Ambiente, il doppio binario del Governo Meloni
Rilancio del nucleare e frenata sulla transizione verde. Calpestano insieme la volontà popolare e la consapevolezza diffusa sul clima
Il governo italiano sembra muoversi su due binari che rischiano sempre più spesso di entrare in collisione. Da una parte rilancia con forza il ritorno al nucleare, presentandolo come una scelta strategica per garantire sicurezza energetica, autonomia nazionale e riduzione delle emissioni. Dall’altra, però, chiede all’Unione europea maggiore flessibilità, deroghe e rinvii sugli obiettivi della decarbonizzazione, sostenendo che la transizione ecologica imposta da Bruxelles sarebbe troppo rapida e onerosa per il sistema produttivo italiano. Insomma
Una linea che molti osservatori giudicano contraddittoria e che sta alimentando dubbi sulla reale strategia energetica del Paese. Perché mentre si parla di futuro, innovazione e tecnologie nucleari di nuova generazione, l’Italia continua a rallentare su diversi fronti decisivi della conversione ecologica: energie rinnovabili, mobilità sostenibile, efficientamento energetico e riduzione delle emissioni industriali.
Il punto più delicato riguarda il significato politico del ritorno al nucleare. L’Italia, infatti, ha già detto due volte “no” all’atomo attraverso referendum popolari: nel 1987, dopo il disastro di Chernobyl, e nel 2011, all’indomani della tragedia di Fukushima. Due consultazioni che segnarono profondamente il dibattito pubblico italiano e che portarono alla definitiva uscita del Paese dalla produzione di energia nucleare.
Oggi però il tema viene riproposto dal governo come parte della risposta alla crisi energetica e agli obiettivi climatici europei. Il ministro dell’Ambiente e della Sicurezza energetica Gilberto Pichetto Fratin parla da mesi della necessità di riaprire il dossier nucleare, puntando soprattutto sui cosiddetti “reattori modulari avanzati” e sulle tecnologie di nuova generazione. Secondo l’esecutivo, il nucleare potrebbe rappresentare una fonte stabile e a basse emissioni capace di accompagnare la transizione ecologica.
Ma qui emerge il primo nodo politico e temporale. Anche ipotizzando una svolta immediata, il nucleare non potrebbe offrire soluzioni concrete nel breve periodo. Tra progettazione, autorizzazioni, investimenti, individuazione dei siti e costruzione degli impianti, servirebbero probabilmente almeno quindici o vent’anni prima di vedere operative nuove centrali. Nel frattempo, però, gli obiettivi climatici europei richiedono interventi immediati.
Le frenate sulla decarbonizzazione e il confronto con l’Europa
Ed è proprio su questi obiettivi che il governo italiano appare sempre più prudente, se non apertamente frenante. Roma si è schierata più volte insieme ad altri Paesi europei per chiedere un rallentamento di alcune misure del Green Deal, sostenendo la necessità di “realismo” nella transizione ecologica.
La contestazione riguarda soprattutto i costi sociali e industriali della decarbonizzazione. Settori strategici come automotive, siderurgia, trasporto pesante e agricoltura temono infatti che una transizione troppo rapida possa tradursi in perdita di competitività, chiusure produttive e aumento della disoccupazione.
Il caso simbolo è quello dello stop ai motori endotermici previsto dall’Unione europea entro il 2035. Il governo italiano ha più volte criticato quella scelta definendola ideologica e poco compatibile con la struttura industriale nazionale. Lo stesso discorso vale per alcune norme sulle emissioni industriali e per i vincoli energetici sugli edifici.
Il risultato è una comunicazione politica ambivalente: da un lato si dichiara di voler guidare la transizione ecologica, dall’altro si contestano proprio gli strumenti necessari per realizzarla nei tempi previsti.
In questo quadro il nucleare rischia di diventare anche un tema simbolico e identitario più che una soluzione energetica concreta. Parlare di ritorno all’atomo consente infatti di trasmettere l’idea di modernità tecnologica e sovranità energetica senza affrontare immediatamente le difficoltà legate alla trasformazione del modello produttivo e dei consumi.
Le vere sfide della transizione e il rischio di perdere tempo
Ma gli esperti ricordano che la transizione ecologica non si gioca soltanto sulle grandi opere energetiche. Si gioca soprattutto sulle reti elettriche, sugli accumuli, sul trasporto pubblico, sulle comunità energetiche, sull’efficienza delle abitazioni, sulla riconversione industriale e sulla diffusione capillare delle fonti rinnovabili.
E proprio qui l’Italia continua a mostrare ritardi strutturali. Le autorizzazioni per impianti eolici e fotovoltaici restano lente e frammentate. Le infrastrutture energetiche sono spesso insufficienti. Le comunità energetiche stentano a decollare. La riqualificazione energetica degli edifici procede in modo discontinuo dopo il caos legato ai bonus edilizi.
Vogliono calpestare la volontà popolare
Del resto, il ritorno al nucleare continua a scontrarsi non soltanto con la memoria politica dei due referendum popolari che hanno bocciato l’atomo in Italia, ma anche con una questione molto concreta: il rischio ambientale e sanitario legato a questa tecnologia. Chernobyl e Fukushima non appartengono a un passato remoto né possono essere liquidati come incidenti eccezionali. Hanno mostrato quanto devastanti possano essere le conseguenze di un incidente nucleare, sia sul piano umano sia su quello ambientale, con territori contaminati per decenni, evacuazioni permanenti e danni incalcolabili agli ecosistemi e alla salute pubblica. Per questo una parte consistente dell’opinione pubblica italiana continua a considerare il nucleare non una soluzione energetica, ma un pericolo strutturale.
A rendere ancora più controverso il dibattito è poi il nodo irrisolto delle scorie radioattive. L’Italia, pur non avendo centrali attive da anni, non è ancora riuscita a individuare un deposito unico nazionale per lo smaltimento dei rifiuti nucleari già esistenti. Ogni ipotesi di localizzazione ha infatti provocato proteste durissime da parte dei territori coinvolti, preoccupati per l’impatto ambientale, sanitario ed economico di strutture destinate a custodire materiali radioattivi per tempi lunghissimi. È una contraddizione che pesa sul dibattito attuale: mentre si parla di nuove centrali e mini-reattori, il Paese non è ancora riuscito nemmeno a risolvere definitivamente il problema delle vecchie scorie nucleari. Un elemento che alimenta dubbi sulla sostenibilità reale di una strategia energetica fondata sul ritorno all’atomo.
Non c’è più tempo
Nel frattempo la crisi climatica accelera. Ondate di calore, siccità, eventi meteorologici estremi e dissesto idrogeologico colpiscono sempre più frequentemente il territorio italiano. E mentre l’Europa cerca di rafforzare le proprie politiche ambientali, il rischio è che l’Italia resti intrappolata in una posizione intermedia: troppo lenta per guidare davvero la transizione verde, ma anche troppo dipendente dalle fonti fossili per garantire sicurezza energetica e competitività nel lungo periodo.
Il nodo politico di fondo riguarda dunque la chiarezza della strategia. Se il nucleare viene proposto come componente futura del mix energetico nazionale, resta da capire quale sia il piano concreto per i prossimi dieci anni, quelli decisivi per ridurre le emissioni e rispettare gli impegni climatici internazionali.
Perché senza investimenti massicci nelle rinnovabili e nell’efficienza energetica, il rischio è che il ritorno al nucleare diventi soprattutto un modo per rinviare il confronto sulle trasformazioni profonde che la transizione ecologica richiede già oggi.
E mentre il dibattito politico continua a oscillare tra annunci, frenate e richieste di deroghe, resta aperta una domanda fondamentale: l’Italia vuole davvero guidare la conversione ecologica oppure sta semplicemente cercando di guadagnare tempo?
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