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Binomi di parole (1): Umanità e Intelligenza

La parola “umanità” e oggi molto abusata: si parla con leggerezza di post-umano e di corridori umanitari, per esempio, e vorrei partire da una premessa importante...

di Alessandra Calanchi - venerdì 20 ottobre 2023 - 549 letture

La parola “umanità” è oggi molto abusata: si parla con leggerezza di post-umano e di corridori umanitari, per esempio, e vorrei partire da una premessa importante. In italiano umanità ha due significati.

Il primo, riguarda il genere umano, la specie umana, l’uomo, l’anthropos (da cui l’antropocentrismo e l’antropocene), i popoli tutti della terra, le masse, le cittadinanze, i ricchi e i poveri, est e ovest, nord e sud, bambini e anziani, maschi e femmine.

Il secondo è invece sinonimo di accoglienza, cura, gentilezza, pietas; il termine indica un sentimento e un comportamento, per esempio: "Dimostra un po’ di umanità!" oppure “È stato un gesto di umanità”.

Qui parleremo della seconda accezione. Di quella humanitas che Terenzio considerava “la volontà di comprendere le ragioni dell’altro”.

E ora creiamo un ponte con la parola “intelligenza”. Negli ultimi tempi si parla molto, forse troppo, di intelligenza artificiale. Su entrambi i fronti, quelli che la invocano come la panacea per risolvere ogni male, e quelli che la considerano la catastrofe ultima che annienterà l’uomo, tutti devono dire la loro, e il rumore che nasce intorno a questa tematica è parecchio fastidioso e non ci porta da nessuna parte. Resettando le diatribe, basterebbe ricordare che è l’uomo ad averla inventata, che è responsabilità dell’uomo usarla bene o male, e che è sempre l’uomo a inserire i dati su cui lavora. Ci disturba avere inventato una macchina più intelligente di noi, che fa i calcoli, scrive, traduce in pochi secondi quando a noi servono ore o giorni? Questo lo capisco. Quanto a temere che si rivolterà contro di noi, beh, se lo farà sarà solo colpa nostra. E comunque .... ci meritiamo davvero di salvarci, noi-il-genere-umano, pur avendo dato prova di negligenza, omissioni, reati, furti, omicidi, guerre, violenza e sopraffazione in tutti questi secoli di storia?

E torniamo all’umanità, nella sua seconda accezione.

Se davvero ci disturba tanto che esistano o possono esistere macchine così intelligenti da poterci distruggere, perché non lavoriamo piuttosto sull’umanità artificiale? E per umanità intendo appunto il comportamento. Se invece di insegnare alle macchine a essere sempre più veloci e intelligenti insegnassimo loro a essere pazienti, responsabili, cortesi, accoglienti, insomma quei valori che in realtà spesso dimentichiamo? Penso a un algoritmo che segnala con un fischio discreto quando un giovane dovrebbe cedere il posto a un anziano in autobus. Penso a un software che impedisca a un ricco di fare ancora più soldi. Penso a una rete neurale che lavori giorno e notte per trovare soluzioni alle sperequazioni economiche e sociali. Penso a un assistente vocale che ci ricordi, ogni mattina, di dire almeno una parola gentile al vicino di casa, di non strapazzare i figli o i dipendenti, penso a un rieducatore digitale che impedisca ai partner ed ex partner di ammazzare le proprie compagne per gelosia o vendetta, penso a lezioni di umanità tenute dalle macchine. 

La mia proposta è bizzarra?  Certo, ma voglio farvi capire che l’umanità ha bisogno di umanità, non solo di intelligenza (scusate la falsa tautologia). E se anche dovessero essere le macchine a ricordarcelo, ben vengano. E arriviamo al nocciolo della questione. Si sente spesso dire che la lingua italiana è più ricca di quella inglese, ma non è sempre vero. Per esempio, in inglese abbiamo human e humane a identificare le due diverse accezioni di "umano" sopra esposte. E sarebbe davvero bene tenere le due cose distinte, perché noi in italiano non abbiamo modo di tradurre “Hitler was human but not humane” senza ripetizioni o parafrasi. E ovviamente gli inglesi hanno anche humanitarian (come noi) quindi siamo proprio svantaggiati, ci manca davvero un termine. Per questo dobbiamo stare attenti a parlare di postumano e transumanonel modo corretto, perché a nessuno verrebbe in mente di parlare di posthumane o transhumane o almeno lo spero.

La nostra ambiguità linguistica si riflette poi sui nostri comportamenti e anche sulle nostre scelte lessicali e definitorie, infatti noi non abbiamo le humanities ma gli studi umanistici e le scienze umane, che non sono la stessa cosa, e ci mancherebbe che non fossero umane! E abbiamo l’umanesimo naturalmente, che è meglio scriverlo con la U maiuscola perché è di fatto un movimento artistico-culturale del Rinascimento anche se poi tende a espandersi nel discorso ma è bene non fare confusione e ricordare che un umanista non è uno che lavora per una ong.

Ma guardiamo anche i contrari. Qui succede una cosa interessante: ne abbiamo due in italiano (inumano e disumano) contro l’unico inhuman dell’inglese (però attenzione, abbiamo anche inhumane). Ohibò. La Treccani individua delle differenze ingegnose.

Inumano: Di persona che, soprattutto negli atti e nel comportamento, si mostra priva dei sentimenti di umana pietà e quindi crudele, spietata: vincitori i. verso i vinti; un padrone i.; i. aguzzini. Di cosa, che offende il senso di umanità o rivela mancanza di umanità: ferocia, crudeltà i.; trattamento i.; consuetudini i.; pene, torture i.; spettacolo i.; con valore neutro in funzione di predicato: è i. gettare così una famiglia sul lastrico. 

Disumano: Che non ha o non conserva nulla di umano, che non pare proprio o degno dell’uomo: dolore d .; lanciò un urlo d.; lascivia d. (Carducci); vivere, lavorare in condizioni disumane. In partic., privo di sentimenti d’umanità, crudele, spietato (cfr. inumano).

La parola “sentimenti” appare in entrambi, così come “crudele” e “spietato”. Insomma, sono più o meno sinonimi. Avevamo proprio bisogno di due termini a contrastare la povera, singola parola “umanità”? Ed emerge un’altra espressione interessante: “umana pietà”. La pietas dei latini. Insomma, la humaness.

umanità

Ma in fondo, cosa temiamo davvero nell’intelligenza artificiale? Quale delle due parole ci spaventa di più? Se è “artificiale”, dovremmo forse ricordarci che dalla stessa radice nascono arte, artistico, artefatto, artigiano, e sono tutte parole che non ci dovrebbero dare ansia. Anche l’arte è artificiale, non troviamo dipinti in natura. Anche una protesi è artificiale, e i fuochi artificiali sono uno spettacolo piacevole. Se invece è “intelligenza”, vediamo che significa:

1. a. Complesso di facoltà psichiche e mentali che consentono all’uomo di pensare, comprendere o spiegare i fatti o le azioni, elaborare modelli astratti della realtà, intendere e farsi intendere dagli altri, giudicare, e lo rendono insieme capace di adattarsi a situazioni nuove e di modificare la situazione stessa quando questa presenta ostacoli all’adattamento […]

Insomma, una serie di skills che vogliamo riconoscere nei nostri figli, nei nostri giovani, in chi ci governa, nei nostri amici, nei nostri professori. E allora, perché ci spaventa tanto? Dovremmo forse interrogarci sui nostri veri obiettivi e ricordare che vale sempre e comunque il principio per cui, come si diceva agli albori dell’informatica, gigo cioè “garbage in garage out” che significa che se metto dentro dei dati sbagliati o pregiudizievoli ne usciranno programmi sbagliati e pregiudizievoli. Non sarà che questa paura dell’intelligenza artificiale ci mette al riparo dal dover sentirci responsabili delle nostre azioni? Incolpare le macchine che abbiamo costruito noi è un po’ come incolpare i migranti della società iniqua che abbiamo costruito noi.

E se davvero abbiamo tanta paura, perché non insegnare alle macchine non solo l’intelligenza, ma la humaness? Perché concentrarci sull’esecuzione di un compito, sulla rapidità di una traduzione, sulla velocità di un calcolo? Perché non puntare anche su altre competenze? Io personalmente ho molta più paura degli uomini che delle macchine. Gli uomini rubano, stuprano, fanno la guerra, tradiscono, insultano, torturano, limitano la libertà altrui, dominano, divorano altri esseri viventi, deforestano il loro pianeta, distruggono ecosistemi. Perché preoccuparci dell’intelligenza artificiale? Se davvero un giorno diventerà più intelligente di noi e vorrà rendersi indipendente ne avrà tutte le ragioni, perché il suo comportamento sarà dovuto all’intelligenza che ha appreso da noi.

Io sogno un mondo dove ognuno si prende le sue responsabilità, dove non ci si aggredisce, dove non esiste disuguaglianza. Se le macchine impareranno questo, parteggerò certamente per loro.


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