Sei all'interno di >> :.: Primo Piano | Attualità e società |

Altrove di Simone Belfiori

Devo essere di più, per essere qualcuno. La qualità della vita non è dunque mai nel “qui ed ora”, ma sempre e perennemente inafferrabile.
di Simone Olla - mercoledì 5 luglio 2006 - 3242 letture

Secondo i dati riportati da Umberto Galimberti, il 53 per cento degli italiani soffre di disagio psichico per lo più a sfondo depressivo (34 per cento), e il 32 per cento assume psicofarmaci il cui consumo è aumentato del 60 per cento negli ultimi quattro anni: stime decisamente preoccupanti, e che fanno il paio con i famosi 566 americani su 1000 che ricorrono all’ausilio di sostanze per fronteggiare la quotidianità.

E non a caso, l’influsso della cultura americana è probabilmente ciò che fomenta questo progressivo consumo: l’abbattimento del senso del limite spinge l’individuo, eternamente insoddisfatto del suo presente e proiettato verso una meta sempre al di là venire, a ricercare un qualcosa che allevi chimicamente il suo senso d’ansia, che lo proietti in una condizione di fittizia onnipotenza e disinibizione. Nulla di differente dal meccanismo di gran parte delle droghe comuni, con l’aggravante che la scintilla di tale dinamica è proprio nell’ideologia del progresso e della scalata al successo. Devo essere di più, per essere qualcuno. La qualità della vita non è dunque mai nel “qui ed ora”, ma sempre e perennemente inafferrabile. Per frenare questo stato ansiogeno, si ricorre ad aiuti esterni, nell’impossibilità di vedere l’obiettivo.

Non necessariamente tale ausilio è di tipo chimico: qualunque cosa in grado di sottrarre l’individuo dalla responsabilità del vissuto reale e di metterlo a contatto con una situazione di esclusiva agiatezza entra in gioco. E’ il caso ad esempio della tecnologia: in grado di svolgere numerosi compiti “al posto” dell’uomo, offre nel contempo ad esso l’illusione di onnipotenza, di soddisfazione e di controllo non solo della realtà circostante, ma anche della propria psiche. Gli psicofarmaci illudono e piuttosto inibiscono il vissuto: la tecnologia, pervasiva e onnicomprensiva, svolge una funzione equiparabile.

Come lo definisce lo stesso Galimberti, l’individuo sovrano si illude che con la tecnologia controllerà ogni sfera dell’esistente, magari anche del personale, rendendo sempre più “soggettivo” ed integrato a se il mezzo tecnologico che utilizza. Emblematico è il caso della telefonia cellulare, medium individuale per eccellenza, che sta evolvendosi sempre più verso la tipologia di “postazione multimediale portatile”.

Mentre in realtà comanda sempre meno, ed “affida” inconsapevolmente al mezzo altro la sua prerogativa. Ma è alleviato dal peso della responsabilità e vive la sua condizione con maggior tranquillità. Da sottolineare che è stata sufficiente la sola “diffusione” della tecnologia a generare un certo tipo di effetto alienante ed espropriante, a prescindere dalla sua natura.

In altri termini, se la prospettata “realtà virtuale” o i videogames sono piuttosto espliciti nel senso di un vissuto fittizio ricreato, il resto dei medium no. Eppure l’effetto è il medesimo. In questo senso, la tecnologia è di per se una “nuova droga”, un palliativo dei mali moderni, uno psicofarmaco collettivo. Essa è così presente che diventa “estensione fisica di se stessi” (Marshall McLuhan). Diviene affine alla carne stessa, svolgendone al suo posto le funzioni. Il rapporto tra tecnologia e carne è evidenziato dal regista David Cronenberg nel suo “Existenz”: qui l’uomo può integrarsi ad una realtà su misura, tutta tecnologica, interfacciandosi ad essa proprio come una normalissima periferica hardware, una porta firewire o usb. Il futuro è a sua misura.

Secondo Anna Pazzaglia, “Il film ci presenta una possibile, irreversibile crisi dei concetti di identità fisica indotta da uno sviluppo tecnologico così intenso da ridurre l’uomo a un terminale; e la macchina, rinnovata in una struttura organica e vivente, finisce per gestire esistenza e trascendenza dell’uomo stesso”. Gli elementi ci sono tutti: il senso di onnipotenza ed il futuro alla propria portata, l’espropriazione di se, l’illusione pronta alluso per la mente, la propria esistenza proiettata verso un lido altro. “Se giochiamo bene, noi saremo i vincitori della battaglia per l’esistenza. Per un’esistenza priva di logica, insensata, violenta, sensuale e folle, che continua quella altrettanto insensata, ma anonima, di tutti i giorni”. Anche Kathryn Bigelow, nel suo film di culto “Strange Days”, descrive un ipotesi dove lo SQUID, un comunissimo walkman cerebrale, è in grado di catalogare e riprodurre intere sequenze di emozioni archiviate, pronte all’uso per un esistenza soddisfacente. L’individuo è solo, la realtà è fuggevole. Il rifugio è l’emozione indotta, o ridotta, controllata.

Simone Belfiori (www.opifice.it)


Rispondere all'articolo - Ci sono 0 contributi al forum. - Policy sui Forum -