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Apocalisse e post-umanesimo

E’ il titolo del convegno voluto da Pietro Barcellona che si è svolto il 19-20-21 ottobre nell’aula magna della facoltà di Giurisprudenza dell’università di Catania

di Pina La Villa - domenica 22 ottobre 2006 - 6009 letture

Apocalisse e post-Umanesimo

Si è concluso a Catania il convegno su “Apocalisse e post-Umanesimo” organizzato dal Centro Braudel e dal dottorato di ricerca in “Profili della cittadinanza nella costruzione dell’Europa”, svoltosi nei giorni 19-20 e 21 ottobre, nell’aula magna della facoltà di Giurisprudenza, in Via Crociferi.

Dietro questo titolo alcune delle questioni più urgenti del nostro tempo, che impegnano le riflessioni di molti studiosi e in primo luogo di Pietro Barcellona, direttore del Centro Braudel e docente di filosofia del diritto a Catania, autore di libri come Critica della ragione laica, Il suicidio dell’europa. Dalla coscienza infelice all’edonismo cognitivo, La strategia dell’anima, che ha voluto questo convegno impostandone i temi di fondo e chiamando a discuterne diversi studiosi.

Poca accademia: qui il sapere non ha pensato se stesso, come spesso accade, ma ha cercato di capire la realtà di oggi utilizzando da un lato le ricerche documentate e dense degli esperti, e dall’altro tutti gli strumenti del sapere filosofico per pensarli, comprenderli, per tentare di comporre un’immagine del nostro tempo che non ne nasconde la “complicazione” e anzi la assume come sfida necessaria.

Difficile tentare una sintesi degli interventi e dei temi affrontati. Del resto, come ha detto Pietro Barcellona chiudendo i lavori, non a una conclusione si è mirato, ma a formulare delle domande e soprattutto a suscitarle nei giovani, numerosi, presenti al convegno.

Tento quindi, scorrendo i miei appunti, di rilanciare solo alcune delle suggestioni che sono emerse dal convegno, cercando anche di tradurre dal lessico filosofico altamente formalizzato usato da molti relatori.

Globalizzazione - cioé nuove modalità produttive, di scambio e di redistribuzione delle ricchezze -, nuove tecnologie, guerra infinita, scontro di civiltà e religioni: questo lo scenario. Da alcuni dei relatori analizzato nei suoi vari aspetti, da altri tenuto sullo sfondo per una ridefinizione di termini come filosofia della storia, tempo, spazio, apocalisse, catastrofe, guerra, religione, etica, estetica.

Cercando di non perdere di vista il fatto che tutte queste che in fondo sono generalizzazioni, riguardano da vicino ognuno di noi: su di noi gli effetti e le trasformazioni indotte da questo scenario, a noi la responsabilità di riflettere, di resistere, di decidere: insomma di complicarci la vita, come ha detto in conclusione Pietro Barcellona (commentando, per i più giovani, che più si complica meglio si sta).

Come si è visto infatti nelle analisi presentate al convegno ,forse soffriamo di troppa semplificazione, dell’assenza di limiti e confini, siamo appiattiti sul presente e sull’indifferenziato, “esonerati dal viaggio”, (Fabio Merlini, Ipocrisie del multiculturalismo) e le nostre malattie sono inedite e pubbliche, sociali. Malde Vigneri, psicoanalista e docente all’Università di Palermo, ci ha parlato di amore ossessivizzato, di marginalità (le nostre vite sono tutte border-line) di privazione dell’autonomia identitaria che porta a usare il corpo come oggetto (la chirurgia plastica), per non parlare dell’aumento delle crisi di panico (angoscia psicotica di sparizione nello spazio), di burnout (assenza del senso dell’esistenza, o, per usare le parole della relatrice, di “abisso demotivazionale”).

Ecco il compito per il post- umanesimo, offrire strade diverse a un’umanità che deve venire, che si sta formando in questo scenario. Schematizzo arbitrariamente quelle che secondo me sono alcune possibilità emerse dal dibattito.

La decostruzione linguistica: dice Vincenzo Vitiello (Religione e (è) nichilismo) che la logica della terza persona – egli è, il mondo è, Dio è, il nulla è - è la logica della necessità. Ecco perchè religione e nichilismo sono la stessa cosa. Invece la logica della prima persona è quella della realtà. Nella realtà l’io e il tu che si fronteggiano non sono due identità, ma due possibilità.

Le risorse della storia biologica dell’uomo. Ne ha parlato Roberto Marchesini (Ruolo delle alterità nella definizione dei predicati umani), che si occupa di zooantropologia, una nuova disciplina, che cerca di legare l’uomo ai suoi simili nel mondo degli esseri viventi per capire le sue possibilità. Dice Marchesini che qualunque tecnica modifica la struttura del nostro cervello, che l’uomo non è un’entità carente, che c’è una ibridazione dell’umano attraverso la performatività della tecnica, per la quale è necessario l’incontro con l’altro, intendendo con l’altro anche il non umano. “L’alterità mi consente di realizzare la grande complessità ontogenetica che è in me” (Ontogenesi è la serie di stadi successivi e di cambiamenti che l’embrione – l’uovo, il germe - attraversa per dar vita all’individuo di una determinata specie. L’ontogenesi , nella teorie evolutive, corrisponde alla filogenesi, cioé la linea evolutiva dei grandi gruppi sistematici animali e vegetali). Secondo Marchesini filogenesi e ontogenesi devono essere in rapporto. E qui ha senso l’idea di apprendistato, impariamo quello che possiamo fare, imparando sviluppiamo potenzialità che sono presenti nel patrimonio genetico. La creatività consiste dunque nella capacità di incontrare l’altro. Il sapere aumenta il bisogno dell’altro. Per Marchesini il post-umanesimo si presenta come antropo-decentrismo, cioé un farsi spazio dell’uomo nella natura, fra gli altri esseri viventi ma non più al centro.

L’etica antica. Non ha usato esplicitamente questi termini, Salvatore Natoli, che però ha fatto un discorso molto convincente in direzione appunto di un’etica delle virtù che assomiglia molto a quella degli antichi greci. L’informe, il caos, il dionisiaco di cui parlava Nietzsche (che oggi possiamo confrontare con le nostre paure, col vuoto che apre davanti a noi l’assenza di limiti e confini) trova il suo compimento nell’apollineo, cioé ci spinge continuamente a trovare la nostra forma. Natoli parla de “Il tempo senza fine. Dalla fine dei tempi al dominio della contingenza”. E lo fa rifacendosi al metodo genealogico di Nietzsche, perchè spesso le generalizzazioni e le essenze (mette in guardia i filosofi, anche quelli presenti, dall’uso di categorie troppo ampie) coprono i processi reali, storici, le trasformazioni che le hanno prodotte. L’Apocalisse nel suo significato di rivelazione ci sta alle spalle. Siamo fuori dalla temperie apocalittica. Siamo nel tempo del continuo andare, nulla da attendere, nulla da instaurare.

La proposta di Natoli? Attesa con fermezza: nella deriva bisogna essere potenti, oggi è il tempo dell’uomo delle virtù. (Quando il gioco si fa duro, i duri giocano, dicevano i Blue Brothers). Di fronte alla catastrofe (etimologia: terminare, svolgere fino in fondo, entropia e disordine) occorre innescare una dinamica formativa. Se il giovane non diventa virtuoso, se non cerca la sua forma, se non ha un progetto... “si ammazza il sabato sera”.

Persa l’idea di instaurazione, di definitività, abbiamo perso anche l’idea di Apocalisse. Occorre governare la contingenza, con la virtù. La virtù però è una pratica, non un modello ideale. Lo diceva Aristotele, che la virtù è frutto di esercizio, ma soprattutto che virtù - areté in greco - è realizzazione della propria natura, virtù è realizzare le proprie potenzialità ( ricordiamo i termini chiave della filsosofia aristotelica: potenza e atto, materia e forma).

La questione della tecnica: essa è al tempo stesso rischio e progresso, cioé è costitutivamente ambigua, ecco perchè può dar luogo all’ottimismo prepotente o al pessimismo depressivo e arcaico, denigrativo, “alla germinazione e al trionfo di grumi speculativi selvaggi o consolatori”. Di fronte alla natura ambigua della tecnica e dalla scienza, siamo di fronte a un doppio rischio: è rischioso sia rischiare che non rischiare. Nel rischio occorre stare lontani sia dal rifiuto tout court della tecnica che dall’enfasi sulle magnifiche sorti e progressive. Del resto, natura e artificio sono connaturate nell’uomo ( già Anassagora diceva che l’intelligenza dell’uomo è nelle sue mani, con le quali trasforma la materia, manipola la natura stessa).

Di fronte alla sfida e al rischio costuitito dalla tecnica nessun assolutismo: occorre sviluppare la capacità di predizione e previsione. Insomma, anche di fronte alla sconfitta ci sono ragioni per vivere, e la nostra forza si fa forte nell’affidamento agli altri.

Spinoza, nell’ultima parte dell’Ethica, ribalta l’assunto hobbesiano (homo hominus lupus) in homo homines dei. Se questo accade può essere non necessaro che ci sia Dio. Per farlo accadere occorre coltivare l’umanità.

Natoli non la cita - del resto il convegno l’ha, stranamente, ignorata - ma a indicare questo compito ha pensato anche la filosofa americana Martha C. Nussbaum (nella raccolta di saggi “Coltivare l’umanità. I classici, il multiculturalismo, l’educazione contemporanea”, Carocci, 2006,).

Docente di Diritto ed Etica all’Università di Chicago, è nota in ambito internazionale per i suoi numerosi studi sul mondo antico. L’educazione a cui pensa è un’educazione volta a liberare la mente e lo sguardo dell’intelligenza da ogni pregiudizio che ci impedisca di “coltivare l’umanità” in tutte le forme in cui essa può realizzarsi. Per questo sono utili le nozione di cittadinanza e di cosmopolitismo elaborati dai greci, per questo è utile l’immaginazione alimentata dalla lettura.

Non solo Martha Nussbaum, ma anche altri studiosi, (penso al francese Pierre Hadot) stanno cercando nel mondo greco, nelle cosiddette “radici” della cultura occidentale, l’antidoto al pensiero assoluto della modernità e al fondamentalismo religioso.

Pochi, a parte Natoli e Remo Bodei (Strategie per trascendere l’umano: il sublime, l’ubermensch, la biopolitica), i riferimenti al pensiero degli antichi greci da parte degli studiosi presenti. Più che la cultura classica, punti di riferimento sono stati la tradizione del cattolicesimo e del cristianesimo (che però ha prodotto però anche l’umanesimo).

Diversi relatori vi hanno fatto riferimento, si coglieva nei vari interventi la consapevolezza della necessità del confronto con la nostra tradizione, in primo luogo quella del cristianesimo: insomma si può rifiutare in blocco il cristianesimo, come ci/mi piacerebbe fare? O occorre tenerne conto come parte imprescindibile della nostra filogenesi culturale? Pare che ne dobbiamo tener conto, non possiamo prescinderne. Del resto le armi della battaglia odierna, il vecchio arsenale usato per far fronte ai problemi di oggi sembra essere proprio quello della tradizione fondamentalista e millenarista americana (Agostino Carrino, che dovrebbe parlare del tema “Dalla crisi del diritto alla critica del diritto” ma cambia il titolo in “I furbi dell’apocalisse. Considerazioni sulla politica estera degli Stati Uniti”). “Rileggerne la Bibbia e decifrarne i codici segreti è diventato il tema fondamentale delle ricerche di studiosi di varia estrazione (ebraica e cristiana) che provano a interpretare le guerre attuali come i “segni” che annunciano la “fine” dell’attuale modo di essere (uomini) “mondani”, dice Pietro Barcellona nella sua relazione introduttiva.

Un nuovo modo di vivere e pensare la religione? Cosa c’è di più lontano da questo fondamentalismo ebraico-cristiano che il nostro umanesimo? Da questo punto di vista il riferimento obbligato non poteva che essere Erasmo da Rotterdam, l’umanista che voleva riformare la Chiesa, che voleva fondarla su un senso pienamente umano dell’esistenza. Ha fatto bene però Bruno Pinchard (titolo della relazione “Marinai dell’apocalisse”) a scegliere di ispirarsi all’opera di François Rabelais ( Tours, 1494-1553) , il controcanto dell’umanesimo, anzi figura di un’indagine, per Pinchard, che vuole andare oltre lo stesso umanesimo.

(Rabelais è un autore poco studiato nelle nostre scuole. Riteniamo quindi opportuno rimandare, per le notizie sulla vita e l’opera dello scrittore francese al sito di Antenati. )

Diciamo solo che con il titolo di Gargantua e Pantagruel (1532-64) si usa indicare correntemente l’insieme dei quattro romanzi pubblicati da Rabelais in vita e di un quinto pubblicato postumo. Lo spunto per l’opera venne a Rabelais da una stampa popolare di grande successo, che aveva come protagonista il gigante Gargantua. Rabelais si propose di raccontare le gesta del figlio Pantagruel: al comico che nasce dall’ingrandimento su scala gigantesca delle funzioni fisiologiche dell’eroe, si aggiunge la minuzia nel descrivere particolari di situazioni incredibili. Costante in Rabelais è l’accoppiamento del racconto comico- fantastico a spunti di vivace realismo descrittivo. Frequenti l’acuta critica della società del tempo, le nette prese di posi zione ideologiche, come quella a favore del ritorno alla pura dottrina evangelica. Brani scanzonati e dissacranti si alternano con pagine di grande impegno intellettuale e di intenso fervore.

Quelli che ci fanno ridere nell’opera di Rabelais sono i giganti, che assomigliano ai giganti di spirito di Vico. I giganti di spirito di Vico sono atei: è la loro sfida a Dio che dà slancio al corpo. Sono impuri. L’mpurità del corpo del gigante è presente anche nella Bibbia, i giganti sono nati dai figli degli dei e dalle figlie degli uomini. Ok al cristianesimo, dice Pinchard, francese, nel suo divertente italiano, ma retto da un gigante (impuro). Se beve, dice Rabelais, il gigante può parlare con gli dei. Pinchard propone quindi una lettura umanistica del Vangelo, non come in Erasmo, ma come fa Rabelais, come apertura al corpo, alle stesse dimensioni nascoste del corpo umano: l’osceno (ciò che sta fuori dalla scena). L’uomo diventa così un gigante che può sfidare gli Dei, ma solo accettando tutta la sua debordante umanità.

Si tratta infatti di rovesciare gli interdetti di Agostino di Ippona (contro il corpo in particolare), di inventare la Chiesa non agostiniana. Ma neanche la predestinazione calvinista si addice al gigante. I giganti ridono.Ridere è l’inverso della fede, c’è uno spasmo del riso che è a diretto contatto col soffio vitale. Occorre trovare questo soffio: ridendo, bevendo, lottando contro la capacità idolatrica della fede stessa. Occorre trovare l’antidoto, il pharmakòn dei greci, contro gli aspetti peggiori della cultura.

Un esempio di antidoto è nei buchi, sì, avete capito bene, i buchi del corpo. (Le incertezze che sono rimaste nell’uso della lingua italiana da parte di Pinchard, ma anche la mia ignoranza del testo di Rabelais, creano queste brusche affermazioni che ho voluto mantenere così come le ho appuntate).

Ne parlano per esempio i giganti di Rabelais in un loro dialogo, una discussione che parte dal fatto che la cultura , il mondo in cui vivono (viviamo) vuole chiudere tutti i buchi, con cui invece hanno a che fare i gesti umani, del tossire, dello sbadigliare (oltre che del bere e di altro).

Superare le barriere fra Asia ed Europa? Si può fare. Si può trovare una comunità di bocca fra islam ed Europa (ci prova lo stesso Rabelais). Se la gola è la cosa più importante la dobbiamo dire anche in arabo. Toccare tutto: con le labbra, con il seno. Tutto.

Insomma si tratta di liberare le due religioni, un cristianesimo senza Agostino e un islam in cui si può bere il vino. Anche loro devono aprire i loro buchi, trovare il loro antidoto, essere marinai dell’apocalisse.(Il mediterraneo è l’orizzonte comune).

Interessantissima e brillante analisi quella di Bruno Pinchard, che mi sarebbe piaciuto rendere meglio in queste note. Mi riprometto però di approfondire la conoscenza dell’opera di François Rabelais per poter ridere e indicare non solo il riso, ma l’immaginazione, l’arte, la poesia, come pharmakòn (terapia necessaria).

Ma il compito più urgente è, forse, ancora quello politico, come ci ha indicato Umberto Curi (Guerra e terrorismo).

In Hobbes la guerra si definisce in rapporto al tempo, la guerra è evento. Ancora nel novecento le cose stanno così (Saggio sul concetto del politico di C. Schmitt). Oggi non più. Curi confronta - con tutta la consapevolezza che si tratta di cose incommensurabili - questi due testi con la nuova teoria della guerra presente in alcune raccolte di documenti pubblicati negli USA fra il 1991 e il 2006 (National Security Strategy e altri). In primo luogo assistiamo alla profonda trasformazione dell’idea di guerra: la politica estera declassa le strategie diplomatiche a favore della guerra infinita (Bush nel 2002 affermò che la sua generazione ( Bush non è ottuagenario, e non bisogna sottovalutare questa affermazione, dice Curi) non conoscerà la pace. E ancora Bush afferma: il tempo non ci interessa, ma batteremo il terrorismo.

Perché questo atteggiamento? Un tentativo di spiegazione sta nel fatto che 1/5 dell’umanità (fra cui non solo gli Stati Uniti, ma anche l’Europa) detiene i 4/5 delle risorse e, correlativamente, 4/5 dell’umanità vive con 1/5 delle risorse.

Di fronte a questa situazione ancora una volta non bisogna sottovalutare la seguente affermazione di Bush: “il tenore di vita del cittadino americano non è negoziabile”.

Da qui la forza strategica e l’appeal persuasivo della strategia della guerra infinita. Ma: c’è qualche alternativa in campo?

Curi ripensa in questa prospettiva all’appello al digiuno di Papa Woityla per scongiurare l’attacco all’Iraq nel 2003. Ma qui siamo di fronte al linguaggio della profezia e non a quello della politica. La politica non ha detto né sta dicendo nulla (pensiamo all’ambiguità del ruolo dell’Europa). Insomma se l’occidente vuole la pace probabilmente deve digiunare, deve rassegnarsi a un diverso tenore di vita.

La domanda più forte che dovrebbe risuonare oltre il convegno resta quindi quella di politica, la sfida è questa.

Qui si incrociano le grandi questioni della guerra, delle nuove tecnologie di manipolazione della vita umana, della globalizzazione. E qui sembrano inadeguate “Tutte le categorie con le quali è stato descritto l’immaginario collettivo del secolo scorso – il conflitto fra democrazia e totalitarismo, fra libertà e comunismo, fra Nord e Sud, fra ricchi e poveri”(Pietro Barcellona, relazione introduttiva) Come riempire questo silenzio della politica? Gli Ultimi Uomini - il riferimento è a “La terra senza il male” di Galimberti – non cercano risposte, ma nuove parole, dice Pietro Barcellona nella relazione introduttiva al convegno. “La domanda sul destino dell’umano nel terzo millennio è, dunque, quella che dovrebbe occuparci la mente e il cuore, perché in essa è implicato il rapporto fra la nostra generazione e i nostri figli.” (Pietro Barcellona, relazione introduttiva)


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Apocalisse e post-umanesimo
4 gennaio 2007

Ho letto in bacheca l’annuncio relativo al convegno. Ma se avessi partecipato sarei dovuto venire con la frutta e la verdura. Perchè?

Già lo stesso titolo è sibillino: Apocalisse (più o meno tutti sappiamo cos’è) e post-umanesimo. La parola Apocalisse evoca l’idea del sangue, della distruzione, della morte.. il post-umanesimo (concetto probabilmente inventato dal prof. Barcellona o da qualche altro cervellone) mi fa pensare alla fine della razza umana (non alla nascita di un uomo nuovo) specie se associato al primo termine.

Se potessi organizzare io un Convegno a giurisprudenza lo intitolerei così: Pace e Resurrezione. Non verrebbe nessuno lo so! Tenetevi la tanto cara Apocalisse allora, e, a difesa di S. Giovanni vi dico: non avete capito proprio nulla!

    Apocalisse e post-umanesimo
    4 gennaio 2007

    Riferisci a Marchesini che fin quando il mondo continuerà a girare nella direzione in cui gira oggi, la saggezza ci consiglia di evitare gli altri e di stare un po’ con se stessi per ricostruirsi da tutte le destrutturizzazioni che questa assurda società ci costringe a subire. Buona Fortuna.