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Andrea Levy: Alla scoperta della «piccola isola»

Nata a Londra nel 1956 da genitori giamaicani immigrati in Gran Bretagna alla fine degli anni `40, Andrea Levy racconta di essersi accorta solo per caso...
di Redazione Antenati - domenica 18 settembre 2005 - 8124 letture

MARIA ANTONIETTA SARACINO, Il Manifesto, 11 settembre 2005

Nata a Londra nel 1956 da genitori giamaicani immigrati in Gran Bretagna alla fine degli anni `40, Andrea Levy racconta di essersi accorta solo per caso, alle elementari, nel corso di una lezione di storia, di non essere bianca, né del tutto inglese; un giorno in cui la maestra aveva chiesto agli alunni di mimare il tema del colonialismo, e per farlo, di disporsi in due gruppi, colonizzatori e colonizzati, di qua i bambini inglesi, di là tutti gli altri. E senza esitare lei era andata a collocarsi nel primo, quello degli oppressori, per esserne prontamente allontanata con l’invito ad unirsi all’altro. Era stato così, a seguito di quella inaspettata epifania dell’identità, che erano cominciate le domande, la voglia di sapere, di interrogare genitori che non avevano mai parlato della loro «altra vita», quella che precedeva l’arrivo in Inghilterra. È da queste curiosità di bambina, più avanti rielaborate in forma narrativa, che nasce la Andrea Levy di oggi, autrice di successo dalla prosa ironica e ricca, che ripercorre la storia dell’immigrazione giamaicana in Gran Bretagna in quattro opere, l’ultima delle quali, Un’isola di stranieri (Baldini Castoldi Dalai, pp. 452, traduzione di Laura Prandino), vincitrice di numerosi premi letterari, presenta oggi a Mantova. Small Island è il titolo originale di questo corposo romanzo, ossia un’isola piccola. Piccola come Giamaica, se paragonata all’isola maggiore, quella Gran Bretagna che la prima generazione di immigrati non aveva precedentemente conosciuto, ma della quale sapeva tutto, e amava a distanza come fosse la vera madrepatria. E piccola come l’Inghilterra per come si presenta ai loro occhi quando vi arrivano, pieni di fiducia e illusioni, attendendosi una accoglienza a braccia aperte e ritrovandosi esposti a delusioni cocenti, come quella che in questo romanzo assale la giovane Hortense, mani guantate, inglese impeccabile e abiti di gusto, quando raggiunge il marito a Londra e si trova catapultata in una invivibile situazione di degrado. L’Inghilterra non è un paese dalle strade lastricate d’oro, ma un luogo difficile, inospitale, freddo.

«Mio padre arrivò in questo Paese nel 1948, sulla nave Empire Windrush» scrive Levy in un saggio autobiografico. «Era uno dei pionieri. Una delle 492 persone che, guardandosi intorno, in Giamaica, colonia del vecchio Impero Britannico, videro che non c’era lavoro, né prospettive e decisero di tentare la sorte nella Madre Patria. Suo fratello gemello era stato nella Raf in Inghilterra, durante la guerra, e doveva tornare per riprendere servizio. Mio padre partì con lui, lasciando in Giamaica la sua giovane sposa, mia madre, in trepidante attesa di una chiamata per raggiungerlo».

E continua: «Non so quali aspettative avesse al suo arrivo in Gran Bretagna, di certo so che, quando scese da quella nave, mio padre si considerava cittadino britannico. Aveva un passaporto britannico. La Gran Bretagna era il Paese che tutti i bambini giamaicani studiavano a scuola. Cantavano "God Save the King" e "Rule Britannia". Credevano che la Gran Bretagna fosse una terra verde e piacevole... Lungi dall’idea di andare in una terra straniera, mio padre pensava di stare per raggiungere il centro della sua vera madrepatria... Giamaica, lui pensava, non era altro che una Gran Bretagna con il sole».

Ma così, evidentemente non è. E una volta arrivato, una volta affrontata la delusione, l’incontro con questo nuovo mondo va in qualche misura elaborato. I rapporti calibrati, le identità ricollocate e definite. E la fatica di questa elaborazione, naturalmente, è tutta sulle spalle di chi arriva, di chi chiede di essere accolto e inserito. «È così che vivono gli inglesi?», si chiede sgomenta, come in un ritornello lamentoso, la giovane protagonista di Un’isola di stranieri, al suo impatto con il nuovo paese. E più avanti «...aprii il baule. Gli sgargianti colori caraibici della coperta mi balzarono incontro: il giallo, il rosso, il blu e il verde si misero a ballare nella stanza tetra. Presi quella coperta lontana da casa e la stesi sul letto... Decisi di rendere vivibile quel posto, anche se solo per poco. Perché l’Inghilterra era il mio destino». Un destino che tuttavia si può e si desidera raccontare.

Ma se per gli scrittori della generazione precedente - e si potrebbe qui pensare a Sam Selvon e al suo The Lonely Londoners, del 1956 - il racconto assume toni struggenti e malinconici, per quelli della seconda, come Zadie Smith, o Linton Kwesi Johnson, che questa doppia identità hanno fatto autenticamente propria, assume i colori dell’impasto culturale più originale e interessante. O i toni dell’ironia, che fa della scrittura di Andrea Levy la cifra distintiva, e rende i suoi romanzi, Un’isola di stranieri, ma anche Fruit of the Lemon che uscirà in traduzione italiana il prossimo anno, oggetto di godibilissima lettura.


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