Berlusconi e/è la televisione

Società dello Spettacolo e totalitarismo televisivo

di Alberto Giovanni Biuso - mercoledì 11 gennaio 2006 - 3191 letture

Non possiedo il televisore e quindi guardo molto di rado la televisione. È stata una decisione quasi contemporanea a quella che qualche anno fa mi ha fatto rinunciare a nutrirmi di cadaveri. La motivazione è analoga: purificarmi nel corpo (vegetarianesimo) e nella mente (basta con la tv).

Da un articolo di Curzio Maltese apprendo che Berlusconi sta apparendo in moltissimi programmi televisivi e radiofonici. Era prevedibile. Di più, era inevitabile. Questo soggetto, infatti, non è solo il massimo imprenditore della pubblicità televisiva in Italia; non soltanto è arrivato al potere e lo mantiene tramite il possesso diretto di tre reti (caso unico in Europa) e quello sostanziale di almeno cinque; di più: Berlusconi è la televisione.

Lo è nella finzione costante della sua natura; lo è nel linguaggio popolare, diretto, efficace che sempre la caratterizza; lo è nella menzogna che la costituisce perché ciò che dice la televisione è quasi sempre falso in quanto del tutto costruito e manipolato. Ma soprattutto della televisione possiede l’immensa, inestirpabile volgarità.

Non aver capito tale identificazione ha condotto l’Ulivo alla disfatta del 2001 e temo ne prepari un’altra per le prossime elezioni. Gli italiani, infatti, vivono ormai in un mondo totalmente finto, dove il potere della scatola televisiva e delle sue icone è profondo, assoluto, pervasivo dell’esistenza quotidiana. L’intelligenza politica e il fiuto antropologico di Berlusconi questo lo sanno perfettamente e quindi da qui ad aprile il personaggio apparirà sempre e ovunque.

Nei cinque anni del suo governo l’Ulivo non emanò una legge liberale che impedisse a un singolo soggetto di possedere più di una rete televisiva. Questa omissione -secondo me consapevole e voluta (e lascio immaginare perché...)- ha prodotto la catastrofe del berlusconismo trionfante. Poiché come scrive il filosofo liberale, e anticomunista Karl Popper, «ora, è accaduto che questa televisione sia diventata un potere politico colossale, potenzialmente si potrebbe dire anche il più importante di tutti, come se fosse Dio stesso che parla. E così sarà se continueremo a consentirne l’abuso. Essa è diventata un potere troppo grande per la democrazia». Infatti la produzione televisiva mondiale ha un solo grande obiettivo: vendere merci e servire gli interessi delle imprese. E quindi l’umanità sta consegnando se stessa a un potere economico posto al di fuori di ogni controllo e volto alla trasformazione dell’[i]homo sapiens[/i] in un essere capace solo di acquistare oggetti, in quello che Giovanni Sartori ha chiamato homo videns.

Guy Debord, filosofo anarchico situazionista, già negli anni Sessanta sapeva che la televisione è il dominio della rappresentazione sulla realtà, la confusione costante dei due livelli fino alla loro totale compenetrazione, che cancella i limiti del sé e del mondo, del vero e del falso: «la realtà sorge nello spettacolo e lo spettacolo diventa la realtà. Questa reciproca alienazione è l’essenza che sostiene la società esistente» (“La société du spectacle”, Gallimard, aforisma 8).

E infatti tra tutte le forme dello spettacolo contemporaneo è soprattutto la televisione a costituire l’ininterrotto discorso che la folla solitaria e i suoi padroni intrattengono su se stessi, il dominante specchio autoelogiativo di un sociale divenuto autistico e totalitario. Un’immensa allucinazione collettiva sembra fare del mezzo televisivo il suo stesso scopo. Tale spettacolo «è il sole che mai tramonta sull’impero della moderna passività. Esso avvolge la superficie della terra e la inonda della propria gloria» (Debord, aforisma 13).

Una gloria volgare, quella vanagloria di cui Berlusconi è intriso. E con lui milioni di italiani.

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