Arrivederci Fal, fratello di terre lontane
Oggi Fal è venuto a salutarmi. Finisce la stagione estiva e lui riparte.
Lo conosco da almeno trent’anni e dovrei esserci abituato. Ogni estate arriva, ogni estate se ne va. In mezzo ci sono domeniche di sole, cappelli impilati sulla testa, borse appese ovunque, la sua andatura caracollante tra gli ombrelloni, qualche battuta, una stretta di mano. Poi arriva settembre, Fal raccoglie la sua vita e torna dall’altra parte del mare. Dovrei esserci abituato, appunto.
Invece oggi, mentre lo guardavo andare via, mi si è stretto qualcosa dentro. Sarà la fine dell’estate, che a una certa età assomiglia maledettamente al tempo che passa. Sarà Fal, che non si lamenta mai e riesce a raccontarti una vita faticosa con la stessa naturalezza con cui io potrei lamentarmi perché il mare è mosso o perché la birra non è fredda abbastanza. Sarà che sto invecchiando anch’io.
Fatto sta che quando l’ho visto avviarsi verso la ferrovia mi è venuto addosso un magone che dal cuore ha provato a salire fino alla ragione, forse in cerca di una spiegazione, ma deve essersi perso per strada. È ancora lì, da qualche parte, e non sembra avere nessuna fretta di andarsene.
L’ho guardato affrontare lentamente la salita che dalla spiaggia porta verso la ferrovia, e mi è sembrato che in quella salita ci fosse tutta la sua vita. Quarant’anni di Sicilia, estati trascorse sotto un sole che per noi significa vacanza e per lui lavoro, treni presi con il corpo stanco, notti a Catania e pasti rimandati a quando si arriva.
Ma è quella sua mitezza che ogni volta mi spiazza. Fal non sembra avere conti da presentare alla vita. La prende come viene, se la carica sulle spalle insieme ai cappelli e alle borse e continua a camminare. Non so se sia rassegnazione, saggezza o semplicemente il modo che ha trovato per attraversare gli anni senza farsi schiacciare da loro, proprio non lo so. So soltanto che oggi quel magone chiedeva udienza.
Arrivederci, amico mio. Spero davvero di vederti spuntare da dietro quegli ombrelloni per tante estati ancora, con la tua improbabile pagoda di cappelli sulla testa e il tuo bagaglio appeso al corpo.
Tu continuerai probabilmente a salutarmi sorridendo, come hai sempre fatto, e io continuerò a guardarti andare via con quel piccolo senso di colpa che ogni tanto si fa strada e viene a ricordarmi che tu ed io siamo fratelli, soltanto che alla distribuzione delle vite abbiamo pescato due biglietti molto diversi.
Oggi, mentre salivi verso la ferrovia, avrei voluto alleggerirti almeno per un tratto di tutta quella roba che ti accompagna. Poi ho capito che il peso più grande non lo porti addosso, lo porti dentro. Così sono rimasto a guardarti. Vai piano, Fal, amico mio. E vedi di tornare.
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