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Al posto tuo

"Mai dalla parte di chi reprime il dissenso con la violenza". E’ la risposta democratica che il sindacato Usb ha lanciato contro chi reprime un diritto di sciopero con un atto di violenza smisurato

di Piero Buscemi - mercoledì 20 ottobre 2021 - 798 letture

Quello che "disarma" e deprime della situazione nella quale milioni di lavoratori si sono ritrovati la mattina del 15 ottobre, quando è diventato operativo il decreto legge n° 127 del 21 settembre, che prevede dal 15 ottobre fino al 31 dicembre 2021 il green pass obbligatorio per tutti i lavoratori, salvo le eccezioni legate all’esenzione vaccinale documentata, è la tendenza generalizzata a raccogliere all’interno di un fantomatico calderone degli untori chiunque non abbia aderito alla campagna vaccinale ed oggi si ritrova a dover pagare per accedere al proprio luogo di lavoro.

Quando un messaggio mediatico destinato ad essere condiviso dalla maggioranza della cittadinanza, senza alcuno spazio di dubbio e discussione, viene sostenuto da un’adeguata propaganda di convincimento, raggiungere la più alta percentuale di cittadini disposti ad assecondare le disposizioni, spesso più per una ritrosia ad affrontare disagi e fastidi di una scelta contraria, diventa la logica conseguenza.

Quello che si sta vivendo in questi ultimi tempi è una sorta di competizione tra pensieri diversi e, soprattutto, situazioni diverse, bistrattate, sottovalutate e volontariamente ignorate, come se tutti quanti fossimo nella stessa situazione di partenza nel ritrovarci al bivio che possa far decidere con serenità e una buona dose di sicurezza se sottoporsi o meno alla campagna vaccinale.

Si è giunti anche all’ironia e ad un sarcasmo di cattivo gusto, citando paragoni tra coloro che passivamente per anni avrebbero accettato di sottoporsi a somministrazioni di "avvelenamenti" di dubbia origine e che oggi si bloccano davanti ad un innocuo vaccino che, a detta di tutti, dovrebbe portarci fuori da questo condizionamento sanitario-sociale, e tra coloro che proprio sorretti da questa fiducia nei confronti di una soluzione definitiva dell’emergenza sanitaria, hanno scelto di seguire le direttive.

Eppure basterebbe soffermarsi sullo stesso iter previsto per la somministrazione del vaccino per provare almeno a farsi qualche legittima domanda, in modo particolare sul modulo di consenso che di fatto esclude qualsiasi responsabilità penale per coloro che lo somministrano, come recita l’art. 3 del d.l. n. 44 del 2021 sulla base di tre requisiti: a) il verificarsi dell’evento morte o lesione del soggetto vaccinato; b) la sussistenza del rapporto di causalità tra la somministrazione del vaccino e l’evento; c) la conformità della somministrazione alle regole cautelari.

Ma ci sono anche casi limiti che aggravano la situazione e indeboliscono la capacità di chiarezza su quale comportamento adottare. Si sono registrati casi di soggetti che hanno scoperto di essere stati contagiati a seguito di un esame sierologico (prelievo del sangue) che ha evidenziato la presenza di anticorpi contro il SARS-CoV-2. Il risultato dell’analisi, tra l’altro oggetto di pareri contrastanti sulla sua totale affidabilità, stessa situazione riscontrata anche nel caso dei tamponi, non consente di ottenere l’ambita certificazione verde che dà libero accesso dal 15 ottobre anche al proprio luogo di lavoro.

Se spostiamo l’attenzione poi a quanto il decreto del green pass ha stabilito nella pubblica amministrazione, affermare che il provvedimento abbia avuto un’applicazione discutibile rischia di diventare un eufemismo. In questa sfera del mondo lavorativo, quella sempre criticata e offesa ad ogni occasione, oggetto di osservazione privilegiata del ministro Brunetta, come si può considerare un Dpcm che prevede l’obbligo del certificato verde per tutti gli impiegati e il permesso indiscrimanato degli utenti di non mostrarlo accedendo agli uffici? Quale logica di sicurezza sanitaria può escludere il pericolo di un eventuale contagio se due gruppi distinti di persone, gli impiegati e gli utenti, entrano in contatto con due livelli di limitazione contrapposti? Davvero inspiegabile poi considerare che in molte realtà dell’amministrazione pubblica gli impiegati sono rientrati in ufficio ormai da diversi mesi, entrando in contatto tra di loro senza particolari limitazioni, a parte i soliti dispositivi imposti da questa pandemia. Sarebbe come dire che un lavoratore sia stato considerato legale fino al 14 ottobre, per diventare illegale il mattino seguente con tanto di etichetta da assente ingiustificato e relativa decurtazione dello stipendio per le giornate che non potrà mostrare il green pass.

La drammaticità delle varianti, tanto per usare un termine molto inflazionato in questi giorni, delle situazioni che soggettivamente ognuno potrebbe avanzare per una richiesta approfondita su quale sia la prassi più giusta da seguire, non è riuscita a contrastare l’opinione generalizzata che "essere vaccinati" indica che si è dal lato giusto della diatriba, "non esserlo" vuol dire obbligatoriamente essere etichettati no-vax, nell’ipotesi più educata, negazionista o qualsiasi altro aggettivo, quando si vuole cercare nella Storia un’attualizzazione del giudizio.

Basterebbe davvero poco per comprendere che, tralasciando qualsiasi inutile strumentalizzazione delle varie correnti di pensiero di natura politica o prettamente ideologica, l’incertezza e le notizie sommarie che si riescono ad accogliere da varie fonti non permettono a nessuno ad avere un’idea chiara e precisa su come gestire la personale realtà sanitaria. Ridurre il tutto in una sterile ironia o querelle tra due mezze verità, non crediamo porti molta utilità a nessuno.

Le vicende che abbiamo visto degenerare in alcune reazioni alle proteste che si sono limitate ad evidenziare l’assoluta illogicità nel possedere un attestato di salubrità, camuffato in un diritto al lavoro, non meritano di essere trattate con sufficienza. Il porto di Trieste ne è una conferma, una questione sulla quale sarebbe corretto informarsi bene sulle motivazioni e sulle persone coinvolte prima di emettere facili giudizi.

Riportiamo di seguito il comunicato diramato dal sindacato Usb, che ha voluto sottolineare la delicatezza dell’argomento e la reazione spropositata da parte delle forze dell’ordine nei confronti di chi non necessariamente debba considerare qualsiasi provvedimento governativo come incontestabile. Alla fine, per riprendere il titolo dell’articolo, porsi anche soltanto mentalmente al posto di chi vive questa situazione con un grado di gravità maggiore di quello personale, forse farebbe riflettere con più obiettività su quanto stiamo vivendo.

COMUNICATO USB SULLA PROTESTA DI TRIESTE

Al di là di quello che la nostra organizzazione pensa sulle strumentalizzazioni subite dalla piazza di Trieste da parte di gruppi no vax e personaggi quantomeno imbarazzanti, le immagini dei lanci di lacrimogeni e degli idranti sparati sui manifestanti al Varco 4 del Porto di Trieste ci lasciano esterrefatti.

Questo è la plastica rappresentazione di un Governo che le manganellate non le dà agli squadristi, ma le riserva a quei lavoratori e alla gente comune che da settimane segnalano le gravi problematiche del green pass.

La repressione del dissenso con la violenza è la riproposizione della stessa violenza applicata sulle scelte politiche ed economiche di questo Governo. Una violenza a cui stiamo assistendo da mesi, dalle aggressioni ai lavoratori della logistica in sciopero fino all’allontanamento delle proteste dai palazzi della politica subìto nelle ultime settimane dai lavoratori e delle lavoratrici di Alitalia.

Il Governo, dopo aver fatto sparire il lavoro dai piani di rilancio economico di questo Paese, adesso vuole far sparire il dissenso dei lavoratori, a partire da questo tema.

Vanno rilanciate le lotte di tutto il Paese, contro le politiche liberiste e di sfruttamento di Draghi. Dobbiamo dare una risposta forte e compatta contro il governo dei padroni.

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Manifestazione a Trieste


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