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Beccalossi, luci a San Siro

Ieri Beccalossi, il mito col numero 10 sulle spalle, se n’è andato. Mi piace pensare che abbia aspettato che l’Inter, la sua Inter, vincesse il 21° scudetto, per chiudere definitivamente bottega

di Giuseppe Pellizzeri - giovedì 7 maggio 2026 - 400 letture

Era uno di quei numeri 10 veri, antichi, quasi illegali per il calcio di oggi. Non quelli costruiti in palestra, col nutrizionista, il personal trainer e il mental coach. No. Beccalossi era un’altra cosa. Era genio e sregolatezza, talento puro e discontinuità, fantasia e sigarette, carezze al pallone e bestemmie dei tifosi quando decideva che la giocata più semplice era troppo volgare per uno come lui.

Dribblava come se non ci fosse un domani. E soprattutto come se gli avversari fossero lì non per fermarlo, ma per fargli da arredamento. Li guardava, li puntava, li saltava, a volte li irrideva pure, rischiando malleoli e caviglie, con quella leggerezza un po’ incosciente di chi sa che il calcio, prima di diventare industria, pressing organizzato e proteine in polvere, era solo gioia pura per gli occhi.

Il problema era che Beccalossi non sempre si presentava all’appuntamento con sé stesso. Quando c’era, illuminava il campo. Quando non c’era, lo cercavano tutti, anche lui. C’erano giorni in cui vedeva una traiettoria di passaggio larga come un’autostrada dove gli altri intravedevano appena un vicolo stretto. Poi, cinque minuti dopo, magari sbagliava il tocco più semplice, quello che manco il terzino coi piedi quadrati, facendo venir giù San Siro con santi e madonne appresso. Ma è proprio lì che stava il fascino.

Vinse meno di quanto il suo talento faceva prevedere. E questo, per uno così, è quasi scritto nel contratto non firmato dei fantasisti. Quelli che non si possono incasellare, che non entrano nei moduli, che non stanno comodi nelle lavagne tattiche. Quelli che se il mister dice «gioca semplice», loro annuiscono seri, poi entrano in campo e provano un tunnel a centrocampo al primo pallone.

Non giocò mai in Nazionale. Troppo individualista, troppo discontinuo, troppo Beccalossi. Ecco, appunto. Troppo Beccalossi. Peggio per chi non se l’è goduto. Peggio per chi cercava un soldatino e si tè trovato davanti un artista con le calze abbassate e la sigaretta metafisica nel destino.

E poi c’è quella storia dei due rigori sbagliati nella stessa partita. Una roba che avrebbe distrutto chiunque. Lui invece è diventato leggenda anche per questo. Perché solo certi giocatori riescono a trasformare una figuraccia in letteratura popolare. Paolo Rossi, interista fino al midollo e genio pure lui, ci costruì sopra un monologo meraviglioso, una specie di monumento comico alla fragilità umana. Perché, se ci vuole coraggio a tirare un calcio di rigore (De Gregori docet), ci vuole una forma superiore di incoscienza, dopo averlo sbagliato, a chiedere di tirarne un altro dopo pochi minuti e sbagliarlo ancora. Quella non è solo sfortuna. Quella è epica. È tragedia greca con la maglia nerazzurra.

Ieri se n’è andato un pezzo di quel calcio lì. Imperfetto, romantico, scostante, meraviglioso. Un calcio in cui il numero 10 non doveva per forza correre dodici chilometri, recuperare palla, fare pressing e sorridere allo sponsor. Doveva solo accendere le luci, bastasse anche solo una volta, bastasse anche solo un secondo, per illuminare San Siro.

Beccalossi apparteneva a quel calcio che si raccontava al bar, con il caffè davanti e le mani che disegnavano ancora il dribbling nell’aria. Un calcio fatto di domeniche lunghe, radioline accese, tutto il calcio minuto per minuto, maglie larghe, campi pesanti e fantasisti che potevano farti arrabbiare per ottantanove minuti e poi, all’improvviso, regalarti un pallone che valeva il prezzo del biglietto, della rabbia e pure della domenica rovinata.

E allora ciao Becca. Te ne vai portandoti dietro un modo di giocare, e forse anche un modo di sognare, che oggi sembra fuori tempo massimo. Hai sbagliato qualcosa, certo. Ma hai fatto sognare molto di più. E alla fine, per quelli come te, è questo quello che resta, non il conto esatto dei trofei, non le pagelle, non le statistiche messe in fila da ragionieri tristi. Resta quel momento in cui prendevi palla e tutti, anche solo per un istante, proprio tutti smettevano di respirare. Perché sapevano che in quel momento, in quell’esatto momento, le luci di San Siro si sarebbero accese ancora un’altra volta.


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