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BCE e immissione di liquidità nel sistema economico e produttivo.

Le preoccupazioni inflazionistiche appaiono come un retaggio di problematiche superate e diverse da quelle con cui oggi bisogna confrontarsi; occorre auspicare un ruolo della BCE in cui prevalga rispetto allo scopo di assicurare la stabilità dei prezzi quello di promuovere e dare impulso alla crescita economico-sociale dei popoli.
di Achille Gattuccio - mercoledì 20 maggio 2020 - 889 letture

IPOTESI DI INTERVENTO DELLA BANCA CENTRALE EUROPEA TRAMITE IL SISTEMA BANCARIO PER IL RILANCIO ECONOMICO E PRODUTTIVO.

Le mie riflessioni muovono dalla volontà di superare il “ripiegamento interiore” al quale sarei giustificatamente indotto dalla complessità e difficoltà delle questioni che la crisi sociale ed economica, collegata alla pandemia, sta ponendo.

È agevole constatare come la generale consapevolezza delle conseguenze devastanti sul tessuto sociale ed economico della pandemia in ambito europeo, con la sospensione di attività produttive, professionali, di lavoro in tutti gli Stati europei (al riguardo non posso che rinviare all’importante articolo di Mario Draghi, apparso sul “Financial Times” del venticinque marzo scorso) non ha ispirato una visione europea degli strumenti necessari per fronteggiare l’emergenza, potendosi al contrario constatare un contrasto tra indirizzi e proposte per risolvere le problematiche comuni: i principi di solidarietà invocati autorevolmente e la richiamata amicizia tra i popoli europei non hanno impedito posizioni conflittuali, prese di posizione erronee, pregiudiziale bocciatura di idee e propositi. Nondimeno l’autorevolezza del nostro Presidente della Repubblica Sergio Mattarella e del Presidente del Consiglio Giuseppe Conte è valsa, presumo, a determinare un diverso atteggiarsi della Presidente della BCE, Cristina Lagarde, nella correzione della iniziale, rovinosa, dichiarazione di indifferenza per la sorte dei titoli del debito italiano: per inciso, non è azzardato ritenere che la correzione di rotta sia stata determinata dalla opera e dalla presenza nel board BCE del rappresentante italiano Fabio Panetta.

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I richiami alla solidarietà europea ed il pericolo avvertito delle conseguenze politiche della denunziata indifferenza delle Istituzioni europee rispetto alla gravità delle conseguenze sociali ed economiche della pandemia hanno indotto ad introdurre alcuni interventi in favore degli Stati in difficoltà (con riguardo particolarmente all’Italia): lo stanziamento di cento miliardi per sostenere l’occupazione attraverso la cassa integrazione, l’utilizzo dei fondi strutturali europei, senza specifiche condizioni; si è pensato anche all’utilizzo del Meccanismo Europeo di Stabilità, mentre non è stata accolta la ipotesi di emissione di eurobond per una radicata diffidenza nei confronti degli Stati del sud-Europa ai quali non si è voluto consentire di coinvolgere, nei propri problemi di loro eccessivo indebitamento, gli Stati europei del nord.

Il complesso degli strumenti finanziari ipotizzati, apparentemente imponente, sarebbe tuttavia insufficiente a rimediare alle conseguenze economiche e sociali che la vastità e diversità della crisi in atto pongono drammaticamente, per cui si è affacciata la necessità di un diverso approccio con soluzioni innovative ed originali.

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Per inquadrare le questioni al meglio, è necessario distinguere tra interventi di sostegno per rimediare immediatamente alle conseguenze economico-sociali delle restrizioni imposte all’attività economica e produttiva dalla emergenza sanitaria ed interventi da programmare e mettere in atto per la ripresa delle attività stesse quando si sarà allentata la presa delle restrizioni applicate o quando il processo di superamento della pandemia consentirà di avviare contemporaneamente un’opera di ricostruzione del tessuto economico-produttivo e sociale.

Ai fini di un immediato sostegno alle attività economiche e per contrastare la disoccupazione, è stato consentito allo Stato italiano di indebitarsi ulteriormente, superando i vincoli del Patto di Stabilità, e di bilancio: ciò è valso per lo Stato centrale e per gli enti locali. In questo quadro si collocano gli interventi introdotti per il reddito degli autonomi e la estensione della cassa integrazione in deroga a tutte le imprese. Inoltre, a tutta la spesa sanitaria occorrente per fronteggiare la pandemia (assunzioni di personale sanitario, potenziamento delle strutture ospedaliere, acquisto delle strumentazioni per la cura e contro la diffusione del virus) si è fatto fronte con un maggiore, e più esteso, indebitamento.

Quindi, gli interventi per fronteggiare sono di due tipi, e, pur nella loro interdipendenza, possono essere distinti a seconda del momento della loro attuazione.

I primi interventi sono destinati alle conseguenze occupazionali immediate del blocco delle attività produttive e di lavoro e alla insostenibilità degli impegni economici delle imprese. A questi primi interventi il governo italiano ha fatto fronte con provvidenze, per quanto riguarda la perdita dell’occupazione, con il blocco dei licenziamenti e mediante l’estensione della cassa integrazione straordinaria a tutte le attività economiche e con il provvedimento introdotto per la liquidità in favore delle imprese. Tali interventi caratterizzati dalla necessità di immediatezza, destinati a ricoprire le perdite occupazionali e di ricavi economici causati dal blocco delle attività lavorative, nella loro impostazione, hanno però risentito del peso dell’indebitamento generale dello Stato italiano, cosicché si è fatto ricorso, per assicurare la liquidità necessaria al Sistema Bancario: per la cassa integrazione straordinaria è stato previsto che debba essere anticipata ai lavoratori beneficiari dalle banche, in attesa delle procedure di determinazione ed attribuzione del beneficio; l’apprestamento della liquidità alle imprese economiche, comprese le attività di lavoratori autonomi, è stato ugualmente attribuito al sistema bancario, incaricato di apprestare le risorse, con finanziamenti diversamente scaglionate nella misura a seconda dell’importo attribuibile (dal 100% di garanzia statale per finanziamento fino a 25.000,00 euro e con garanzia inferiore per importi superiori). Le percentuali inferiori di garanzia statale hanno comportato una partecipazione al rischio del finanziamento da parte del sistema bancario, per cui - nella tipologia dell’aiuto voluto come “immediato” - si è introdotto un ritardo indotto dall’inevitabile verifica del merito creditizio per ciascuna impresa, in contrasto con la ipotizzata urgenza degli interventi, che vanno ad aggiungersi ai ritardi collegati all’istruttoria burocratica degli interventi, nella quale le banche, pur in una posizione migliore dell’apparato amministrativo pubblico, non sono in una condizione avanzata, anzi, pur esse lamentano una debolezza strutturale.

Il paragone con gli interventi posti in essere da altri Stati europei investiti da analoghe problematiche (fermo delle attività produttive, perdita di posti di lavoro) diviene per l’Italia molto negativo, quando si consideri che altrove (Germania, Svizzera ed Inghilterra) gli interventi di pronto intervento sono stati realizzati secondo modalità estremamente sbrurocratizzate ed immediatamente, con risorse finanziarie nella concreta ed effettivamente urgente disponibilità dei beneficiari, lavoratori ed imprese.

Sui primi interventi posti in essere per la sopravvivenza delle attività di impresa e professionali si sono espresse, come detto, critiche sostanziali, legate sia alla loro insufficienza, sia alle modalità di realizzazione, sia ai ritardi burocratici nella effettiva erogazione. Avuto riguardo ai ritardi, gli aiuti probabilmente arriveranno in coincidenza con le scadenze fiscali, sospese anche a sostegno della liquidità delle imprese.

Va sottolineata la posizione di svantaggio delle attività produttive italiane rispetto alle corrispondenti attività dei Paesi dell’Eurozona, specie della Germania, i quali hanno potuto fare fronte alle urgenti necessità del loro apparato produttivo non con prestiti bancari, ma destinando con immediatezza risorse a fondo perduto, da non restituire.

Per il profilo delle regole della concorrenza e della competizione ciò comporta, a parte le ovvie conseguenze sull’occupazione e sociale, uno svantaggio per le imprese italiane sotto il profilo della competitività e una disarmonia rispetto all’efficacia dei provvedimenti a sostegno.

Per rimediare ad una situazione obiettivamente ingiusta, giustificata in realtà dalla diversa potenzialità economica tra gli Stati europei, non serve invocare correttivi, ancorandosi a princìpi di solidarietà che in economia, pur nella gravità delle situazioni, non funzionano: nella competizione economica finiscono con il prevalere gli interessi nazionali e la loro tutela da parte dei singoli governi (se non addirittura, in qualche caso, il tentativo di profittare di situazioni di debolezza altrui per sovrastare le esigenze e le difficoltà in altre nazioni). Per inciso, i provvedimenti introdotti sulla cd. “golden power” a proposito di tutela dei settori industriali italiani strategici non possono che leggersi in questo ambito, cioè come destinati ad evitare che la debolezza economica italiana, a sostegno del proprio apparato industriale e produttivo, possa essere sfruttata speculativamente per acquisizioni e prevalenze concorrenziali.

La difesa delle imprese ed in generale delle attività produttive potrebbe essere allora resa efficace, ponendosi in qualche modo rimedio alle disuguaglianze indotte dalla diversa potenzialità economica degli Stati europei, mediante lo strumento fiscale, il quale potrebbe servire a superare la “diversità di trattamento” consistente nella modalità di sostegno mediante prestiti, rispetto alle erogazioni a fondo perduto. Pur non risolvendosi in tal modo il problema della diversità dei tempi di erogazione, tuttavia lo Stato italiano potrebbe introdurre legislativamente una norma fiscale, la quale considerasse il prestito chiesto ed ottenuto per fare fronte all’emergenza, come un costo aziendale da dedurre nella tassazione a venire per intero e non soltanto relativamente agli interessi, come ordinariamente. Il vantaggio fiscale consistente avrebbe una logica ben precisa, poiché avvicinerebbe la provvidenza ottenuta all’impraticabile contributo a fondo perduto, rendendo alle imprese appetibile l’accesso ai prestiti, seppure i benefici non si manifestassero immediatamente. La logica di politica economica giustificherebbe appieno siffatta impostazione, tenuto conto che la richiesta di prestito sarebbe conseguenza di un blocco governativo delle attività produttive di reddito, che tale mancanza di produttività sarebbe conseguenza incolpevole per le imprese e non addebitabile ad esse; inoltre, servirebbe a rimediare, seppure parzialmente, alla asimmetria tra le provvidenze ottenute dalle imprese concorrenti di altri Stati europei, riconducendo tutti gli aiuti ad una logica di sistema europeo, seppure diversificato nelle modalità e nei tempi di attuazione.

Sulle prospettive di intervento per fare fronte alla crisi economica ha assunto un ruolo di fondamentale importanza la Banca Centrale Europea che, dopo una iniziale indifferenza, si è incanalata nella scia a suo tempo tracciata da Draghi con la manovra di quantitative easing, che è servita a dare spazio ed opportunità alla emissione di titoli di Stato, al contempo scoraggiando aggressioni speculative al sistema finanziario italiano. La BCE, come noto, ha previsto due interventi, un primo di trecento miliardi e l’altro più consistente di settecentocinquanta miliardi destinati all’acquisto di titoli emessi dagli Stati dell’eurozona e alle obbligazioni. Questa manovra ha già avuto in parte completa attuazione, dando ossigeno anche è principalmente alle finanze pubbliche italiane, mediante acquisto di titoli Btp nelle prime aste svoltesi durante la crisi. Questa manovra però non potrà protrarsi all’infinito, poiché è stata prevista una durata temporale, entro il corrente anno ed è stata stabilita una misura massima dell’intervento globale da potersi effettuare. Le necessità finanziarie per l’Italia di risollevarsi dalla crisi economica evitando la recessione e la possibile depressione sono già prevedibilmente superiori a quanto previsto, cosicché in mancanza di altri interventi massicci e generali, devono percorrersi altre vie che consentano l’immissione di risorse finanziarie ulteriori attraverso strumenti diversi da non ricollegare necessariamente all’intervento diretto ed esclusivo dello Stato.

Peraltro, è opportuno tenere conto sin d’ora di quanto recentemente deciso dall’Alta Corte tedesca, che è intervenuta sulla operatività della BCE mettendo in discussione la politica di acquisto di titoli di stato inaugurata nella gestione della presidenza Draghi. Se è vero che questo organo costituzionale non può condizionare in generale gli scopi perseguiti dalla BCE che possono essere sottoposti a limiti soltanto dalla Corte di Giustizia della Comunità Europea, come è già stato precisato da tale Corte, però indirettamente può condizionare la portata e l’efficacia degli interventi della BCE, imponendo linee di comportamento alla Banca Centrale tedesca che è azionista fondamentale della Istituzione bancaria centrale.

La BCE, durante la gestione di Mario Draghi, nell’ambito del quantitative easing, ha percorso altre vie che potrebbero essere riconsiderate nell’attuale situazione.

Sono anch’esse ispirate alla impostazione che nella già richiamata lettera di Mario Draghi è stata data quando egli ha considerato la necessità di mobilitare il sistema finanziario europeo attraverso le banche che sono in grado “di raggiungere ogni angolo del sistema economico e sono in grado di creare liquidità”. In passato, quando la BCE intervenne con il quantitative easing, acquistando titoli di Stato, si previde anche che questa effettuasse dei prestiti alle banche che li richiedessero, in una determinata quantità da utilizzare per ribaltarli nell’economia reale. Questa manovra, in aggiunta e collaterale all’acquisto dei titoli di Stato, non ebbe successo perché le banche che avrebbero dovuto esservi interessate, preferirono liberarsi dei titoli in loro possesso, risanando i loro bilanci, senza invero liberare risorse per l’economia delle imprese e delle famiglie che avrebbero dovuto sostenere di riflesso. Questa manovra di affiancamento al quantitative easing dovrebbe ora ripetersi per raggiungere lo scopo di fornire ad una economia in gravissima sofferenza le risorse necessarie per la ripresa. Dovrebbero superarsi, per muoversi in questa direzione, alcune obiezioni connesse con lo statuto e con gli scopi istituzionali della BCE, non dimenticandosi però che la BCE è l’unica istituzione che possa, nell’Eurozona, stampare moneta ed illimitatamente, con tutte le avvertenze dipendenti dal pericolo inflazionistico e di destabilizzazione della moneta.

Solo che lo scopo della BCE non è soltanto quello della tutela del sistema dei prezzi e della stabilità monetaria, ma deve anche preoccuparsi delle problematiche economico-sociali dell’Eurozona, le quali ultime - non sembri azzardato affermarlo - nell’attuale momento valgono quanto ed ancor più dello scopo istituzionale primario.

Lo statuto della BCE vuole che la sua attività sia autonoma dagli indirizzi politici degli Stati membri dell’Eurozona, ai quali quindi non è consentito di esprimere direttive operative, potendo svolgere soltanto valutazioni politiche sul suo operato. Questo profilo di operatività, che sta a sancire una indipendenza della Istituzione, potrebbe apparire negativo, ma nell’attuale momento assume un valore fondamentale perché consente alla Banca Centrale di non assecondare le spesso contrastanti visioni degli Stati europei ricompresi nella sua giurisdizione in un momento in cui essi hanno visioni non concordanti sugli strumenti da mettere in essere per rimediare alla crisi economico-sociale.

La Banca europea potrebbe fornire alle banche operanti nell’ambito dell’Eurozona risorse ingenti mediante prestiti che dovrebbero essere richiesti, quanto alla loro consistenza dalle stesse banche operanti nel territorio, sulla base delle esigenze della economia delle imprese e delle attività economiche espresse nel territorio stesso ed incanalate dalle banche, le quali andrebbero a svolgere un servizio di fondamentale importanza, peraltro nell’ambito di quanto già svolgono nel sistema dei pagamenti, sotto la vigilanza della Banca Centrale Italiana e della stessa BCE. In ciò consisterebbe quella auspicata mobilitazione dell’intero sistema finanziario che, sciolto dalle regole stringenti sulla potenzialità di far credito in regime ordinario, incanalerebbe nella economia reale risorse finanziarie calibrate sulla necessità della economia del territorio, sulla base di necessità determinate dalla crisi sanitaria, dalla chiusura delle attività produttive e dalla ulteriore perdita dell’occupazione.

Le risorse mobilitate ed impiegate servirebbero anche ad alleggerire le finanze statali dal peso di un ulteriore indebitamento poiché sarebbero le imprese e le attività economiche sovvenute dalle banche a restituire, a tassi di interesse di particolare favore i prestiti ottenuti, mentre lo Stato si farebbe carico, fornendo le garanzie pubbliche, della restituzione dei prestiti e di alleggerire il peso dell’indebitamento privato, ricorrendo alla manovra fiscale, quindi addossandosi fondamentalmente il peso della crisi economica.

Questo concetto di intervento dello Stato opportunamente articolato si riallaccia alla visione delineata nella importante lettera di Mario Draghi al “Financial Times” ripetutamente richiamata. È inevitabile che all’ipotesi di un massiccio e pressoché esclusivo intervento della BCE, adeguato alla enormità delle risorse finanziarie necessarie per la sopravvivenza della economia nell’Eurozona, si contrappongano controindicazioni, legate innanzitutto al pericolo di determinare un processo inflazionistico della moneta europea con conseguenze catastrofiche, come quelle alle quali si è dovuto far fronte specialmente nel periodo della ricostruzione post-bellica, cioè dopo le guerre mondiali.

Il discorso da svolgere è di indubbia difficoltà e complessità, per cui non può essere affrontato con soluzioni semplicistiche. Tuttavia, si può tentare un approccio che si basi sulla constatazione di una assoluta novità della situazione economica e sociale dipendente dalla pandemia e che si sforzi di distinguere tale situazione da quella scaturita dalle crisi post-belliche, che diedero luogo alla stessa creazione delle istituzioni e della strumentazione politica e giuridica adottata per contrastare l’inflazione, la quale inficia la stabilità dei prezzi.

Il suo contrasto essenzialmente motiva e definisce gli scopi primari della Banca Centrale Europea, che ha come scopo primario, in difesa dell’euro, moneta comune agli Stati della Eurozona, la stabilità dei prezzi, messa in pericolo quando le distruzioni dei mezzi di produzione conseguenti alla guerra avevano determinato una carenza di produzione e di beni rispetto alla massa monetaria il cui valore diminuiva in rapporto al valore dei beni disponibili.

Rispetto ad una svalutazione monetaria determinata dalla carenza della produzione e dei beni disponibili, l’attuale situazione di pandemia ha determinato una diversa ed inedita situazione che, che per impedire il contagio la produzione e le attività d’impresa sono state generalmente fermate, di modo che, nel momento in cui sarà necessario riattivare la produzione e le attività di impresa, non potrà porsi una questione di svalutazione monetaria, atteso che l’immissione di liquidità in abbondanza e almeno sufficiente servirà ad assicurare la ripresa di quelle attività produttive preesistenti, interrotte a causa dell’emergenza sanitaria.

Non è un caso che, prima che intervenisse la pandemia, una preoccupazione costante della politica monetaria ispirata da Draghi fosse quella di contrastare la minaccia della deflazione e che la BCE si riproponesse di portare la misura dell’inflazione ad un parametro ideale del 2%, esprimendo la consapevolezza che la moneta in circolazione dovesse adeguarsi alla più che sufficiente produzione di beni e servizi nell’ambito delle economie dell’Eurozona. In questo quadro le preoccupazioni inflazionistiche appaiono come un retaggio di problematiche superate e diverse da quelle con cui oggi bisogna confrontarsi, per cui non è irragionevole, in questo momento, auspicare un ruolo della BCE in cui, come si è forse già detto, prevalga rispetto allo scopo di assicurare la stabilità dei prezzi quello di promuovere e dare impulso alla crescita economico-sociale dei popoli rispetto ai quali l’Istituzione ha giurisdizione, cioè ha un ruolo nella elaborazione ed attuazione della politica monetaria.

La BCE, come è noto, non può subire indicazioni e direttive dagli Stati europei: essa può promuovere dinanzi al parlamento europeo raccomandazioni e, di converso, può essere destinataria di impulsi che ne esaltino il ruolo, oggi necessario, di sostegno e di contrasto alle conseguenze economiche e sociali della pandemia; specialmente quando si manifestino visioni diverse e volontà diverse rispetto agli strumenti che le i governi dei singoli stati e le forze politiche che compongono il Parlamento Europeo non convergono univocamente su scelte condivise, ma si esprimono invece in direzioni diverse e spesso contrastanti.



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