Bartolomeo Vanzetti e Nicola Sacco
Bartolomeo Vanzetti e Nicola Sacco furono giustiziati il 23 agosto del 1927 nel penitenziario di Charlestown, nel Massachusetts. Attendono ancora la riabilitazione...
Bartolomeo Vanzetti e Nicola Sacco furono giustiziati il 23 agosto del 1927 nel penitenziario di Charlestown, nel Massachusetts. Attendono ancora la riabilitazione, giacché, il proclama del governatore del Massachusetts Michael Dukakis nel 1977 non dichiara la loro innocenza, ma si limita a denunciare il clima di tensione e di fanatismo razziale entro il quale avvenne il processo. La sentenza fu la logica del pregiudizio verso gli anarchici e gli immigrati in generale. I fatti non furono appurati ma ignorati.
Gli Stati Uniti tra le due guerre mondiali erano scossi da violenze generalizzate; rapine, omicidi e delinquenza erano l’effetto dello sfruttamento padronale, per cui la causa fu ideologicamente proiettata sugli ultimi. La storia del capitalismo, è storia di abili e mediatiche proiezioni delle contraddizioni strutturali sui soggetti fragili al fine di deviare l’attenzione del popolo dalle cause strutturali del malessere sociale. Vanzetti e Sacco pagarono anche per il loro radicalismo: erano anarchici, credevano e lottavano per un sistema semplicemente umano. Pagarono per tutto questo e pagano ancora, in quanto su di loro grava l’accusa di rapina e omicidio. Lo stigma di anarchici e migranti era un marchio così rovente da condurre la “giustizia americana” ad ignorare le dichiarazioni di Celestino Madeiros che si assunse le responsabilità dei crimini imputati agli anarchici italiani. Nulla valse a fermare il processo. Le proteste di piazza e gli appelli sostenuti da scienziati e letterati come Bertrand Russell e Albert Einstein non sortirono effetto. La loro storia negli ultimi decenni si è obliata, non compaiono quasi mai nei testi di storia, mentre largo spazio è dato al caso Dreyfus per sostenere le politiche filoisraeliane. Il caso Sacco e Vanzetti è così oscurato e con esso la valutazione critica sulla giustizia degli Stati Uniti.
La battaglia per la memoria
La loro storia tragica ed eticamente eroica subì sin dalla loro esecuzione il tentativo di censura e di rimozione. Il parallelo tra la democrazia statunitense e il fascismo italiano è d’obbligo. In patria come negli Stati Uniti furono oggetto di “cultura della cancellazione”. Le oligarchie cercavano di obliterare le tracce dell’ingiusta sentenza, mentre il popolo americano e il popolo italiano cercavano di tenere viva la memoria per ottenere la riabilitazione. Le oligarchie statunitensi e italiane sono sotto questo aspetto accostabili. Il potere si difende dalla verità rimuovendola, in modo che il popolo, per loro semplice plebe, possa velocemente dimenticare. Nel Massachusetts subito dopo la loro esecuzione fu dato ordine di “bruciare” le pellicole che li ritraevano e i filmati di protesta del popolo americano. Furono bruciati nella carne e nelle immagini e l’odore di carne bruciata giunge fino a noi, ma lo spirito e le idee sono indistruttibili:
“L’america democratica è ancora scossa dall’avvenimento e si sta preparando ad una reazione concreta, realistica, razionale. Il governo del Massachusetts però ha paura e fa eliminare materialmente tutti i documenti riguardanti il caso. Non vuole che il mondo possa verificare a posteriori qual è stato il suo comportamento nel corso del processo, quali sono stati gli errori volutamente compiuti per colpire non dei comuni delinquenti, ma un’idea rivoluzionaria. In particolare vuole che tutti i filmati ripresi negli anni dal 1920 al 1927, nei quali appaiono scene delle manifestazioni a favore di <
Il capitalismo assume forme diverse, ma è uguale ovunque, mentre si teneva il lungo e tormentato processo, Mussolini alla ricerca di popolarità chiese clemenza. Con l’esecuzione e il ritorno a casa dei Vanzetti il regime mostra il suo vero volto. Gli anarchici sono sovversivi e, pertanto, la famiglia Vanzetti è perseguitata. Si coglie l’occasione per castigare e terrorizzare i nemici del fascismo. I Vanzetti cattolicissimi e borghesi sono trattati con sospetto. Si cercano documenti e di isolarli mediante le perquisizioni improvvise e illegali.
Si è alla ricerca di lettere e di documenti che la famiglia difende e nasconde, ma specialmente lo scopo è impedire che il caso divenga “occasione pubblica per pensare il potere nella sua lugubre e sanguinaria realtà”. La violenza di cui è vittima la famiglia Vanzetti è da monito a coloro che li sostengono nell’impegno della riabilitazione, i quali non possono che essere in odore di “opposizione”:
“A Villafalletto, Vincenzina Vanzetti e la sorella Luigia, non ancora riavutasi dallo stato depressivo causato dal triste avvenimento, con l’ausilio dell’impiegato comunale Carlo Villauri, iniziano il difficile ed impegnativo lavoro di riabilitazione di Bartolomeo tra la popolazione che quotidianamente sta loro accanto. Un lavoro organizzato, realizzato in modo spontaneo con i cittadini più aperti, quelli che del fascismo non ne vogliono sapere, quelli che sono disposti a pagare di persona per le giuste cause. L’abitazione e la bottega dei Vanzetti vengono più volte visitate dalla polizia dell’epoca che, facendosi forte dell’autorità, interviene in modo antiumano, senza alcun mandato di perquisizione, con il solo scopo di danneggiare la famiglia, di scoprire eventuali inesistenti legami tra Vanzetti ed i rossi sovversivi” [2].
Il senso della giustizia “acuisce l’ingegno” la sorella di Bartolomeo Vanzetti, Luigia, con uno stratagemma salvò le lettere, le quali furono ritrovate casualmente dopo la sua morte. Molti documenti furono salvati. Lo scopo era salvaguardare la memoria e attendere tempi più propizi per la riabilitazione. La tenacia di Bartolomeo Vanzetti era qualità di tutta la famiglia. I nipoti continuano, ancor oggi, l’impegno etico e storico in difesa della memoria di Bartolomeo Vanzetti. La memoria, e specialmente, un innato e pensato senso di giustizia sostiene, ancora, i loro sforzi, in quanto le ingiustizie che gli innocenti subiscono, se diventano patrimonio comune del popolo sono anticorpi contro la tracotanza nichilistica del potere:
La famiglia Vanzetti, in Italia, riceve altre visite inaspettate da parte della polizia fascista. Luigia, per evitare che le guardie del potere possano portargliene via, nasconde le tanto care lettere del fratello in un sacchetto di tela bianca, a sua volta rinchiuso in un altro sacchetto, e lo butta casualmente su un mobile. Vuole che nessuna le veda, neppure la stessa sorella Vincenzina e neppure coloro che si stanno battendo per la riabilitazione del fratello (rimarranno sul mobile fino al 1950, anno in cui Luigia morirà il 19 gennaio, e Vincenzina, disperata per averle perse, le ritroverà casualmente, durante la pulizia della stanza della sorella)” [3].
La microfisica della violenza è tentacolare. Per sospingere i famigliari verso la disperazione e spezzare interiormente la loro resistenza al potere, il quale non conosce giustizia, ma è capace solo di calcoli, si rende impossibile la vita quotidiana, la ricerca del lavoro fino ad attaccare il luogo della sepoltura. Il vandalismo vorrebbe annientare anche la tomba di Bartolomeo Vanzetti. L’incontro con l’anarchico dev’essere impossibile, poiché sulla sua tomba i suoi cari ritrovano la motivazione per resistere e gli oppositori possono ammirare l’uomo e l’anarchico che rigettò il potere in ogni sua forma. I fiori sparivano dalla sua tomba e con essi il portafiori. La famiglia non deve mai trovare pace, deve sentirsi assediata sempre, in modo che possa abbandonare ogni aspirazione alla giustizia:
“Poco alla volta le ostilità nei confronti della famiglia Vanzetti aumentano e, ad esclusione di pochi, la maggior parte della popolazione preferisce evitare il discorso del concittadino assassinato nello stato di Massachusetts. Addirittura in alcuni casi, piccoli atti di vandalismo fine a se stesso vengono a caratterizzare la tranquilla vita della cittadina: i fiori che con regolarità vengono portati sulla tomba di Bartolomeo immancabilmente spariscono ad opera di ignoti. Sparisce anche il portafiori” [4].
Nel secondo dopoguerra le pubblicazioni sono state numerose, e sicuramente, la vivacità politica del tempo ha sicuramente contribuito alla mole di pubblicazioni, ciò malgrado il potere con i suoi fedeli vassalli ha continuato la sua opere di censura. La RAI acquistò i diritti sul teledramma trasmesso negli Stati Uniti nel 1960. Solo nel 1977 sarà trasmesso. Il 1977 è l’anno del proclama del governatore degli Stati Uniti, pertanto si osa ufficializzare l’ingiustizia anche con la TV di stato. Sono trascorsi nel frattempo ben cinquant’anni:
“La Tv italiana acquista da Reginald Rose i diritti sul teledramma trasmesso negli Stati Uniti nel 1960. Il lavoro per la realizzazione è particolarmente impegnativo e porta via parecchi mesi; Sacco viene interpretato da Achille Millo, mentre il ruolo del pescivendolo di Villafalletto tocca a Franco Graziosi. La rete televisiva annuncia la messa in onda del teledramma per la fine del 1964, ma subito dopo rimanda la trasmissione, a data da destinarsi; in seguito assicura che provvederà a renderlo pubblico nel marzo 1965, ma ancora una volta viene <
Vanzetti e Sacco e il progetto anarchico
Di cosa ha paura il potere? B. Vanzetti ce lo racconta in una sua lettera. B. Vanzetti esprime ciò che N. Sacco non potrebbe che condividere. Furono compagni di lotta. Vanzetti fu un pensatore e, in carcere, lesse e si affinò la sua cultura politica ed umana. Egli credeva nell’umanità, era un ottimista, ma non in senso ingenuo. In ogni persona vi sono possibilità e qualità che il potere soffoca. Il dominio di classe sollecita solo lo sviluppo delle qualità più primitive e regressive dell’essere umano. Per risvegliare tali qualità è necessaria la lotta, e a volte la violenza contro i violenti. Per ritrovare la forza etica e combattere il dominio bisogna, prima di tutto, lottare interiormente contro l’egoismo che si materializza pienamente nella logica crematistica e dell’accumulo pecuniario. Essa annichilisce le passioni più nobili, è una forma di morte dello spirito che il potere persegue. Capitalismo e dominio coincidono con la morte. Solo la motivazione etica disinteressata rende autenticamente rivoluzionari e pone l’essere umano dinanzi a se stesso nella sua profondità interiore senza padroni e padrini che il cono del potere cerca di obliare:
“MIA CARA SIGNORA GLENDOWER EVANS:
Stavo proprio pensando a cosa avrei fatto dopo i lunghi giorni di prigione: mi dicevo: "Lavora un po’". Ma cosa? Scrivi. Una dolce figura materna mi è venuta in mente e ho sentito di nuovo la voce: "Perché non scrivi qualcosa adesso? Ti sarà utile quando sarai libero". Proprio in quel momento ho ricevuto la tua lettera. Grazie dal profondo del mio cuore per la fiducia nella mia innocenza; lo sono. Non ho sputato una goccia di sangue, né rubato un centesimo in tutta la mia vita. Una piccola conoscenza del passato; un’esperienza dolorosa della vita stessa mi avevano dato idee molto diverse da quelle di molti altri esseri viventi. Ma desidero convincere i miei simili che solo con virtù e onestà è possibile trovare un po’ di felicità nel mondo. Predicavo: lavoravo. Desideravo con tutte le mie facoltà che la ricchezza sociale appartenesse a ogni creatura vivente, così come era il frutto del lavoro di tutti. Ma questo non significa rubare per un’insurrezione. L’insurrezione, i grandi movimenti dell’anima, non hanno bisogno di dollari. Ha bisogno d’amore, luce, spirito di sacrificio, idee, coscienza, istinti. Ha bisogno di più coscienza, più speranza e più bontà. E tutte queste cose benedette possono essere seminate, risvegliate, coltivate nel cuore dell’uomo in molti modi, ma non con la rapina e l’omicidio per rapina. Voglio che tu sappia che penso all’Italia, così parlando, come famiglia universale, rivolgendomi a questo umile figlio, dirò che, per quanto mi richiedano i miei bisogni, i miei desideri e le mie aspirazioni, non ho bisogno di diventare un bandito. Mi piace l’insegnamento di Tolstoj, San Francesco e Dante. Mi piace l’esempio di Cincinnati e Garibaldi. La gioia epicurea non mi piace. Un piccolo tetto, un campo, qualche libro e del cibo è tutto ciò di cui ho bisogno. Non mi interessano i soldi, il tempo libero, l’ambizione mondana. E onestamente, anche in questo mondo di agnelli e lupi posso avere queste cose. Mio padre ha molti campi, case, orti. Commercia in vino, frutta e granai. Mi ha scritto molte volte di tornare a casa e fare l’uomo d’affari. Ebbene, questo presunto assassino gli aveva risposto che la mia coscienza non mi permetteva di fare l’uomo d’affari e che mi sarei guadagnato il pane lavorando il suo campo. E ancora: la lucidità mentale, la pace della coscienza, la determinazione e la forza di volontà, l’intelligenza, tutto, tutto ciò che fa sentire l’uomo parte della vita, della forza e dell’intelligenza dell’universo, sarà infranto da un crimine. Lo so, lo vedo, lo dico a tutti: non violate la legge della natura, se non volete essere infelici. Ricordo: era una notte senza luna, ma stellata. Siedo da solo nell’oscurità, mi dispiaceva, mi dispiaceva molto. Con il viso tra le mani ho iniziato a guardare le stelle. Sento che il desiderio dell’anima si allontana dal corpo, e ho dovuto fare uno sforzo per trattenerlo nel petto. Quindi, sono figlio della Natura, e sono così ricco. Che non ho bisogno di soldi. E per questo dicono che sono un assassino e mi hanno condannato a morte. Morte? Non è niente. L’abbominio è una cosa crudele. 1921. Carcere di stato di Charlestown” [6].
La lettera è esplicativa del sentire oceanico della vita e dell’ascolto di essa in ogni determinazione. Senza tale “radice prima” nessuna buona politica è possibile e nessun progetto è realmente rivoluzionario.
Il silenzio delle parole
Nicola Sacco e Bartolomeo Vanzetti, malgrado la violenza subita, non furono mai “vittime” del dominio, in quanto coltivarono la loro umanità fino alla morte e lottarono per l’umanità. Il dominio vuole e forma essere umani dediti unicamente al valore di scambio e, dunque, ricattabili. La loro statura etica resta pericolosa per il potere, poiché essi conservarono la loro umanità fino alla fine. Nicola Sacco e Bartolomeo Vanzetti attendono la riabilitazione e ciò è fondamentale per le nuove generazioni e per tutti, poiché l’ingiustizia patita da qualsiasi essere umano non cade in prescrizione. In questi tempi terribili e sanguinari che stiamo attraversando, invece, la prescrizione dei crimini commessi dal potere si accompagna spesso con la cancellazione della storia.
Un dato è palese, se valutiamo la storia degli Stati Uniti in modo olistico: il maccartismo non fu un eccezione, ma è una costante della democrazia statunitense che si acuisce nei periodi di crisi. Con la Setidion and Espionage Act del 1917 si represse ogni dissenso contro l’entrata in guerra degli Stati Uniti. Coloro che dissentivano, specialmente gli immigrati, furono marginalizzati, repressi e arrestati. Nel 1920 e nel 1924 vi furono vere retate contro i dissenzienti. Nel 1920 furono oggetto di repressione comunisti, anarchici e coloro che “fortemente criticavano il sistema”; nel 1924 furono vittime della retata gli immigrati di specifiche nazionalità al fine di limitare nuovi arrivi. La democrazia non fonda il dissenso, ma è il dissenso a fondarla.
Anche nel nostro tempo storico terribile, mentre si consuma l’eccidio palestinese, le Università statunitensi che hanno protestato per il sostegno al governo Netanyahu sono state tacitate con il taglio delle risorse finanziarie. Uno stato democratico che persegue una politica imperiale, non è una vera democrazia in patria come nelle relazioni internazionali. Il dominio presuppone, sempre, la persecuzione e la messa al bando degli uomini e delle idee che minacciano gli interessi imperiali e di classe. Si è liberi di protestare e di esprimere le proprie opinioni fin quando esse non contestano la struttura economica o scelte politiche strategiche per il dominio imperiale. A tutto questo ogni uomo di buona volontà si può opporre trasmettendo con il ricordo degli oppositori. Von esso si ravviva e si educa a conservare e a trasmettere il senso dell’umanità senza il quale ogni lotta e battaglia decade a semplice battaglia per il potere. Torniamo umani e lottiamo per mantenerci tali, è l’urgenza non riconosciuta del nostro tempo, solo in questo modo il “male non passerà”. Non possono bastare le parole pronunciate il 23 agosto 1977 a Boston dal governatore dello stato del Massachusetts:
“Io dichiaro che ogni stigma ed ogni onta vengano per sempre cancellati dai nomi di Nicola Sacco e Bartolomeo Vanzetti. Il processo e l’esecuzione di Sacco e Vanzetti devono ricordarci sempre che tutti i cittadini dovrebbero stare in guardia contro i propri pregiudizi e l’intolleranza verso le idee non ortodosse, con l’impegno di difendere sempre i diritti delle persone che consideriamo straniere per il rispetto dell’uomo e della verità”.
Le parole del Governatore nel 1977 non sono esenti da ambiguità, in quanto pur ammettendo l’ingiusto andamento del processo non dichiarano l’innocenza, ma la lasciano intuire. Il potere è sempre caratterizzato da interessi e dipendenze che gli impediscono di orientarsi pienamente verso il “bene”. Di altro valore sono le parole di Bartolomeo Vanzetti pronunciate Il 9 aprile 1927, giorno in cui si si riunì la Corte Superiore di Dedham, presieduta dal giudice Webster Thayer. Nelle sue parole non c’è la semplice difesa del suo caso, ma la valutazione sulla totalità del sistema. Il caso Sacco e Vanzetti è sintomatico, dunque, di un sistema sociale ed economico che ha fatto della forza la sua legge universale:
“Ho rifiutato di mettermi negli affari perché comprendo che essi sono una speculazione ai danni degli altri: non credo che questo sia giusto e perciò mi rifiuto di farlo. Vorrei dire, dunque, che non soltanto sono innocente di tutte le accuse che mi sono state mosse, non soltanto non ho mai commesso un delitto nella mia vita — degli errori forse, ma non dei delitti — non soltanto ho combattuto tutta la vita per eliminare i delitti, i crimini che la legge ufficiale e la morale ufficiale condannano, ma anche il delitto che la morale ufficiale e la legge ufficiale ammettono e santificano: lo sfruttamento dell’uomo da parte dell’uomo. E se c’è una ragione per cui io sono qui imputato, se c’è una ragione per cui potete condannarmi in pochi minuti, ebbene, la ragione è questa e nessun’altra”.
La cancellazione della memoria continua la sua corsa. Sono passati quasi cento anni dall’esecuzione e il sistema procede mediante rimozioni e banalizzazione della memoria. Rimuovere non significa solo “cancellare”, ma anche “ridimensionare” taluni eventi storici per svuotarli della loro radicalità critica. Spesso la memoria dei due anarchici la si associa all’italianità offesa e umiliata al fine di disorientare l’opinione pubblica spostando l’attenzione sull’italianità e non sulla testimonianza per la giustizia e per l’uguaglianza che i due martiri incarnano. La manipolazione della memoria e della storia si materializza in una pluralità di modi che bisogna smascherare.
La loro innocenza non è stata dichiarata e i loro nomi rischiano di oscurarsi nella logica del “politicamente corretto”. Ogni uomo e ogni donna di buona volontà può contribuire, affinché il caso “Sacco-Vanzetti” non si oblii nella chiacchiera disumanizzante del nichilismo senza speranza. Riaprire gli orizzonti della storia e volgersi verso il “futuro” significa “ricordare per portare nel nostro viaggio le esperienze umane di coloro che lottarono e morirono sul sentiero della giustizia, dell’uguaglianza e della libertà”.
Le parole di August Spies, uno dei martiri Chicago impiccato l’11 novembre 1887, anarchico accusato ingiustamente della strage, con altri sette, seguita allo scoppio dell’ordigno a Haymarket Square e prosciolto post mortem dalle accuse con gli altri accusati, sono parole universali, esse rappresentano compiutamente il senso dei martiri per la giustizia:
“Verrà il giorno in cui il nostro silenzio sarà più forte delle voci che strangolate oggi”.
A noi il compito di renderli vivi con l’impegno quotidiano, affinché giustizia e pace possano tornare ad essere oggetto di pubblica discussione.
[1] Luigi Botta, Sacco e Vanzetti, edizioni Gribaudo, 1978 pag. 137
[2] Ibidem, pag. 141.
[3] Ibidem, pag. 143.
[4] Ibidem, pag. 142.
[5] Ibidem, pag. 167.
[6] Nicola Sacco and Bartolomeo Vanzetti, The Letters of Sacco and Vanzetti, Pinguino classici
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