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Antropocene

Le scienze e l’Antropocene / a cura di Matteo Bedetti e Vincenzo Fano. - Milano : Meltemi, 2023.

di Alessandra Calanchi - mercoledì 4 ottobre 2023 - 786 letture

Il libro a cura di Matteo Bedetti e Vincenzo Fano, Le scienze e l’Antropocene (Meltemi, Milano 2023), esce in una collana di studi semiotici – e difatti si conclude con un omaggio di Jacques Fontanille al compianto Paolo Fabbri, tradotto da Tiziana Migliore (e meno male, perché è l’unica donna a comparire nel volume). Ho scelto questo, fra i tanti pubblicati in Italia in questi anni, perché esce nel 2023, dopo la fine ufficiale della pandemia (che però non viene inclusa nel discorso) e dopo altri testi usciti uno ogni anno negli ultimi quattro anni: Cristiano Giorda (a cura di), Geografia e Antropocene. Uomo, ambiente, educazione (Carocci 2019); Franco Lai, Antropocene. Per un’antropologia dei mutamenti socioambientali (Feltrinelli 2020); Emilio Padoa-Schioppa, Antropocene. Una nuova epoca per la Terra, una sfida per l’umanità (Il Mulino 2021); Guido Montani, Antropocene, nazionalismo e cosmopolitismo. Prospettive per i cittadini del mondo (Mimesis 2022).

Questa la definizione che ne dà la Treccani: “L’epoca geologica attuale, in cui l’ambiente terrestre, nell’insieme delle sue caratteristiche fisiche, chimiche e biologiche, viene fortemente condizionato su scala sia locale sia globale dagli effetti dell’azione umana, con particolare riferimento all’aumento delle concentrazioni di CO2 e CH4 nell’atmosfera”.

Il volume si pone due obiettivi principali: 1, come suggerisce il titolo, trattare il fenomeno così come lo vedono alcuni scienziati afferenti a diversi settori disciplinari; 2, come si esplicita nell’Introduzione, provare la sua legittimità di ipotesi scientifica o “retrocederlo” a pura narrativa (virgolette mie). Il fatto che il termine, oggi usato e forse abusato, non abbia ancora avuto il riconoscimento ufficiale della comunità dei geologi non significa necessariamente che debba cadere in disuso, ma al contrario ci interroga sulla complessità del nostro tempo e sulla difficoltà nel viverlo e nel raccontarlo.

I vari capitoli, rispettivamente firmati da Vincenzo Fano e Simone Galeotti (filosofo della scienza il primo, paleontologo il secondo), Luigi Pellizzoni (sociologo dell’ambiente e del territorio), Eduardo Barberis (sociologo del welfare), Claude Calame (specialista di cultura greca antica), Gianfranco Pellegrino (politologo) e Giovanni Fava (dottorando in filosofia), è il frutto di un seminario tenuto nel 2022 e intende presentare ai lettori la storia dell’Antropocene, il ruolo dell’AWG (Anthropocene Working Group, fondato nel 2009), e i diversi criteri (o meglio, le narrazioni) con cui vengono definite le sue origini – l’avvio dell’agricoltura? L’era dei grandi viaggi? L’industrializzazione? La Grande Accelerazione? – e le sue caratteristiche più precipue. Forse qualcosa di più sulla teoria del golden spike non avrebbe guastato: l’AWG, infatti, ha individuato nei sedimenti stratificati nel fondo del lago Crawford, in Ontario (Canada), tracce di plutonio dovute ai test nucleari, e sarebbe questo secondo loro il vero inizio di questa nuova era che ancora i geologi non hanno del tutto accettato pienamente come tale.

Gli studiosi prendono in esame anche la variante del Capitalocene, formulata da J.W. Moore, e quella del Chtulucene, risalente a Donna Haraway (entrambe nel 2016). Ciò su cui tutti concordano è da un lato la necessità di affrontare il tema non entro i confini di una singola disciplina, ma in modo interdisciplinare, dall’altro l’innegabile constatazione dei suoi effetti sempre più evidenti e allarmanti. Fra questi possiamo includere ad esempio il cambiamento climatico, anche se l’illuminante saggio di Eduardo Barberis, dedicato al fenomeno migratorio, illustra come i fattori climatici siano sempre stati un fattore fondamentale nella mobilità umana, ben prima dell’Antropocene. Tuttavia, è chiaro che oggi il cambiamento climatico non è qualcosa di naturale, bensì una manifestazione storica del capitalismo, che è “un regime ecologico in cui la produzione di disuguaglianza è un elemento chiave” (Moore) e le cui fondamenta coloniali implicano logiche di sfruttamento che potranno essere superate solo con la costruzione di una mobility justice, di uno jus migrandi (Sheller, Barberis).

Per quanto sia interessante seguire la storia parallela della filosofia e della scienza (Ippocrate, Aristotele, Sofocle, Cartesio) sarebbe stato a mio parere opportuno ribadire più spesso che si sta parlando da una prospettiva parziale (cioè occidentale), così come, quando si enumerano “le azioni del fuoco, dell’acqua, dell’aria” si dovrebbero forse citare la teoria degli elementi (non solo greca ma anche taoista), e quando si invocano i diritti della “Madre Terra” (Solon 2017) bisognerebbe forse ricordare il pensiero dei nativi americani, le culture tribali dell’Africa e quelle degli aborigeni. Mancano inoltre due nomi che personalmente avrei inserito nella pur ricca bibliografia: N. Bourriard (Inclusioni. Estetica del Capitalocene, 2020) e A. Farina (Ecosemiotic Landscape, 2021).

In complesso, ritengo che il volume sia molto utile per comprendere il fenomeno da una prospettiva multidisciplinare: sicuramente non pecca di eccedenza di bias cognitive, ed è animato da un’autentica volontà condivisa di comprendere al meglio il tempo in cui viviamo e le continue sfide che ci presenta.


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