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Benvenuti a casa nostra. E adesso?

25 storie di accoglienza, solidarietà, autonomia / a cura di Famiglie Accoglienti ; prefazione del cardinale Matteo Maria Zuppi. - Roma : Altreconomia Edizioni, 2025. - 160 p. - (Collana di libere scelte e stili di vita). - ISBN 978-88-6516-592-8.

di Lauriana Sapienza - lunedì 28 settembre 2026 - 388 letture

Tutto comincia con una frase che Matteo Salvini pronunciò nel 2018 con la soddisfazione di chi pensa di aver chiuso la partita: "Se ci tenete tanto, prendeteli a casa vostra." Era un insulto travestito da sfida, ma qualcuno ha deciso di prendere quelle parole sul serio. Antonella Agnoli, presidente di Famiglie Accoglienti, racconta la genesi dell’associazione con una semplicità disarmante: ci dissero di prenderli a casa nostra e noi l’abbiamo fatto, senza telecamere e senza palco, soltanto con le chiavi di casa in mano. Questo libro racconta quello che è successo dopo, ed è molto più scomodo di quanto il titolo rassicurante possa lasciar intendere.

Le venticinque storie sono organizzate in sezioni tematiche (Lavorare, Prendersi cura, Amare, Scrivere, Studiare), per ricordarci che chi arriva in Italia non è un problema da gestire ma una persona che vive, ama, studia e lavora. Leggendo storia dopo storia emerge un filo comune, fatto di carta: moduli, permessi, ricorsi e documenti che servono a ottenere altri documenti, in una burocrazia che sfianca già chi in Italia è nato e che, per chi arriva senza rete, senza lingua e senza un avvocato, diventa un test di resistenza psicologica più che un percorso di integrazione.

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Copertina di 25 storie di accoglienza, solidarietà, autonomia

Denis Kamya, arrivato dall’Uganda, ha attraversato il Mediterraneo per sentirsi chiedere 6.000 euro sul conto come condizione per iscriversi all’università, come se il diritto alla conoscenza fosse proporzionale al saldo bancario. "I media e i politici dimenticano la storia umana, che è sempre stata di movimento", osserva, e ha ragione, anche se il problema non è la smemoratezza ma la convenienza: dimenticare le valigie di cartone con cui abbiamo riempito le Americhe, il Belgio e l’Australia serve a costruire un’identità nazionale fondata sulla paura dello straniero, un’identità falsa e fragile ma elettoralmente redditizia.

Alagie Dibassey lascia il suo villaggio in Gambia a quindici anni perché vuole studiare, e arriva in Libia convinto di trovare lavoro, mentre trova un paese in cui gli immigrati vengono sfruttati, umiliati e perfino venduti. Ci resta per anni, finché un giorno, mentre aspetta in piazza che qualcuno lo ingaggi, viene caricato per errore su un’auto diretta alla costa, in uno di quei momenti in cui la storia decide per te. Una nave italiana lo salva nel Mediterraneo e a Como lo accoglie don Giusto della Valle; oggi lavora lì e ha una vita normale, costruita mattone su mattone. Il problema è che una storia così venga ancora raccontata come un’eccezione virtuosa, quando dovrebbe essere la regola.

La storia più disturbante del libro non ha bisogno di deserti né di oceani, perché si compie in un appartamento di Torino. Amaka arriva dalla Nigeria a vent’anni convinta di andare all’università e trova invece una cugina "madame", una trafficante che la rinchiude in casa e la costringe con la violenza a prostituirsi. Un passante italiano le scrive la richiesta d’aiuto sul retro di un biglietto del treno, mentre un altro la carica in macchina e, prima di portarla alla polizia, le chiede prestazioni sessuali; Amaka scappa anche da lui, finché una donna non la salva davvero. È una storia che non si presta né ai like del buonismo né alle semplificazioni dello scontro politico, perché ci dice che i predatori non hanno una nazionalità preferita e che il confine tra salvatore e aggressore può essere sottile come un biglietto del treno. Yvan Sagnet arriva in Italia come studente di informatica e finisce nella tendopoli dei braccianti stranieri alla periferia di Nardò, un luogo che lui stesso descrive come infernale "persino per l’Africa". Invece di tacere si fa portavoce dei lavoratori e denuncia il caporalato che permette alla grande distribuzione di vendere pomodori a prezzi competitivi grazie al lavoro semischiavo di persone senza alternative, ricordandoci che quelle conserve le compriamo noi. Il presidente Mattarella lo ha nominato Cavaliere della Repubblica, ed è sacrosanto, ma viene da chiedersi perché esistano ancora Rosarno, Borgo Mezzanone e tante altre Nardò, baraccopoli indisturbate sotto occhi che scelgono di guardare altrove.

Tre temi attraversano quasi tutte le storie. Il primo è la casa, perché chi è nero si sente dire "sei fuori target" oppure si vede chiudere la porta in faccia senza spiegazioni, al punto che qualcuno ha scoperto che farsi accompagnare da una donna bianca aumenta le probabilità di essere preso in considerazione: qui, il razzismo sistemico si somma al patriarcato. Il secondo è il mancato riconoscimento dei titoli di studio, che costringe medici, ingegneri e architetti ai lavori più umili in un paese che intanto lamenta la mancanza di competenze, con uno spreco clamoroso che è anche un’umiliazione sistematica. Il terzo è l’attesa infinita della cittadinanza, che lascia persone che vivono, lavorano, pagano le tasse e crescono figli italiani in attesa per anni di un documento che certifichi ciò che è già evidente.

Il libro non si chiude con un trionfo, e questo è forse il suo pregio maggiore. La storia di Fatoumata, che lascia l’università per problemi economici e finisce a fare le pulizie, non è una storia di accoglienza e autonomia ma di sopravvivenza e rinuncia. Resta aperta anche la questione dei tutori volontari, figure decisive in molte storie di cui però si sa pochissimo: quanti sono, come si diventa tutori, e perché nessuna campagna pubblica ne promuova il ruolo come si fa con i donatori di sangue o i volontari della protezione civile. Resta aperta, soprattutto, la domanda più grande: chi deve garantire i diritti? Le famiglie accoglienti? I don Giusto e le reti informali? La buona volontà individuale? Le navi ONG in mare? Come possiamo fidarci di uno Stato che dovrebbe garantire a tutti una casa, istruzione e un lavoro dignitoso e invece li trasforma in oggetti del contendere, in una guerra tra poveri? Siamo un paese che ha scritto nella Costituzione il diritto d’asilo, la dignità e l’uguaglianza, e che a quei principi ha risposto troppo spesso con porti chiusi, decreti sicurezza e retorica dell’invasione: questo divario è il vero tema del libro, e ci riguarda da vicino.


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