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Anniversario Shoah: contro il razzismo e l’intolleranza

Dallo sterminio degli Ebrei non sembra cambiato molto
di Emanuele G. - martedì 27 gennaio 2015 - 1399 letture

Il 27 gennaio del 1945 le truppe sovietiche del maresciallo Zukov entravano, liberandolo, il campo di concentramento di Auschwitz. Furono finalmente rivelati al mondo gli orrori del nazismo tesi ad annientare la dignità dell’uomo in base ad un’ideologia totalizzante e intollerante.

Sono passati settant’anni da quel giorno e la situazione non è granché cambiata. La vita del mondo globalizzato e "liquido" è ancora permeata da un sostrato di intolleranza che dovrebbe inquietarci tutti quanti.

La dimostrazione di quanto citato poc’anzi si è avuta in occasione dei tragici eventi succedutisi al brutale streminio della redazione del giornale satirico francese Charlie Hebdo (giornale esso stesso intollerante). Azione criminale che si origina da una concezione intollerante delle relazioni umane. Altrettanto intolleranza si è rivelata nelle reazioni a seguito degli attentati posti in essere da cellule jihadiste.

Così non ci siamo. Se si reagisce con l’intolleranza all’intolleranza tutto è finito. I gravi, anzi drammatici, problemi che si manifestano innanzi agli occhi del mondo non si possono risolvere spandendo il seme velenoso dell’intolleranza ai quattro venti. Agendo in sifatta maniera il mondo rischia seriamente di precipitare giù in una spirale di odio senza fine.

Agire mediante l’intolleranza per fermare l’intolleranza degli altri è darla vinta a chi persegue a livello mondiale e locale l’ideologia dell’intolleranza. Per certi versi, e non è un paradosso, chi commette l’intolleranza diventa per gioco forza alleato con chi reagisce a un atto intollerante con un medesimo atto intollerante. Entrambi perseguono l’obiettivo di tenere in scacco il mondo adoperando l’arma della paura e del terrore.

Dall’intolleranza si esce con il discernimento. La ragione deve diventare lo strumento per rischiarare i nostri tempi. Non abbiamo altra scelta se intendiamo assicurare la piena applicazione dei principi della dignità umana. Certo la ragione non affascina perché induce l’uomo a un reale cambiamento culturale. La modalità di cambiamento maggiormente difficoltosa da attivare. La ragione non è né demagogica né populista.

Eppure, la ragione diventa l’unico strumento per entrare nel "corpo vile" delle criticità dei nostri tempi e uscirne vittoriosa poiché essa è in grado di discernere e, di conseguenza, comprendere la complessità dei problemi in essere. Sta a noi dimostrare che la parola civiltà ha un senso. E il senso lo da la ragione.

Certamente discernimento non significa nella maniera più assoluta ingenuità. Al contrario. La ragione ci permette di guardare alla realtà senza infingimenti e veli. Essa - la ragione - porta l’uomo a osservare la realtà che lo circonda con la massima chiarezza e forza. Per sua stessa natura la ragione è pragmatica. Nel senso che riesce a rendere evidenti le soluzioni per porre rimedio alle criticità che si presentano innanzi al nostro cammino sulla Terra.

La lezione di quel 27 gennaio del 1945 è che se intendiamo liberarci per davvero dei nostri demoni non possiamo cadere nel facile gioco dell’intolleranza. Perché la dignità dell’uomo non si persegue aumentando il grado di intolleranza.


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