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Angoscia e Tribalismo

Uguaglianza di latitudine: inesplicito modo di alludere ad una Nazione che si prende cura di sé; e ad uno stesso cielo dove il tempo è fidatamente scandito da sempre

di Gigi Monello - mercoledì 23 febbraio 2022 - 1942 letture

Nel suo chalet bavarese Hitler aveva voluto una grande vetrata direttamente affacciata sull’Untersberg, una roccia verticale di 1370 metri. Era lì che il Destino gli parlava; lì aveva i suoi momenti di chiaroveggenza e prendeva importanti decisioni. Per quella migliore, però, la vetrata non bastò; ci volle un supplemento di brivido. Il 24 agosto 1939 sopra la montagna apparve una aurora boreale che tinse di rosso il cielo. Alle tre del mattino è sulla terrazza col suo cameriere e alcuni ospiti, tra cui Albert Speer. Fissa lo spettacolo e dice, “Sembra un mare di sangue… è segno che questa volta bisognerà combattere”. Da quel cielo la storia parlava; l’inesorabile era alle porte; il 1° settembre la Whermacht entrò in Polonia.

Sul lato opposto della Germania, al confine con Svizzera e Francia, si stende la Foresta Nera, così chiamata dai romani non si sa bene se per foltezza o scurezza delle foglie; o per tutte e due le cose insieme. Se volete sentire il palpito profondo del suolo tedesco, affittate un camper e gettatevi, bambini al seguito, nella selva oscura; emozioni assicurate. Nella Foresta Nera aveva casa Martin Heidegger, per molti uno dei più grandi pensatori del ‘900. Una baita solitaria, a Todtnauberg, vicino a Friburgo, con tanto di pozzo e lavatoio all’aperto. Anche qui il Destino parlava; ma su faccende più private.

Nel 1927, con l’uscita di Essere e Tempo, Heidegger era diventato famoso in Germania, e un gran numero di studenti veniva a sentirlo a Marburgo. Il libro – titolo solenne e mole ponderosa – è la cosa giusta al momento giusto. Nell’impasto di un gergo ermetico mai udito, incrocia Völkisch (idee nazional-popolari) e Husserl, Sant’Agostino e Nietzsche, Kierkegaard (da poco tradotto in tedesco) e Spengler, Bergson e Dilthey. La miscela funziona, affascina, intercetta un’aria che tira, un’insofferenza diffusa: basta positivismi e scientismi: la filosofia è ben altra cosa. C’è una età della vita che ha bisogno di messaggi: scrive una giovanissima Hannah Arendt,

(il nome di Heidegger) correva di bocca in bocca in tutta la Germania, come la fama di un re nascosto... Il pensiero ha ripreso a vivere, il patrimonio culturale del passato, che si credeva estinto, ha ripreso a parlarci, ad esprimere cose molto diverse da quelle che, con diffidenza, si supponeva ci dicesse. C’è uno che insegna, forse è possibile imparare a pensare.

Nel 1928 Heidegger torna a Friburgo, sul posto già tenuto da Husserl, e diventa ordinario. La fama cresce ancora, tanto che i vertici del Ministero di Weimar nel 1930 gli offrono una cattedra a Berlino; la lusinga è forte: il figlio del sacrestano di Messkirch, professore nella stessa Università di Hegel! Sorprendendo tutti, rifiuta. L’anno successivo l’offerta viene, però, rinnovata. Il dubbio diviene tempesta. Che fare? Dove consultarsi? La cosa migliore è interrogare le montagne. Mute solo in apparenza, stanno là, maschie ed eterne: loro non inganneranno. Così lui stesso scrive di quel momento,

Da poco mi è stata offerta una cattedra a Berlino per la seconda volta. In una tale circostanza lascio la città e mi ritiro nella baita. Ascolto ciò che dicono le montagne, i boschi e le fattorie. Nel frattempo arrivo dal mio vecchio amico, un contadino settantacinquenne. Nel giornale ha letto che sono stato chiamato a Berlino. Cosa ne dirà? Egli poggia lentamente lo sguardo sicuro dei suoi chiari occhi sui miei, tiene la bocca rigidamente chiusa, poggia la sua mano fedele e prudente sulla mia spalla e scuote il capo in modo appena percettibile. Questo significa: inflessibilmente no!

Restare a Friburgo. Orografia e paesaggio non transigono; e di rincalzo c’è un settantacinquenne del posto. Restare! E fu Friburgo per sempre. Il seguito della storia è noto: nel 1933, tra crisi spirituali, fermenti artistici, miseria materiale e pallottole per la strada, Weimar collassa e una banda di avventurieri prende in mano il destino della Germania. Riuscito il colpo, c’è urgente bisogno di rispettabilità, di far cioè dimenticare il puzzo di falliti da birreria che in molti si portano addosso. Ben vengano, dunque, magnati, borghesi e gran dottori. A lui offrono il Rettorato a Friburgo. E questa volta accetta, prende la tessera del Partito, si impegna immaginandosi un futuro come Guida della cultura tedesca. Sente che è il suo momento: stila programmi, fa discorsi, immagina riforme ab imis; si accende di entusiasmo: al collega ed amico Jaspers, che non sa capacitarsi della sua scelta e che sconfortato gli dice, “Ma come puoi credere che un ignorante come Hitler possa governare la Germania?”, dà questa stupefacente risposta, “Ma qui la cultura non interessa… non hai visto le sue splendide mani?” Un ex-caporale, fallito architetto alla ricerca di una carriera per sé, si è inventato un destino per tutti; e il filosofo lo segue stregato. L’uomo è però spigoloso e presto comincia a provare fastidio per il nazismo reale: troppi compromessi, interessi spiccioli, mediocrità, opportunismi; trova una voglia di azione primitiva, poca cultura; si sente più in sintonia con l’ala pura, quella di Röhm e delle SA, fazione destinata a tragico fallimento. Dopo un anno lascia l’incarico, ma resta nazionalsocialista; e oggi , esplorati e commentati sino allo sfinimento i suoi Quaderni neri, sappiamo che restò tale sino alla fine: nazista, antisemita, razzista. Ineludibile, sorge la domanda: basta, questo, a rimpicciolirlo come filosofo? Ha scritto Max Vincent,

(...) possiamo affermare fin d’ora che un pensiero che si è identificato in gran parte in ciò che di peggio è avvenuto nel XX secolo non può in alcun modo avere la grandezza che l’acclamazione e il sostegno degli heideggeriani continuano a tributargli.

Verrebbe voglia di sottoscrivere subito, se, istintivamente, non ci si affacciasse alla mente una banale associazione: forse che Maradona come calciatore, Caravaggio come pittore e Chuck Berry come musicista, vengono rimpiccioliti dai ben noti, loro scivolamenti nel delinquenziale? O la filosofia è cosa a parte e ha obblighi più stretti verso l’Etica? Interessante quesito. Accantoniamolo e spostiamoci sull’uomo; chi era Heidegger come uomo? Sentiamo chi lo vide da vicino:

(...) un uomo di poca apparenza, il quale sembrava più un elettricista venuto a controllare l’impianto che un filosofo. (Paul Hühnerfeld)

(...) entrò nella sala, intimidito come un piccolo contadino giunto alla porta del castello (...) Ciò che appariva più inquietante, era la sua serietà mortale e la sua totale mancanza di humour. (Toni Cassirer)

L’elemento di fascino che emanava da lui era in parte dovuto all’impenetrabilità della sua natura. Nessuno lo conosceva bene, e la sua persona è stata oggetto per anni di aspre controversie quanto le sue lezioni. Come Fichte, anch’egli era per metà un uomo di scienza; per l’altra metà, forse la maggiore, aveva la natura dell’oppositore e del predicatore, che sapeva affascinare per quel suo mettersi in urto col mondo, spinto dall’indignazione verso il proprio tempo e verso se stesso. (Karl Löwith)

Dopo aver sentito le sue lezioni, mi sento pronto a tutto; ma non so a che cosa. (anonimo studente a Marburgo, nei ricordi di Löwith)

Sinchè può, mente. (Hannah Arendt)

Ed ecco ora, in ordine volutamente sparso, un varietà di vissuti noti e meno noti: 1) Friburgo, 1933, durante la presentazione delle matricole, non stringe la mano ad una Mendelssohn, studentessa ebrea; 2) Brema 1949, durante una conferenza afferma che Auschwitz e cose affini, altro non sono stati, in fondo, che il naturale adeguarsi alle moderne modalità industriali della antica prassi dell’omicidio di massa; 3) 1933, da Rettore a Friburgo, con una velenosa relazione-denuncia cerca di stroncare la carriera di un suo ex-allievo, E. Baumgarten, divenuto professore a Gottinga; 4) durante il seminario dell’anno accademico ‘33-‘34, parlando di negri, come ad esempio i Bantu, smette di usare la parola “popolo” e passa all’espressione “gruppi di uomini che non hanno storia”, al pari di “scimmie ed uccelli”; 5) 1933, chiede al Ministero della Cultura il licenziamento del chimico Hermann Staudinger, segnalato dalla Gestapo come elemento politicamente inaffidabile; 6) 25 novembre 1933, durante la cerimonia di immatricolazione rivolge ai presenti un fervido appello a tenere un comportamento esemplare verso tutti i Volksgenosse (compagni di razza); nello stesso mese dispone la soppressione delle borse di studio per studenti marxisti o ebrei; 7) 1929, lettera a Viktor Schwoerer, Direttore delle Università del Baden: siamo ad un bivio: o agire perché la formazione spirituale tedesca torni nelle mani di educatori autentici provenienti dal territorio o cedere alla crescente giudaizzazione; 8) maggio 1934, ad un mese dalle dimissioni da Rettore, entra a far parte, insieme a Streicher e Rosenberg, dell’Accademia per il diritto tedesco, ente che collabora alla stesura delle Leggi di Norimberga del 1935; 9) 1976, in una intervista allo Spiegel dichiara una sorta di orrore per le foto della terra scattate dalla luna; l’impresa americana è solo il segno di quanto grave sia lo sradicamento causato dalla tecnica; 10) 2014, Quaderni Neri, chiarisce, come già sostenuto in passato, che l’Olocausto altro non fu che un atto di autoannientamento, cioè l’effetto finale del dominio tecnico sull’Essere, che, messo in moto dagli Ebrei, popolo calcolante per eccellenza, ha finito per ritorcerglisi contro; 11) Ibidem: la mancata traduzione in inglese della sue opere è prova della mediocrità di quel popolo e della sua costituzionale incapacità metafisica; 12) Ibidem, L’attacco italiano alla Grecia è frutto di risentimento e ultimo segno di quel complesso di inferiorità provato dai Romani al cospetto dei modelli greci. Tutto vero e tutto assai sgradevole; e, nel caso delle due ultime affermazioni, non privo di qualche venatura paranoide. Si può dunque dar ragione a Rorty quando scrive che, come essere umano, Heidegger era un esemplare alquanto scadente. Ma la domanda resta sempre la stessa: tutto ciò rimpicciolisce la sua filosofia? Nulla da fare. Si sente che non sta qui il problema; che occorre spostare da un’altra parte lo sguardo. Torniamo indietro, agli esordi della sua entrata in società: la scuola gli ha dato la misura del suo valore, ha una tenace volontà di riuscire ed è alla ricerca di un ascensore sociale. Entra in Seminario e prova a diventare Gesuita ma, dopo pochi mesi, viene congedato per mai definiti motivi di salute; immaginabile la frustrazione; cominciano anni di incertezza: si iscrive prima in Teologia, poi in Matematica, infine a Filosofia. È la sua strada: studi intensi, ferrea disciplina; nel 1913 si addottora con una tesi su La dottrina del giudizio nello psicologismo. Il suo sogno, adesso, è la cattedra universitaria. Lasloswky, un amico che gli fornisce anche sostegno finanziario, gli dà questo consiglio, Sarebbe bene che tu ti avvolgessi dentro una misteriosa oscurità, per incuriosire la gente. Aggiungendo che poco gli avrebbe giovato seguitare a mostrarsi troppo legato al Cristianesimo tradizionale. Insegnamenti che saranno valorizzati. Nel 1916, a Friburgo, diventa assistente di Husserl. La fenomenologia lo folgora, è la rivoluzione che attendeva. Nel ‘19, finita la guerra, tiene sul tema un appassionato corso. Per la Germania son tempi fluidi: il mondo di Weimar è un ribollente calderone di contraddizioni, risentimenti, angosce, estetismi, trasgressioni, illusioni; sul gran mercato delle rivoluzioni anti-borghesi (cioè anti Weimar) c’è di tutto: dall’appello al folklore di Völkisch e Jüngeriani ai disincanti anarco-libertari degli atei Berlinesi; dal marxismo rivoluzionario al cattolicesimo progressista. Per sfondare occorre un prodotto interamente nuovo: un ibrido geniale, un capolavoro di tempismo, un viaggio nelle strutture della coscienza che ogni tanto viri verso il richiamo della foresta; il tutto legato in un linguaggio di una misteriosa oscurità. Novità, profondità, fascino, adattabilità alle circostanze. Sta qui la magagna: nel capolavoro del 1927 circola una doppiezza di fondo, un certo qual sentore di teoretico imbroglio, insomma l’antica malattia usa, spesso, infettare i discorsi sulla verità: la sofistica, l’adulazione del pubblico, la sirena retorica; il teorizzare come tecnica vitale al servizio di un progetto personale (alias carriera). Prendete la celebre nozione di autenticità; a seconda dei passi che si leggono, assume a volte un tono pascaliano, altre uno völkish: una volta trovi l’angoscia individuale che libera dallo stordimento del divertissement medio e trascina di fronte alla equivalenza dei progetti, alla lucidità e al coraggio della finitudine; altre, il ritorno nel grembo, allo strato profondo della comunità, il radicamento nel suolo, la nazione, il sangue, l’appartenenza, il Destino. A volte il mondo appare senza storia e senza politica: in qualunque epoca si ha la ventura di vivere, il dramma è sempre e solo tuo, non c’è processo, epoche, passaggi; solo singoli, gettati in un luogo e in un tempo, nella libertà assoluta, eroi o travet, star del cinema o barboni; antichi e moderni; tutti con un unico e medesimo problema, sempre lo stesso: l’affacciarsi sul Nulla e il guardarlo; è l’Heidegger, potremmo dire, di Sartre e degli esistenzialisti parigini. L’Heidegger della purezza trascendentale, dell’autenticità vuota,

Il per-che l’angoscia è tale non è un determinato modo di essere o una possibilità dell’Esserci. La minaccia è sempre indeterminata (...) il per-che l’angoscia è angoscia è l’essere nel mondo come tale. Nell’angoscia l’utilizzabile intramondano e l’ente intramondano in generale sprofondano. Il mondo non può più offrire nulla, e lo stesso il con-esserci degli altri. L’angoscia sottrae all’Esserci la possibilità di comprendersi deiettivamente a partire dal mondo e dallo stato interpretativo pubblico (...) Assieme al per-che dell’angosciarsi, l’angoscia apre l’Esserci come esser-possibile, e precisamente come tale che solo a partire da se stesso può essere ciò che è: cioè come isolato e nell’isolamento. L’angoscia rivela nell’Esserci (...) l’esser-libero-per... (propensio in...) l’autenticità del suo essere in quanto possibilità (...)

Altre volte, invece, la storia c’è; e c’è la politica: e i tedeschi sono eredi dei Greci della prima ora; ed ecco, dopo gli sviamenti del moderno - materialista, illuminista, plebeo e livellatore -, ecco intravedersi all’orizzonte la nuova alba: la tribù tedesca che si sveglia, si afferma, cresce, domina, riportando in vita i valori dello Spirito: il linguaggio lega il tutto in caldo amalgama: uomini, montagne, canti, cannoni, alberi, strudel e birra.

Se l’esserci, anticipando la morte, la erige a padrona di sé, allora, libero per essa, si comprende nella ultrapotenza della sua libertà finita e (...) può assumere su di sé l’impotenza dell’abbandono (...) Ma poiché l’Esserci, carico di destino per il fatto di essere-nel-mondo, esiste sempre e per essenza come con-essere con gli altri, il suo storicizzarsi è un con- storicizzarsi che si costituisce come destino-comune. Con questo termine intendiamo lo storicizzarsi della comunità, del popolo. Il destino-comune non è la somma dei singoli destini (...) Nell’essere assieme in un medesimo mondo e nella decisione per determinate possibilità, i destini sono anticipatamente segnati. Solo nella comunicazione e nella lotta, la forza del destino-comune si rende libera. Il destino che l’Esserci ha in comune con la sua generazione, esprime lo storicizzarsi pieno e autentico dell’Esserci.

È l’Heidegger di Jüngeriani e Spengleriani e Völkisch-vitalisti in genere: l’occidente tramonta, ma – niente paura – l’ultima parola sarà dei biondi con gli occhi chiari; c’è un Destino, che si rivela nel pensiero poetante a pochi, e nel folklore a tutti. Questa autenticità piena e sporca di storia, risuona distintamente in alcuni altri passaggi che potremmo rubricare, all’incirca, come “mistica dell’ombra rurale”, “inconscio pre-copernicano” e “allergia al dispositivo meccanico”:

In qualche modo anche l’Esserci ‘primitivo’ si sottrae alla necessità di una lettura diretta del tempo nel cielo, allorquando anziché osservare la posizione del sole nel cielo, misura le ombre proiettate da un oggetto costantemente disponibile. Ciò può avvenire in forma semplicissima con gli antichi ‘orologi di campagna’. Ogni uomo è accompagnato costantemente dalla propria ombra, che varia col mutare di posizione del sole. La variazione delle lunghezze delle ombre durante il giorno può essere facilmente misurata ad ogni momento per mezzo del piede. Anche se la lunghezza del corpo e del piede muta secondo gli individui, il loro rapporto, entro certi limiti, è costante. La determinazione pubblica del tempo nell’ambito del prendere cura assume allora, ad esempio, questa forma: ‘Quando le ombre saranno lunghe tanti piedi, ci incontreremo in quel determinato posto’. In questo caso l’essere-assieme (...) presuppone in esplicitamente l’uguaglianza di latitudine del ‘luogo’ in cui avviene la misurazione delle ombre.

Uguaglianza di latitudine: inesplicito modo di alludere ad una Nazione che si prende cura di sé; e ad uno stesso cielo dove il tempo è fidatamente scandito da sempre,

L’avere cura fa uso della ‘presenza’ del sole che spande luce e calore. Il sole data il tempo interpretato nel prendersi cura. Da questa datazione trae origine la misura del tempo ‘più naturale’ di tutte, il giorno. Poiché la temporalità dell’Esserci che deve prendersi il suo tempo è finita, anche i suoi giorni sono già contati. Il ‘mentre è giorno’ offre all’aspettarsi prendente cura la possibilità di determinare i ‘poi’ di ciò di cui ha da prendersi cura, cioè di suddividere il giorno. Ma la suddivisione si compie, di nuovo, in base a ciò che data il tempo: il sole nel suo corso. Il sorgere, il tramonto e il mezzogiorno sono ‘posti’ particolari che l’astro via via occupa. L’Esserci, gettato nel mondo e temporalizzantesi dandosi-tempo, tiene conto del corso del sole che si ripete regolarmente. Lo storicizzarsi dell’Esserci è ‘giornaliero’ (...).

A proposito del “giornaliero”, verrebbe voglia di chiosare che, al pari dello storicizzarsi dell’Esserci, anche l’atteggiarsi del filosofo, può esserlo. E adesso, per l’ultima volta, la stessa, identica domanda: toglie, questa doppiezza, grandezza alla filosofia di Heidegger? La rimpicciolisce? Beh, questo sì. Perché o c’è l’angoscia e allora è impossibile la Tribù; o c’è la Tribù, e allora dilegua l’angoscia. Le due cose insieme non stanno. Tornando al calcio, sarebbe come se Maradona, dopo venti minuti di palleggio stretto e dribbling offensivo, per altri venti si desse a interdizione a centrocampo e passaggi lunghi per lanciare il contropiede. La domanda sorgerebbe spontanea: ma a che gioco giochiamo o divo Maradona? Con che gioco si vince nel football? Ha detto una volta Sartre, del Rettore di Friburgo, “Heidegger non ha carattere”. Ed aveva, in un senso profondo che va aldilà delle parole, pienamente ragione: avendone sempre avuti due, non poteva averne alcuno


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