamo nell’aria con uno starnuto o un colpo di tosse o anche solo parlando).

Non vogliamo farlo per noi? Facciamolo per gli altri. Sarebbe un atto di cortesia, di gentilezza, di civiltà, proprio come quando ci fermiamo al semaforo rosso per far passare le altre auto o alle strisce pedonali per far passare un pedone. Magari non servirà a niente, ma il gesto simbolico di voler preservare l’altro/a da una nostra possibile patologia delle vie genitali o respiratorie, anche se innocua, anche se per qualche oscura ragione siamo convinti di essere esenti da contagiosità, sarebbe un bel cambio di passo. Un atto eroico. Un’inversione di marcia. Una scelta di campo: l’altruismo, questo sconosciuto, l’avrebbe vinta per una volta sul nostro egocentrismo, mai innocente, mai neutrale. Proteggere gli altri dai nostri germi è come cedere il posto a una persona anziana o con disabilità. Non è un atto né immorale né ossessivo. Si chiama buona educazione.


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