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Matteo Messina Denaro è stato arrestato

Latitava dall’estate del 1993, Matteo Messina Denaro. Non è un anno casuale: è l’anno delle stragi di Roma, Firenze e Milano, l’anno stragista di Cosa nostra che seguiva quello degli omicidi eccellenti del 1992

di francoplat - lunedì 16 gennaio 2023 - 2918 letture

Finisce dopo trent’anni la latitanza di Matteo Messina Denaro, arrestato questa mattina dai Ros a Palermo, presso la clinica privata “La Maddalena”, dov’era in cura da circa un anno. Il superlatitante non avrebbe cercato di nascondersi alla vista degli uomini del raggruppamento speciale, supportati dal Gis e dai comandi territoriali. Bloccato dai militari che avevano preso d’assalto l’edificio, avrebbe risposto «sono Matteo Messina Denaro», consegnandosi ai carabinieri. Dopo l’arresto, il capomafia di Castelvetrano (TP) è stato condotto in una località segreta, in un carcere di massima sicurezza. A coordinare l’inchiesta che ha posto termine alla latitanza del boss è stato il procuratore di Palermo, Maurizio de Lucia, coadiuvato dal procuratore aggiunto Paolo Guido.

Era malato, ‘u Siccu, aveva già subito due operazioni, una a Marsala e l’altra a Palermo, una per un cancro al fegato e l’altra per il morbo di Crohn e lunedì mattina era previsto un day hospital per un ciclo di chemioterapia. Proprio le condizioni di salute e un lento lavoro di investigazione, a partire dai dati sui malati oncologici del sistema informativo della centrale nazionale del ministero della Salute, hanno consentito di fermare la trentennale latitanza del padrino di Castelvetrano. Nessuna delazione, a quanto pare, nessun collaboratore di giustizia avrebbe portato i Ros alla clinica “La Maddalena”, ma l’aver rinvenuto tra i malati di tumore un nome e cognome, Andrea Bonafede, nipote di un fedelissimo di Matteo Messina Denaro. Ma il vero Andrea Bonafede, il giorno dell’intervento, si trovava da un’altra parte, come è emerso da alcune intercettazioni, e non in quell’ospedale: evidentemente, il nome era una copertura per qualcun altro. Da qui, la pista da seguire sino al ciclo chemioterapico che ha incastrato il mafioso.

Latitava dall’estate del 1993, Matteo Messina Denaro. Non è un anno casuale: è l’anno delle stragi di Roma, Firenze e Milano, l’anno stragista di Cosa nostra che seguiva quello degli omicidi eccellenti del 1992, quello che precedeva il fallito attentato del 1994 allo stadio Olimpico, quello che si incunea nella cornice politica del passaggio dalla prima alla seconda Repubblica e, last but not least, nella nebulosa e inquietante vicenda della trattativa. Già vaporizzato nella latitanza, Messina Denaro scriveva alla fidanzata del tempo, Angela, dicendole che avrebbe sentito parlare di lui, che lo avrebbero dipinto come un diavolo ma che non avrebbe dovuto prestare fede a quelle falsità.

Falsità, scrisse il boss trapanese. Di fatto, la giustizia italiana l’ha condannato all’ergastolo come mandante ed esecutore delle stragi del 1993 e, in via non definitiva, per quelle del 1992, oltre che per decine e decine di omicidi, tra i quali quello del piccolo Giuseppe Di Matteo, strangolato e sciolto nell’acido dopo due anni di prigionia, o quello dei fidanzati Vincenzo Milazzo – capo della cosca di Alcamo sempre più insofferente al potere corleonese – e Antonella Bonomo, incinta di tre mesi quando fu uccisa dallo stesso Messina Denaro. Della quantità di morti per sua mano, come mandante e come esecutore, gli investigatori ne hanno contabilizzati una settantina e lo stesso boss non faceva mistero di questa feroce disposizione all’omicidio: a un amico fidato, avrebbe detto che con le persone che aveva ammazzato avrebbe potuto fare un cimitero. Del resto, la carriera criminale dell’ex latitante – a 14 anni sapeva già sparare – ha goduto, se così si può dire, dei favori di un contesto famigliare di solida fede mafiosa. Il nonno, Salvatore, fu uno dei superstiti della repressione del prefetto Cesare Mori durate il ventennio fascista, mentre il padre, Francesco Messina Denaro o don Ciccio, era capo del mandamento di Castelvetrano nei primi anni Ottanta, al tempo della guerra di mafia che portò i Corleonesi al potere. E don Ciccio era alleato di questi ultimi. Fu lo stesso Totò Riina a dire che Matteo Messina Denaro gli era stato affidato dal padre e a vantare le qualità di “Diabolik”, come il boss appena arrestato amava farsi chiamare.

Boss più moderno degli altri latitanti pluridecennali a capo di Cosa nostra che lo hanno preceduto. Classe 1962, vestiti di lusso, cibi raffinati, niente giacche troppo larghe come Riina, il suo padrino, niente cicoria e ricotta, il pasto di Bernardo Provenzano quando fu preso in un covo di pastori, e niente Bibbia. Un fimminaro, secondo le cronache, con pochi scrupoli e una lucida intelligenza criminale che lo ha portato ai vertici del sistema mafioso e che gli ha consentito di vestire i panni della Primula rossa per un trentennio. Era a Roma, nei primi mesi del 1992, a seguire Falcone e l’allora ministro della Giustizia Claudio Martelli, nella prospettiva di eliminarli; prospettiva poi saltata perché Riina, consigliato da altri secondo la testimonianza del collaboratore di giustizia Salvatore Cancemi, avrebbe optato per una diversa modalità esecutiva della strage, quella cioè del tritolo posto sull’autostrada Palermo-Punta Raisi. E il nome di Messina Denaro, come si è detto, si associa, l’anno successivo, a quello delle stragi di Roma, Firenze, Milano, che hanno ucciso dieci persone, ne hanno ferite un centinaio, al di là dei danni provocati al patrimonio artistico nazionale.

Era nelle stanze che contano, l’uomo arrestato lunedì mattina, era nei luoghi nei quali si definì la stagione torbida e tuttora poco chiara delle stragi e delle relazioni ancora più torbide tra politica e organizzazioni criminali. Era uno dei cinque superlatitanti in cima alla lista dei ricercati dal “programma speciale di ricerca” del gruppo interforze, il G.I.I.R.L. (Gruppo integrato interforze per la ricerca dei latitanti). Non a caso, appunto. Non solo in virtù della crudeltà e dell’ampiezza della sua carriera criminale, ma anche in relazione a ciò di cui il padrino trapanese è stato testimone. Nei prossimi giorni, gradualmente si chiariranno alcuni degli aspetti che lo hanno condotto in carcere, così come, esaurito il carnevale retorico delle auto-celebrazioni politiche e digerito il pantagruelico pasto di informazioni mediatiche, inizieranno a farsi largo le domande importanti. Chi lo ha aiutato in questi anni a muoversi nella propria regione senza che fosse individuato dagli inquirenti? Che cosa dirà il boss di quella stagione torbida? I segreti che, secondo molti testimoni di giustizia, conserva e che, forse, gli hanno consentito di latitare per decenni, resteranno chiusi nell’animo del mafioso o diventeranno parte integrante di un percorso di lenta o più repentina collaborazione con la giustizia italiana? Subirà il carcere duro o godrà di quella ventata di garantismo sollecitata da più parti con l’obiettivo di porre fine all’ergastolo ostativo?

Sarebbe sciocco e insulso vaticinare su tali questioni. Tuttavia, è possibile avanzare qualche ipotesi. È poco probabile che Matteo Messina Denaro decida di collaborare con la giustizia. Non lo hanno fatto i suoi predecessori illustri, in altri tempi, tempi più duri nei confronti della violenza mafiosa, tempi nei quali le ferite allo Stato e la volontà di quest’ultimo di rispondere si accompagnavano a una più diffusa e generalizzata sensibilità nei confronti della questione delle organizzazioni criminali e del pericolo da esse rappresentato. Oggi, per tante ragioni già ampiamente dibattute su queste stesse pagine, Cosa nostra e le consorelle mafiose di antica origine paiono fantasmi alla pari di Messina Denaro, non toccano le sensibilità, non sollecitano risposte anche solo estemporanee nei loro confronti. E questo clima di disarmo della coscienza e degli animi è certo favorevole al silenzio stesso dell’ex latitante. Soprattutto se il dibattito intorno alla legittimità del carcere duro proseguirà sulla strada nel quale, da qualche anno a questa parte, si è incanalato, se da tanti e diversi fronti si opporrà alle ragioni del rigore dell’ergastolo ostativo nei confronti di chi non si muova sul piano della collaborazione quelle della necessaria maggior mitezza della pena, di una maggiore, per così dire, umanità. Il contesto è favorevole a Matteo Messina Denaro, il quale, probabilmente, si trincererà dietro un silenzio carico di speranza nel futuro. La speranza di veder attenuato il rigore carcerario del 41bis, innanzitutto, la speranza di trovare supporti pagati con il suo silenzio, la speranza di non dismettere la sua esistenza criminale dietro le sbarre di una cella.

Ipotesi, nient’altro. Ciò che è certo è che il padrino della provincia trapanese è stato arrestato e che, stando alle dichiarazioni rilasciate dal procuratore palermitano Maurizio de Lucia nella conferenza stampa pomeridiana, le sue condizioni di salute non sono incompatibili con la detenzione carceraria. Sarà importante nei prossimi mesi capire quale strada intraprenderà l’ex latitante e quale strada intraprenderanno la politica e la società italiane, se ci si accontenterà, cioè, dell’esultanza momentanea di un arresto eclatante o se si sceglierà, invece, la strada di una lotta seria, collettiva e continuativa per rimuovere le ombre, le tante ombre dalla storia di questo Paese e per non cedere alla tentazione illusoria di credere che con Mattia Messina Denaro vadano in cella le nostre complicità e la nostra indifferenza apatica o le ingloriose complicità con il padrino di Castelvetrano e i suoi sodali mafiosi.


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