Alberi
"Silent Friend", di Ildikó Enyedi
Silent Friend
di Ildikó Enyedi
Germania - Francia - Ungheria, 2025
Con: Tony Chiu-Wai Leung (Tony), Luna Wedler (Grete), Enzo Brumm (Hannes), Marlene Burow (Gundula), Léa Seydoux (Alice)
Tre diversi contesti e ritmi temporali per un unico spazio e per un solo albero. Nel giardino dell’Università di Marburgo sta, vive e fiorisce un magnifico esemplare di Ginkgo biloba, una specie tra le più antiche che siano sopravvissute (250 milioni di anni). Un albero amato e studiato anche da Goethe, in particolare nella sua opera La metamorfosi delle piante (Versuch die Metamorphose der Pflanzen zu erklären, 1790).
In quel giardino e in quella università nel 1908 venne ammessa la prima donna a studiare botanica, qui chiamata Grete. Ci riuscì con non poche difficoltà e però diede poi inizio anche alla fotografia naturalistica.
Nel 1972 il timido studente Hannes collabora con la collega e ricercatrice Gundula nel tentativo di scoprire eventuali risposte agli stimoli ambientali da parte di una pianta di geranio.
Nel 2020 un neuroscienziato giapponese ospite dell’Ateneo passa dallo studio del corpomente dei bambini molto piccoli a quello del Ginkgo biloba che si trova nel giardino.
Le tre vicende si intrecciano a mostrare le metamorfosi degli umani, le trasformazioni individuali e collettive, i conflitti, le incomprensioni e gli amori, la costante curiosità che la nostra specie esercita sul mondo e sull’accadere. Il Ginkgo sta lì, insieme agli altri alberi, all’erba, ai gufi, alla volpe, alla Luna. I quali esistono e durano in tempi e con ritmi diversi, transitando nell’essere, forme dell’energia. Gli umani li osservano, li ignorano, li studiano, li cancellano. Spesso pretendendo di dominarli e di averli compresi. E invece l’albero rimane un enigma immobile e sovrano.
Il fluire delle immagini è splendido, che siano nel bianco e nero degli inizi del Novecento, nella solitudine dei laboratori durante l’epidemia del 2020, nelle radici potenti e vibranti dell’albero, nei suoi rami, nel suo pieno e nel suo vuoto. Un film poetico e visionario, una meditazione sul mistero che gli alberi sono, sulla loro amicizia silenziosa, sulla loro presenza necessaria per ogni vita sulla Terra e che invece gli umani tendono a ignorare, sottovalutare e spesso distruggere con gli incendi (che sono sempre dolosi, sempre originati dalla presenza umana), con tagli indiscriminati (come quelli che le amministrazioni ‘ecologiche’ del Partito Democratico di Roma e di Milano stanno operando in questi mesi; delle amministrazioni criminali), con la loro assenza in molte città italiane e in particolare in quelle meridionali (Catania, ad esempio, è un luogo arido di cemento, di asfalto e di sporcizia).
Un grave errore sarebbe invece intendere Silent Friend come un’opera di botanica e di scienza. Non lo è. Essa suggerisce infatti, pur se con discrezione, la possibilità che i vegetali siano in qualche modo consapevoli di ciò che sono e di quanto accade. Come tutti i viventi, essi reagiscono agli stimoli ambientali, è ovvio, ma non ne hanno alcuna consapevolezza poiché non possiedono nessun sistema nervoso, nessun apparato fisico che faccia emergere dai loro corpi il piacere o il dolore. La coscienza è questo, è in gran parte e soprattuto questo, è la consapevolezza che un corpomente ha dei propri stati di piacere o di dolore, in modo da muoversi nell’ambiente per prove ed errori allo scopo di consolidare i primi e di eliminare i secondi.
Il filosofo morale Gianfranco Mormino definisce giustamente capziosi e inconsistenti i tentativi di negare o ridimensionare le posizioni antispeciste facendo riferimento a presunti diritti del vegetale: «Ritenere un male la distruzione di un oggetto privo della capacità di percepirlo fa perdere qualunque senso al concetto stesso di etica, che l’antispecismo fonda sulla senzienza. […] Senza alcuna fondazione scientifica, l’affermazione che le piante percepiscono dolore e piacere serve solo a difendere lo status quo, ovvero la zooftoria [parola che indica le varie pratiche di sterminio degli animali non umani]» (Etica antispecista. Filosofia degli animal studies, Raffaello Cortina Editore, 2026, p. 174).
Il dispositivo ontologico e biologico fondamentale è appunto la senzienza. Tale parola indica l’universale predisposizione animale a cercare il piacere e a evitare il dolore. Dove esiste un sistema nervoso accade il sentire, vale a dire l’autoconsapevolezza che il corpomente ha della propria condizione piacevole o spiacevole, e di conseguenza si generano pensiero, etiche, politiche, religioni, culture. Nell’enorme numero di enti nei quali tale senzienza non c’è, non si producono le strutture e gli elementi che dal sentire conseguono.
Nel fantasticare di coscienza vegetale (anche sulla scorta di alcuni recenti libri, probabilmente mal compresi) molte persone sono in mala fede, avendo come obiettivo il rifiuto del vegetarianesimo o l’alibi per non diventare vegetariani. Altre semplicemente ignorano le differenze tra i viventi. A entrambi questi tipi di persone rivolgo un semplice invito: se siete davvero convinte che le piante soffrano, evitate di mangiarle, e intanto però cominciate con il non mangiare più gli altri animali, i quali certamente soffrono.
Una delle differenze radicali tra gli animali e i vegetali è che i secondi, non avendo un apparato neurologico ricettivo delle sensazioni del corpo, non hanno alcuna forma di coscienza, né felice né infelice. Questa è la loro grande, molto grande, fortuna rispetto agli animali. Il mondo minerale, poi, reagisce in modo soltanto meccanico agli stimoli ambientali. La materia vegetale e minerale è priva di dolore; è «la roccia o il mare, una cosa sorda e refrattaria, qualcosa che non può soffrire perché non conosce sofferenza: né quella che lui dà agli altri né quella che gli altri dànno a lui» (Stefano D’Arrigo, Horcynus Orca, Rizzoli 2003, p. 638)
Anche per questo le rocce, le lave, i pianeti, le stelle sono ontologicamente diversi e superiori al vivente. Perché non possono soffrire, perché esistono al di là del bene e al di là del male.
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