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Addio a Cesare Romiti, il fedelissimo

È stato un manager, fedelissimo a Gianni Agnelli (Fiat).
di Redazione - martedì 18 agosto 2020 - 1014 letture

Cesare Romiti, manager italiano a lungo amministratore delegato di Fiat e poi presidente di RCS, è morto a 97 anni. È stato uno dei più importanti manager italiani del Novecento, spesso ricordato per la sua opposizione ai sindacati negli anni Ottanta. Era malato da tempo.

Romiti nacque a Roma nel 1923. Era il secondo di tre fratelli e figlio di un impiegato delle Poste. Studiò ragioneria e poi economia, si laureò nel 1945 e dopo avere svolto incarichi importanti in diverse banche e aziende, tra cui Alitalia, divenne amministratore delegato di Fiat nel 1976 con il sostegno del banchiere Enrico Cuccia. Romiti arrivò a Torino durante una gravissima crisi petrolifera, iniziando a lavorare in Fiat come amministratore delegato a fianco di Umberto Agnelli e di Carlo De Benedetti, che dopo cento giorni lasciò il suo incarico.

Negli anni successivi, Romiti portò avanti due operazioni in particolare: nel 1976 favorì l’ingresso nel capitale del gruppo automobilistico della società finanziaria del governo libico, allora guidato dal dittatore Muammar Gheddafi; nel 1980, dopo che Umberto Agnelli lasciò gli incarichi operativi, Romiti divenne amministratore delegato unico del gruppo, decidendo di affrontare la questione dei costi dell’azienda e annunciando il licenziamento di almeno 14 mila dipendenti. Ne seguì uno scontro con il sindacato. Fiat Mirafiori rimase bloccata per oltre un mese, Enrico Berlinguer assicurò il sostegno del PCI nel caso di un’occupazione della fabbrica, ma tutto si risolse con la cosiddetta “marcia dei quarantamila“, la marcia degli impiegati Fiat contro gli scioperi, che divenne il simbolo della frattura tra i “colletti bianchi” e le “tute blu”. Il 14 ottobre di quell’anno infatti i quadri dell’azienda manifestarono per le strade di Torino chiedendo di tornare a lavorare, protestando contro i picchetti sindacali e sbloccando, a favore della Fiat, una delle più dure vertenze del dopoguerra.

Gli anni Ottanta furono quelli del successo, dell’espansione dell’azienda (Fiat acquistò ad esempio l’Alfa Romeo e le assicurazioni Toro: Romiti fu infatti un sostenitore della diversificazione), dell’aumento degli investimenti, dell’entrata in Montedison, della riduzione dei dipendenti e della chiusura dello stabilimento del Lingotto. Negli anni Novanta scoppiò però la guerra del Golfo, e a causa della concorrenza sempre più forte le vendite di auto iniziarono a calare: nel 1990 il marchio Fiat scese in Italia sotto il 40 per cento del mercato e Gianni Agnelli pronunciò una frase diventata famosa: «La festa è finita». Per dare liquidità all’azienda, Enrico Cuccia di Mediobanca impose un aumento di capitale chiedendo anche che Romiti restasse nel suo incarico, contro quanto avrebbe invece voluto la famiglia Agnelli.

Nel 1996 e fino al 1998 Romiti divenne presidente del gruppo al posto di Giovanni Agnelli. Nel frattempo si trovò coinvolto nell’inchiesta Mani Pulite: nel 2000 la Cassazione confermò la sua condanna per finanziamento illecito ai partiti, frode fiscale e falso in bilancio (quest’ultima condanna fu revocata tre anni dopo dalla Corte d’Appello di Torino).

Dopo la fine dell’esperienza in Fiat – dopo 24 anni e con una buonuscita da 101,50 milioni – Romiti fu tra le altre cose presidente della società finanziaria RCS Editori e poi, dal 2005 al 2006, presidente di Impregilo S.p.A., il principale gruppo italiano nel settore delle costruzioni e dell’ingegneria. Nel 2003 costituì la Fondazione Italia-Cina, della quale fu poi presidente onorario. Fino al luglio 2013 fu anche presidente dell’Accademia di Belle Arti di Roma.


Fonte: Il Post.


Romiti lo si ricorda in piedi, tra i fedeli seduti ai funerali di Gianni Agnelli. Mesto, con quella faccia sempre identica che tutti gli ricordiamo. Era il 26 gennaio 2003. Romiti spiegherà in un’intervista quel suo gesto: «Perché lui (Gianni Agnelli, ndr) in chiesa faceva così. Ricordo una domenica in cui andai a trovarlo a Villar Perosa. Mi portò a messa. La moglie con i figli erano davanti. Lui era in fondo, e rimase in piedi per l’intera funzione: “Romiti, rimanga in piedi con me”. Gliene chiesi il motivo. Rispose che aveva avuto un’educazione cattolica, e quello era il modo per dimostrare, se non la fede, la fedeltà. Restare in piedi al suo funerale era il mio modo di rendergli omaggio».

La Fiat, affermatasi fin dall’inizio attraverso vicende certamente non lineari (Giovanni Agnelli non era uno stinco di santo), ha avuto tre manager che l’hanno fatta sopravvivere e affermare sui mercati: Vittorio Valletta, Cesare Romita, e Sergio Marchionne. Una sopravvivenza e una affermazione che è costata molto al nostro Paese, in termini di vite, di inquinamento, di etica all’interno dei ceti borghesi e della politica. Un ottimo servitore, Cesare Romita. Un amministratore più che un costruttore, uno smantellatore (si pensi cosa accadde alla Olivetti), venuto su dal niente e ora di nuovo polvere. Amen.



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