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Ariaferma, un film di Leonardo Di Costanzo

Drammatico - Italia, Svizzera, 2021, 117’ con Toni Servillo, Silvio Orlando, Fabrizio Ferracane, Salvatore Striano, Roberto De Francesco, Pietro Giuliano

di Piero Buscemi - mercoledì 8 settembre 2021 - 1098 letture

Quanti messaggi sociali contiene il film di Leonardo Di Costanzo, presentato in questi giorni fuori concorso alla 78° Mostra del Cinema di Venezia? Il regista ischitano, apprezzato documentarista, votato al cinema e che a Venezia era stato già protagonista con L’intervallo nel 2012, prova e sicuramente riesce a mettere lo spettatore davanti alle contraddizioni della società di oggi, tra discriminazioni, rivendicazioni razziali e l’utopia di una libertà che non si riesce neanche più a descrivere.

Ariaferma è un film sui rapporti umani, su quei contatti quasi telepatici che fanno degli esseri umani un’unica contraddittoria umanità, spesso illusa di poter trovare ancora delle differenze, non solo etniche e culturali, ma di ruoli che finiscono per confondersi e fondersi annullando qualsiasi posssibilità di netta distinzione.

Di Costanzo sceglie le carceri italiane, nel dettaglio i luoghi delle riprese sono state scelte in Sardegna nel sassarese, caratteristico per quelle cime naif quasi disegnate su uno sfondo di cielo annuvolato a completare la drammaticità della storia raccontata dalle immagini.

All’interno di queste mura carcerarie, degli uomini sono costretti a rimanere in contatto in attesa di un trasferimento e di una chiusura che forse non si realizzerà mai. Da una parte le guardie carcerarie, coordinate dal decano del gruppo interpretato da Toni Servillo, confuse da un senso di abbandono e nel contempo del dovere che sembra non solo contradditorio, ma anche fuori luogo. Dall’altra un gruppo di carcerati provenienti da diversi strati sociali, affascinati dal carisma di uno di loro, misterioso e accattivante Silvio Orlando in una delle sue migliori interpretazioni.

Costretti, come abbiamo accennato, a condividere uno spazio ristretto, tra momenti di vitto e ore d’aria, questi due gruppi apparentemente divisi si ritroveranno a fare i conti con la necessità di trovare un punto di contatto per cercare una logica di vita che li possa accomunare in una situazione bizzarra che sono costretti ad accettare.

La fotografia la fà da padrone per tutta la durata del film. Quei colori metallici che illudono lo spettatore in un freddo bianco e nero, metafora di rapporti umani sottovalutati e denigrati. Quegli spazi eccessivi, troppo, dove perdere la sicumera e l’arroganza di un ruolo di potere e di violenza, mai manifestata se non oltre il tono della voce che si alza e si abbassa per dettare i tempi della conversazione. Il sottofondo di un ritmo sincopato di percussioni, alternate da nenie in dialetto, tra il napoletano quasi dominatore della scena e quei canti popolari sardi che completano un palcoscenico da anfiteatro che monopolizza quasi tutte le sequenze del film.

Il film di Di Costanzo ha la capacità di risvegliare un ottimismo ed una voglia irrefrenabile di esternare la propria umanità. Un modo singolare di mettere lo spettatore davanti alle proprie paure, che sono quelle dei personaggi, superabili solo a condizione di accettare di doverle condividere e rispettare reciprocamente.

Le interpretazioni dei due protagonisti principali, Servillo e Orlando, volutamente non adombrano quelle degli altri personaggi. Le esaltano e le sostengono con il compito fondamentale di trasmettere il messaggio di altruismo e solidarietà che il regista non prova mai a nascondere in tutta la durata del film. Già in una delle scene iniziali, La Gioia (Silvio Orlando), evidenzia ad un integerrimo capo delle guardie Gaetano Gargiulo (Toni Servillo) come l’eventuale differenza tra chi è in carcere e chi crede di non esserci diventa difficile da distinguere.


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