Analisi dell’uomo e della società moderna: come dare vita al cambiamento
Vi esorto a seguirmi in un viaggio dentro noi stessi e le società che abbiamo costruito per comprendere la natura del male, della malvagità, della cattiveria, del comportamento antisociale. E come porvi rimedio.
Vi esorto a seguirmi in un viaggio dentro noi stessi e le società che abbiamo costruito per comprendere la natura del male, della malvagità, della cattiveria, del comportamento antisociale. E come porvi rimedio.
I risultati in termini di responsabilità non sono piacevoli, ma è la verità più vicina al reale che gli studi moderni ci consentono di esplorare.
Questo articolo è un’ammissione di colpa, se non avete abbastanza fegato… non proseguite oltre.
PARTE PRIMA
Il celebre psicologo, criminologo e scrittore Silvio Ciappi mette nel suo libro “Predatori” quello che lui chiama il QUADRIVIO: la summa dell’elaborazione di anni di lavoro, di ricerca, lettura e confronto, un modello di rappresentazione della risposta individuale a un trauma.

Lo schema rappresenta l’incrocio di due strade. Per citare le stesse parole di Ciappi: “La prima è una strada che porta in qualche modo a una trasformazione in senso prosociale del dolore derivato da un trauma, la seconda a una trasformazione distruttiva (stiamo guardando l’asse delle ascisse, la linea orizzontale). Queste due dimensioni si incrociano con un’altra dimensione che potremmo chiamare Introversione, ovverosia un atteggiamento psicologico rivolto verso l’interno e una opposta che invece andremo a chiamare Estroversione, ovverosia rivolta verso l’esterno (l’asse verticale delle ordinate)”.
Queste “strade” partono da un nucleo originario (il centro di intersezione), ovverosia da un originario traumatico.
Ma cos’è esattamente un “trauma”? Un trauma è un’esperienza profondamente dolorosa o destabilizzante, che supera le capacità di elaborazione e di difesa dell’individuo nel momento in cui accade. Può lasciare segni invisibili ma duraturi nella psiche, nel corpo e nelle relazioni. Può letteralmente trasformare un individuo.
Cosa ci dice questo schema.
Ad esempio che da un disastro può derivare l’altruismo. Le proprie ferite possono diventare strumenti per comprendere le ferite degli altri. Ferite che curano e che sono alla base di scelte di vita o anche solo di attività di aiuto, sostegno e generosità. E’ la direzione verso l’Estroversione. Oppure, dal lato opposto (direzione Introversione) si trova la possibilità di sviluppare una competenza personale profonda. Un bambino maltrattato, o costretto ad assistere a scene di violenza, può rifugiarsi nella sua stanza, uscire di casa e trovare un oggetto sul quale dedicare la sua attenzione, la sua concentrazione, per non vivere quella realtà opprimente: una chitarra, un crocifisso, un pallone, un libro, un passo di danza.
La deriva avviene sull’altro versante del quadrivio, la deriva è l’autodistruttività, che può essere rivolta verso l’interno, verso sé stessi, e prendere la forma della sofferenza cronica (fino ad arrivare al gesto estremo), oppure rivolgersi all’esterno, trovando sfogo sulle altre persone o in atti contro la società.
Omicidio o suicidio come facce della stessa medaglia.
Il noto serial killer, il celebre pluriomicida Donato Bilancia, aveva un fratello, Michele. Dalle esperienze nella stessa famiglia disfunzionale il primo ha rivolto verso l’esterno (17 le vittime imputate a Donato con certezza) i risultati del trauma del vivere in quel nucleo famigliare, il fratello verso l’interno: si è tolto la vita nel 1987. In entrambi, la violenza dei loro gesti estremi, scrive Ciappi, era la manifestazione del desiderio di porre fine a una vita già malvagia dalla tenera età.
Nei traumi dell’infanzia, che contribuiscono a dare già in tempi insospettabili una direzione nel quadrivio, non ci sono solo la violenza eclatante, il maltrattamento o la malnutrizione, basta spesso la negazione dei sorrisi, la negazione di cura sufficiente. L’assenza di amore.
Un bambino ride e la madre lo guarda sorridendo. Il bambino si specchia nel volto della madre. Abbiamo un bisogno disperato di uno specchio, almeno per i primi anni della vita. Immaginiamoci che il volto della madre si chiuda, sia sempre inespressivo, incapace di trasmettere qualsiasi sentimento, una faccia rigida, una madre “morta”. Per il celebre pediatra e psicoanalista D.W.Winnicott, è come se guardando la madre ci guardassimo allo specchio e non vedessimo nulla. E’ importante che qualcuno guardi il bambino con ammirazione, che i genitori sappiano empatizzare con il bambino, che si restituisca al cucciolo umano qualcosa che lo faccia sentire confermato. Se il genitore non sarà capace di fare questo, il bambino proverà in seguito un profondo senso di inettitudine e svalutazione. Da adulto il suo bisogno di specularità rimarrà frustrato e ciò potrebbe generare in lui il bisogno di cercare una propria dimensione, una propria grandezza, nel trionfo sadico su altre persone.
Il bambino non ha altri mezzi che attirare l’attenzione della madre quando ha un bisogno. Per qualsiasi cosa. E’ totalmente dipendente dalla creatura esterna che l’ha generato. Quando un bambino piccolo piange lo fa sempre per un motivo, un bisogno che deve soddisfare. Non lo fa mai per mettere alla prova la pazienza dei genitori. C’è una notevole differenza nel ricercare e dare soddisfazione alla grandiosità narcisistica onnipotente in un neonato che da poco tempo arranca nella vita e un adulto.
Nei primi anni di vita il bambino vive naturalmente un senso di grandiosità: si sente al centro del mondo, onnipotente, speciale, illimitato. Questo è normale e sano perché serve allo sviluppo dell’identità e dell’autostima ed è parte della costruzione del Sé. Col tempo, grazie alla relazione con figure reali, questo senso di grandiosità si modula, diventando un senso di valore realistico di sé.
Se un adulto mantiene quella grandiosità infantile, siamo invece di fronte a un sintomo di narcisismo patologico o di una personalità narcisistica che sfocia nell’incapacità di relazioni sociali soddisfacenti, serie e durature, nell’incapacità di accettare critiche o limiti, nel bisogno continuo di ammirazione e conferme, nel bisogno di sentirsi sempre speciali, migliori degli altri, superiori, e a perseguire questi risultati con ogni mezzo. Diventano un bisogno inconscio irrefrenabile. Un adulto del genere manca di empatia. È il segno di un Sé che non ha potuto svilupparsi correttamente, una struttura evolutiva infantile rimasta congelata, non trasformata in qualcosa di più maturo. Queste persone cercano il potere più che le responsabilità; agiscono senza senso etico pur di raggiungere i risultati che li farebbero brillare; perseguono la gloria personale infischiandosene del bene comune; sono molto brave ad imparare a raccogliere consensi tramite bugie e illusioni. E’ innato per loro imparare a sfruttare i punti deboli di chi gli sta intorno.
Ma non tutte le persone con narcisismo patologico sono “pericolose” in senso criminale. Spesso sono persone molto fragili, bisognose di conferme, che possono causare danno emotivo, ma non sono intenzionalmente malvagie. Tuttavia, non riconoscono quasi mai di avere un problema, quindi raramente cercano aiuto psicologico — e qui sta parte del pericolo: perché possono fare molto danno in società senza neppure rendersene conto. E tutto per aver avuto un’infanzia priva di amore e della cura minima necessaria.
Una storia vera:
Aileen viene abbandonata dalla madre e il padre viene arrestato per molestie sessuali e finirà per suicidarsi in carcere. Aileen viene quindi adottata dai nonni materni, che lei crede essere i suoi veri genitori. Il nonno, alcolizzato e violento, abusa di lei. Presto, con suo fratello Keith, Aileen scopre la sessualità. A 14 anni viene violentata da un amico del nonno e rimane incinta, partorisce e il figlio viene dato in adozione. Aileen comincia a bere a e fumare, e per farsi benvolere dai coetanei comincia a prostituirsi. Nel frattempo la nonna muore e il nonno mette i due fratelli sulla strada. Aileen vive come una senzatetto e comincia rubare. Viene arrestata più volte per ubriachezza e per rapina, ma nessuno si accorge che dietro quella ragazzina spavalda c’è una adolescente traumatizzata che forse ha scelto la violenza per campare e perché, almeno inconsciamente, spera che qualcuno si accorga di lei. Più tardi anche il fratello muore. A soli 15 anni la sua casa è la strada e la totale solitudine. Poi qualcosa sembra cambiare: trova un uomo più grande e benestante, ma la relazione tra i due risulterà un disastro.
Chi può uscire da una storia personale come questa pensando di non averne traumi? Aileen sarà condannata alla pena di morte nel 2002 e verrà giustiziata con iniezione letale in Florida perché, a un certo punto, la vita di Aileen arriva a un punto di rottura. Concause faranno sì che un cliente di quando si prostituiva abbia preso a seviziarla e violentarla e dopo una colluttazione, in Aileen, si sia andata formando una commistione di paura, adrenalina, istinto di sopravvivenza e desiderio di vendetta contro la persona che era diventata l’emblema di tutte le umiliazioni subite fino ad allora.
Da quella prima volta - che lei dichiarerà sempre essere stata legittima difesa - ucciderà altri sette uomini. Sempre a causa della vita che era costretta a condurre per sopravvivere.
Sempre di fronte a uno schema che porrà la vittima come emblema espiatorio di una vita fatta di traumi.
Di fronte a questo caso, Silvio Ciappi, intitola un piccolo sotto-capitolo del suo libro “Predatori” riguardante Aileen: Ma era veramente nata per uccidere? Una domanda probabilmente più che legittima.
La storia di Aileen non è che l’estrinsecazione della vendetta, desiderio sfociato dalla sua storia deprimente. Se non puoi elaborare la perdita e trasformarla in un dolore, allora la perdita si trasforma in vendetta (elaborazione paranoica del dolore, F. Fornari).
Ma qual’è la perdita per Aileen? Quella di aver perso ogni contatto con il mondo, la perdita della felicità che ogni bambino dovrebbe avere, il fatto di essere stata immessa da subito in un mondo crudele fatto di uomini violenti. Pensiamo davvero, noi persone “normali”, che di fronte a una esistenza del genere un essere umano non ne esca traumatizzato? Tanto da diventare poi ai nostri occhi un “mostro” per le scelte di vita che ha fatto? Il mondo in cui ha vissuto Aileen vi sembra lo stesso mondo in cui avete vissuto voi la vostra infanzia e la vostra giovinezza?
Quante vite traumatizzate, se non a questo livello in una delle tante sfumature di grigio tra il bianco e il nero di una vita al massimo e una al limite, appartengono a persone che vivono tra noi?
Se andiamo a scavare nelle biografie dei grandi dittatori, da Stalin a Hitler, troviamo famiglie scomposte abusanti, violente, lunghi periodi di bambini costretti a fuggire dal loro inferno domestico. Violenza che non è stata elaborata emotivamente e non è diventata dolore, ma desiderio di vendetta.
Il male sfida il pensiero, perché il pensiero cerca di raggiungere la profondità, di andare alle radici e, nel momento in cui cerca il male, è frustrato perché non trova nulla. Questa è la sua banalità (H.Arendt, G.holem [Due lettere sulla banalità del male] Nottetempo Roma 2007)
L’abbiamo già detto, ma è meglio ripeterlo: se dietro ad atti violenti vi è l’ombra di un inferno traumatico, non è necessariamente vero il contrario. Non tutti coloro che hanno vissuto un’infanzia infernale commettono atrocità. Come abbiamo visto nel quadrivio di Ciappi dalla sofferenza possono nascere non solo comportamenti distruttivi o autodistruttivi, ma anche comportamenti altruistici o attività specifiche specializzate che scaturiscono dalla ricerca del bambino di rifugiarsi altrove per non sentire la violenza, l’autoritarismo o l’oppressione eccezionale che gli gira intorno. Da qui, per esempio, lo svilupparsi di una predisposizione, di un’attività lecita e geniale, di persone che hanno saputo trarre dalla loro sofferenza abitudini eccezionali. Abbiamo citato in negativo alcuni nomi celebri, facciamone altri in positivo, pensiamo alle vite di Dostoevskij, di Mozart, di Ingmar Bergman per citarne alcune.
PARTE SECONDA
Abbiamo capito che molto di ciò che siamo è quanto ci viene dato, mostrato, fatto percepire, nella nostra fase evolutiva, e soprattutto quanto amore, nel senso di cura amorevole, ci è stato elargito da chi ci stava intorno. Fermo restando che per il neonato la madre è l’essere speciale per eccellenza di cui conosce odore e battito cardiaco (e chissà cos’altro dopo aver “albergato” dentro di lei per nove mesi) e da lei si aspetta tutto quello di cui ha bisogno. L’importanza quindi di essere bambini, di crescere bambini, di educare bambini.
“Tutti parlano di pace ma nessuno educa alla pace. In questo mondo, si educa per la competizione, e la competizione è l’inizio di ogni guerra. Quando si educherà per la cooperazione e per offrirci l’un l’altro solidarietà, quel giorno si starà educando per la pace.”
Lo dice Maria Montessori in diverse conferenze fra gli anni 1930 e ’40. Per lei, il bambino è il cuore del cambiamento sociale: solo educando i più piccoli alla cooperazione, all’empatia e alla responsabilità si potrà avere una civiltà più giusta e pacifica.
Montessori affermava che l’educazione è il vero strumento per costruire la pace, mentre la politica può al massimo evitarne le guerre. Per qualche motivo viene posta scarsa attenzione sulle cause profonde dei mali dell’attualità, come la competizione, l’invidia, la psicopatia. Sindromi silenti, dove gioca un ruolo essenziale anche il contesto, una società anomica e in rovina, in cui vige l’attaccamento a modelli disfunzionali, abbagliata dal mito del trionfo a tutti i costi, anestetizzata e indifferente alla perdita di umanità.
Forse al vivere di oggi mancano parole per poterlo descrivere. E’ aumentato il sapere tecnologico, ma non ci ascoltiamo abbastanza, abbiamo perso dimestichezza con le parole sincere che comunicano la vicinanza e la fragilità umana. I Social media creano distacco tra il reale e il percepito e disumanizzano l’oggetto dei loro contenuti. La difficoltà di molte persone sta nel riuscire a chiedere aiuto, nel vivere la lontananza di una persona e di una relazione come fossero una sorta di lutto perpetuo, in cui al di là di quel pezzo di mondo al quale dobbiamo rinunciare, non vi è altro che il buio e la morte. Potremmo parlare di psicopatologia del vuoto, ma la legge dell’entropia non ammette il vuoto. E allora la mente riempie quei vuoti con fantasie, spesso fantasie distruttive, per alimentare bisogni interiori o vendette verso persone e/o situazioni che ci hanno ferito profondamente (distruttività+estroversione dal quadrivio di Ciappi).
Quando ascolti esistenze ferite, incattivite e deluse, non c’è da fare i conti soltanto con il male, ma anche con la mancanza di senso. “La mente ha bisogno di senso”, sosteneva Piera Aulagner, psicoanalista francese. In fondo, l’odio può benissimo essere la risposta a una mente svuotata di senso. La nostra identità poggia sull’assunto che il mondo e noi stessi abbiamo un ordine, un’intrinseca logicità, perché questo è rassicurante.
Così, quando a seguito di determinate circostanze, l’uomo sente il proprio ordine sgretolarsi, egli scopre la verità, quella di non poter riuscire a vedere lucidamente, di avere una visione opaca delle cose e di noi stessi, e dietro questa opacità celarsi ciò che forse non vogliamo vedere: l’assurda e violenta componente dell’uomo.
Il filosofo Leibniz si chiedeva: “ se Dio c’è, da dove viene il male?”. Il male, forse, è solo nell’assenza di bene.
Infatti l’odio nasce all’interno della medesima società, tra persone simili. Noi stessi siamo risentiti verso certe persone che ci hanno fatto del male. Non temiamo sventure ad augurargli il peggiore dei danni. Tutti noi odiamo, abbiamo odiato o sappiamo cosa vuol dire… se abbiamo il coraggio di non nasconderci dietro il velo dell’ipocrisia.
I ragazzi di oggi sono costretti a cavarsela da soli in una società di adulti che aveva promesso loro un intero mondo, ma si trovano con le mani vuote. C’è senso di smarrimento nelle menti dei giovani d’oggi. Smarrimento di valori saldi sostituiti dal mito del guadagno facile, della fama planetaria tramite social, dell’esibizione del proprio ego soddisfatto. Vengono ispirati da frustrazione, vergogna sociale e sfiducia nei confronti di un sistema che non mette a disposizione strumenti legittimi di mobilità sociale. C’è invece isolamento dagli affetti, superficialità, la credenza che l’amore sia sesso e obbedienza senza porsi domande.
Dov’è, in tutto questo, l’educazione sensibile auspicata da Montessori? Ci chiediamo mai, tra i mille pensieri che sovraffollato le nostre menti quotidianamente, se stiamo allevando le prossime generazioni nel modo giusto?
La banalità delle banalità: i giovani di oggi saranno gli adulti di domani, quelli che prenderanno il nostro posto quando noi saremo vecchi e meno propensi a poterci prodigare a sostegno di valori e diritti acquisiti. Avremo ancora voglia di batterci per valori e diritti? Ne avremo le forze? Allora ci dobbiamo affidare a loro. Ma, a loro, questo mondo, questa nostra società dei consumi, cosa sta insegnando? A trattarci con dignità e rispetto quando saremo vecchi? A Gaza, di questi tempi, permettiamo che muoiano di fame (LI STIAMO AFFAMANDO, non uccidendo di bombe o per distruzioni di guerra) molte genti e molti bambini, a chi importerà mai di vecchi inutili e rompiscatole?
“Nessuno nasce odiando un’altra persona per il colore della pelle, il suo background o la religione... Se si può imparare a odiare, si può anche insegnare ad amare, perché l’amore è più naturale al cuore umano del suo opposto.” Lo dice Nelson Mandela.
“Non realizzeremo alcun cambiamento significativo nella società finché non ci concentreremo non solo su cosa significa essere genitori, ma anche su cosa significa essere bambini.” Lo dice Doreen Goodman.
“La cosa più rivoluzionaria che chiunque possa fare è crescere bambini onesti, generosi e buoni, capaci di mettere in discussione chi crede che la violenza sia la soluzione. È questo ciò che le scuole dovrebbero fare. Se non insegniamo ai bambini la pace, qualcun altro insegnerà loro la violenza.” Lo dice Colman McCarthy.
“Se vogliamo creare una pace duratura, dobbiamo partire dai bambini.” Mahatma Gandhi
“È nostra responsabilità portare la pace nelle classi, in ogni scuola, a ogni livello: solo così i nostri figli potranno studiare, apprendere e praticare la pace. Tolleranza, rispetto e pazienza sono abilità che si acquisiscono: fino a quando i bambini non studieranno, impareranno e praticheranno la pace, non ci sarà progresso reale.” Debbie Robins.
“La pace non significa assenza di conflitti; la pace significa risolvere le differenze attraverso mezzi pacifici: attraverso il dialogo, l’educazione, la conoscenza e modi umani.” Dalai Lama XIV.
“La pace non è soltanto un obiettivo lontano che cerchiamo, è il mezzo con cui possiamo raggiungere tale obiettivo.” Martin Luter King. Ma la stiamo cercando? Stiamo davvero cercando la Pace? E’ realmente un obiettivo che vogliamo raggiungere?
“La guerra non è innata nell’essere umano. Impariamo la guerra e impariamo la pace. La cultura della pace è qualcosa che si apprende, proprio come si apprende la violenza e la cultura della guerra.” Elise Boulding. Cosa apprendiamo dai fatti? Dalle cronache di oggi? Cosa insegniamo ai nostri figli nelle scuole? La Storia! Certo! Bene. Chiedete ai vostri figli chi per loro sia più “figo” tra Giulio Cesare, grande stratega che conquistò la Gallia (un territorio vasto quanto Francia, Belgio, Svizzera e parte della Germania); Alessandro Magno che conquistò un impero dall’Egeo all’India; Gengis Khan che ha creato l’impero contiguo più vasto della storia del mondo, in confronto ad Aristotele che fu precettore di Alessandro Magno, Cicerone che non ha bisogno di presentazioni, Voltaire filosofo dell’illuminismo francese e sostenitore della tolleranza e della libertà, o Giordano Bruno che pure è una pietra miliare nella storia, un martire della libertà di pensiero. Io credo che abbiate ormai capito dove voglio andare a parare.
Certamente la conoscenza dei fatti della Storia non può prescindere dal dare un peso alla grandezza dei grandi conquistatori che l’hanno fatta, ma è nel perché poi questi sono ritenuti più “fighi” dai giovani rispetto ad altre figure eccelse e grandissime di scienza e di pensiero che si cela la vera questione. Poniamoci queste domande.
Perché sono il potere, la forza, la grandezza sul campo, l’esuberanza ad avere più ascendente sulla mente dei giovani?
Diamoci delle risposte. E diamole alla società. Perché se ne parli, perché il “male” si nutre di silenzio. Per questo bisogna parlarne e usare i termini giusti. La lingua è importante. Dare i nomi alle cose è importante, avere le parole per esprimere i propri disagi è importante. Vuol dire riconoscerli, potersi aprire ad altri per scoprire che non si è soli in quel labirinto che si trasforma in disperazione, e che magari qualcuno ha trovato l’uscita. Scrive Silvio Ciappi nel suo libro “Predatori”.
Quando ascolti esistenze ferite, incattivite e deluse, non c’è da fare i conti soltanto con il male, ma anche con la mancanza di senso. “La mente ha bisogno si senso”, sosteneva Piera Aulagner, psicoanalista francese. E in fondo, l’odio può benissimo essere la risposta a una mente svuotata di senso.
PARTE TERZA
L’omicidio è una di tante chiavi di lettura per analizzare le società di oggi. Nella società occidentale principalmente, e sicuramente quella di casa nostra si uccide molto di più in famiglia e, ancor di più, si uccide per motivi che appaiono futili: dissapori famigliari sfociati tragicamente, liti di vicinato, amori tracimati in disgrazia. L’omicidio non è più l’atto di prepotenza del superuomo, del bandito, del fuorilegge, che si pone contro la società e i suoi costumi bigotti eliminando chiunque si interponga sulla strada della propria affermazione.
Oggi, il delitto di sangue assume sempre di più il ruolo di mezzo patetico per affermare le proprie debolezze, un alibi per non affrontare le proprie sconfitte, le piccole inettitudini, le vorticose incapacità di relazionarsi con gli altri. Si uccide per un bacio non dato, per un cane che abbaia, per vigliaccheria. Reazioni smodate e incontrollate al disagio. Disagio che si articola in una società sempre più priva di mediatori, ruolo storicamente ricoperto dalla scuola, dalla famiglia e dal lavoro, che hanno perso purtroppo davvero tanta, troppa importanza. Delitti non necessariamente legati a privazioni economiche o sociali, né, tantomeno, effetti del degrado o di subculture violente. Molti spargimenti di sangue sono maturati in ambienti di benessere economico, in nidi familiari di apparente normalità. Questi omicidi ci appartengono, sono prossimi al nostro stile di vita, vengono agiti da persone e coinvolgono vittime con cui è facile correre il rischio di identificarsi.
A cosa dobbiamo tutto questo, oggi?
Difficile dare una risposta univoca e certa, di sicuro non c’è solo una causa. La deriva all’abitudine della violenza nei rapporti sociali, violenza spesso rivolta verso chi è più debole (anziani, diversamente abili, diversi), è sintomo dell’incapacità di tollerare frustrazioni e piccoli fallimenti. E poi c’è la sensazione di essere “fuori dal giro” che conta, sentirsi esclusi dalla grande ruota del circo sociale di chi ce l’ha fatta. Il bersaglio può essere rappresentato da quella società globale che sbatte in faccia l’illusione di poter essere qualcuno, senza però offrirne i mezzi.
Se l’industrializzazione ha creato gente frustrata, la post-industrializzazione crea gente depressa. Tale situazione è indubbiamente l’effetto della frantumazione lavorativa e dell’alto grado di mobilità. Se si svolge un lavoro mobile si può diventare preda, con un maggior rischio, della solitudine. La risposta individuale ai problemi è divenuta di portata generale tanto da fare la fortuna delle terapie mindfulness, delle filosofie new age, uniche forme per riannodare la frantumazione della propria biografia e collocarsi in una comunità riferimento (il gruppo che sposa le stesse filosofie), condividendone stili di vita, comportamenti e linguaggi.
Spesso confondiamo il sapere di agire con lo scegliere di agire perché la consapevolezza di compiere una determinata azione ci illude di averla, anche, liberamente scelta. Ma il fatto di aver “volontariamente” deciso di commettere un delitto non significa averlo realmente voluto.
Gli odiatori e gli assassini del Terzo Millennio sono sostanzialmente irrazionali e preda di istinti che non hanno imparato a riconoscere, a detectare, a derubricare, a razionalizzare. A conviverci senza lasciare che essi prendano il sopravvento. Anche il più normale degli uomini, nel lungo processo che dalla nascita porta alla morte, ha pensato almeno una volta di fare del male a qualcuno, ma ciò non è accaduto. Perché tra il pensare e l’agire si è imparato che prima si deve processare il tutto secondo un attento esame di coscienza e ci si rende conto che quel pensiero è nato da una ferita che richiede cura, dove però la violenza non è mai la soluzione.
Si uccide perché c’è una sofferenza antica alle spalle - anche se non necessariamente deve per forza sfociare in odio o in comportamenti violenti.
Si uccide perché ci si abitua alla violenza, per coprire una umiliazione subita.
Si uccide quando il muro che abbiamo fabbricato per proteggerci crolla. Si uccide quando smettiamo di credere di poter cambiare (in meglio!).
Salti nel vuoto ne facciamo tutti, a volte percependo di precipitare, di non trovare appigli a cui far presa per non cadere sempre più in basso. Spesso però ci si dimentica che saltare, cadere e poi rialzarsi fanno parte di un unico movimento. Che è la vita.
Insegnare al bambino che cadere è possibile, che cadere non è umiliante, può essere doloroso, ma non uccide, ferisce il nostro ego, ma non è da considerarsi un fallimento che annulla tutto ciò che siamo, che cadere spesso è il sintomo di qualcosa che dobbiamo comprendere, è un segnale che può dirci qualcosa, ma c’è sempre, SEMPRE, la possibilità di rialzarsi e ricominciare. Sapendo questo non avremo il bisogno di cancellare le tracce di quella umiliazione, di cercare una vendetta per quella caduta, la rivalsa o la negazione, ne ricaveremmo solo la certezza del prossimo passo da fare: rialzarsi.
Sapere di poter cadere e rialzarsi dà la forza di costruire una vita che un giorno dimostrerà il suo valore.
Ecco cosa dovremmo insegnare ai nostri bambini oggi, prima che sia troppo tardi domani. Non diamo per scontato che sappiano imparare da soli questa lezione, questa FONDAMENTALE lezione, perché molti studi recenti hanno dimostrato che i giovani assassini del nostro tempo, questa lezione decisamente non l’hanno appresa.
PARTE QUARTA
Così come una mela non nasce marcia, non credo che gli uomini nascano cattivi. Non esistono mele nate marce, solo mele messe in contenitori che le fanno marcire.
Il riduzionismo biologico, ovvero quella concezione del sapere in cui solo ciò che è descrivibile in termini fisici ha il privilegio di scienza, relega la mente umana a un semplice prodotto del cervello, un fenomeno secondario che dipende ontologicamente dalla sua infrastruttura fisico-biologica che è appunto l’infrastruttura celebrale.
Ma questa riduzione epistemologica del sapere, che privilegia l’ambito delle materie fisiche e naturali su quelle umane e sociali, ha latente un grave errore di fondo.
Ridurre un corpo umano a semplice organismo ignora quelli che sono i fattori mentali, sociali, ambientali che possono tradursi in comportamento, dolore, sofferenza, follia, delirio.
Pensiamo al dolore e al lavoro di traduzione che ne fa la scienza medica cercandone l’origine organica: il medico “vede” una malattia laddove un paziente “sente” un dolore.
Ma se il dolore è nella mente? I riscontri fisico-biologici saranno negativi, il corpo è sano, eppure il paziente non si “sente” bene.
Un paziente può andare dal medico esprimendo una sensazione di “dolore” sottintendendo la percezione di un forte disagio, un disagio che disturba, che non fa dormire, che mina la concentrazione, che genera mal di testa, che sembra far udire strane voci, che scatena la collera all’improvviso, che fa sobbalzare per un nonnulla, che fa temere di essere in pericolo o di essere spiati, che fa passare la voglia di fare le cose, la voglia di vivere, che fa credere di avere una malattia mortale anche se non è vero. Sintomi che è difficile inquadrare in una “specifica” malattia da curare. Soprattutto se il riscontro scientifico fisico-biologico non scova anomalie significative.
Il fatto è che l’essere umano è a tutti gli effetti una macchina bio-psico-relazionale. Influisce sul suo equilibrio tutto ciò che lo circonda. Egli stesso, nel suo ambiente e con gli altri, è un elemento che inquina, che trasforma, e quella trasformazione gli restituisce l’ambiente modificato con cui ancora si relaziona e dal quale subisce energie, informazioni, contrasti, conflitti, ai quali reagisce caratterizzandone una nuova modifica che avrà nuova influenza su di lui. E’ un cerchio, un circolo che può essere vizioso o virtuoso.
Come dire che ogni parte del sistema umano, fatto di organismo, ambiente e comportamenti, è strettamente correlata, è al tempo stesso causa ed effetto: quando parliamo di comportamenti umani occorre prendere in considerazione una concezione circolare e sistemica (A determina un cambiamento in B, il quale a sua volta retroagisce su A trasformandolo) e non più una concezione meramente lineare (A influisce su B) della casualità.
E’ solo un’illusione che un fondamento scientifico, fattuale, capace di dividere l’umanità in chi è malato e chi no, possa con chiarezza dirci chi sono i buoni e chi sono i cattivi. Semmai questa può essere considerata un’azione “ansiolitica” dell’umanità. E’ più facile attribuire il male a chi ha una “malattia”, un “disturbo” che giustifica la capacità di nuocere.
Sapere che non faremmo mai certe cose, non arriveremo mai ad avere certi comportamenti, che il male si fa perché si attiva qualcosa nel corpo per colpa di una tara, di una predisposizione, di un trauma, può apparire tranquillizzante. Ammettere che invece noi siamo liberi nelle nostre scelte ci restituisce quella che Jean-Paul Sartre chiama l’angoscia della libertà.
La mente umana è altro e molto più che il suo cervello - lo abbiamo dimostrato - e come la fisicità del corpo anche la mente può ammalarsi e avere bisogno di cure. E qui si cela il vero problema dell’uomo da sempre. In presenza di un dolore fisico, di un problema fisico, di un danno fisico, tutti ricorriamo allo specialista di turno per cercare una cura e ritrovare la salute perduta. Ma quando il disagio non è visibile, non è prettamente corporeo, ma sortisce ugualmente effetti nefasti sul nostro vivere, allora la cosa è da tenere segreta. Perché la malattia mentale è spesso vista come disonore per la famiglia o fallimento personale. Perché la malattia mentale è spesso ancora vista come debolezza o problema da nascondere. Nelle società mediterranee il ruolo della famiglia è forte e spesso si tende a tenere tutto in famiglia per “non far parlare la gente”.
Il tabù sociale persiste anche in paesi, come l’America, dove parlare di terapia e salute mentale è comunque più normalizzato.
La malattia mentale è stigmatizzata in tutto il mondo, anche se si manifesta in modi diversi a seconda delle culture, delle tradizioni religiose, delle politiche sanitarie e della consapevolezza pubblica.
Certi comportamenti sono frutto di abitudini, stili di vita, modelli di iterazione sociale che contribuiscono a plasmare alcuni stati mentali, che a loro volta vanno a modificare, con la forza dell’abitudine dell’esercizio, assetti neuronali e biologici.
La salute mentale non è ancora trattata come una vera priorità globale, sebbene la pandemia abbia aumentato la consapevolezza ovunque, e finché non ne prendiamo atto e cominciamo a sottoporci a qualche controllo, soprattutto non cominciamo a riconoscerne l’insorgenza e ad ammettere il disagio che crea, saremo sempre in ritardo, impreparati e fragili di fronte a qualcosa che, trascurato, diventa silenziosamente devastante — per l’individuo, per le famiglie, per l’intera società.
CONCLUSIONI
Si prenda coscienza che esiste un problema nell’ammettere che l’uomo si può rompere un osso tanto quanto può rompersi qualcosa dentro di lui. Così come si interviene con una operazione e col gesso nel primo caso diventi normale chiedere l’ausilio degli specialisti del settore nel secondo. Questa deve diventare la normalità.
Educare alla consapevolezza è oggi il gesto più rivoluzionario e pacifico che possiamo compiere.
Non possiamo più ignorare la responsabilità dell’educazione nella costruzione (o nella distruzione) dell’umano.
In un mondo che premia la performance e l’ideale competitivo fin dalla più tenera età, restituire spazio all’ascolto, alla fragilità e alla cooperazione significa non solo prendersi cura dei bambini, ma immaginare un’altra civiltà possibile.
La sfida non è solo pedagogica: è culturale, etica e profondamente politica. Ma come ci insegnano i grandi pensatori, nessun cambiamento reale può avvenire senza passare per la mente e per il cuore.
E deve essere un cambiamento globalizzato, dobbiamo non solo immaginarlo, ma metterlo in atto, prima ancora che insegnarlo. Perché i bambini apprendono guardando agli adulti intorno a loro più che dalle lezioni e dalle spiegazioni che gli vengono impartite.
Ed ecco il punto, la mia domanda a tutti voi: Quale esempio stiamo dando ai bambini di oggi stando a quello che possono verificare coi loro sensi attraverso le tecnologie di cui dispongono?
E’ tempo di cominciare a lavorare sul serio al cambiamento, ma io, onestamente, non vedo mobilitazioni in tal senso.
Aiutatemi a ricredermi.
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