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Assessore condannato, una lezione per la città

Di questi problemi in Italia si parla da anni, ma i partiti, con qualche eccezione, finora non ci hanno sentito da quest’orecchio.

di Antonio Carollo - martedì 12 giugno 2012 - 3753 letture

A Viareggio un assessore è stato condannato a tre anni e sei mesi di reclusione per bancarotta fraudolenta risalente a un tempo precedente alla sua immissione in carica. Le presenti considerazioni mi sembrano applicabili in tantissimi altri casi similari.

Ho rispetto per il dramma umano che vive un condannato in primo grado per presunti reati che non hanno comportato danni fisici alle persone. La cronaca è ricca di ribaltamenti di giudizi in sede d’appello. Per il momento sembra che le prove di colpevolezza a carico dell’ex assessore Athos Pastechi ci siano, vista la condanna del Tribunale. Non per questo però è giusto e civile scatenare gli istinti più riposti e insultare senza ritegno una persona che lotta per il proprio onore e per la propria esistenza. Questo vale anche, Dio non voglia, per il caso di condanna definitiva, che personalmente non auguro ad Athos Pastechi.

Detto questo, nel prendere atto positivamente delle dimissioni di Pastechi da assessore, mi sento di rivolgere un appello, anche per la mia esperienza amministrativa in Comune e in Provincia, ai politici di tutti i partiti della nostra città affinché facciano in modo che non si ripeta per il futuro una situazione di questo genere. La condanna giudiziaria di un amministratore in carica per una città è come un trauma per una persona fisica. Fa male. Fa male alle sue identità e immagine nel mondo, specie se si tratta di una città illustre come Viareggio, carica di memorie storiche, artistiche, turistiche e civili di prim’ordine.

Si può obiettare che nel caso di Pastechi i fatti addebitati non riguardano la gestione della cosa pubblica, ma è indubbio che nell’immaginario collettivo una condanna è una condanna, non si sta a sottilizzare. Per evitare questo c’è una semplice precauzione da prendere al momento della formazione delle liste dei candidati consiglieri e della nomina della giunta comunale: non includere persone indagate o rinviate a giudizio; analogamente chiedere con fermezza le dimissioni del consigliere, dell’assessore, del sindaco in caso di rinvio a giudizio durante il mandato. Ci vorrebbe un patto di gentiluomini tra politici e partiti. Non una cosa trascendentale.

Di questi problemi in Italia si parla da anni, ma i partiti, con qualche eccezione, finora non ci hanno sentito da quest’orecchio. Adesso le cose sono cambiate. Il gradimento dei partiti è prossimo a zero. Se non riescono a percepire neanche in questi frangenti le ragioni di un radicale cambiamento nei modi di concepire la politica e di mandare avanti la propria azione è lecito temere un possibile collasso della struttura democratica della società.


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