Accademici & meticci / Massimo Giuliani (Avvenire, 2001)

di Redazione - domenica 9 novembre 2008 - 3290 letture

MASSIMO GIULIANI

ACCADEMICI & METICCI

Contaminazione, globalizzazione ed eclettismo: nelle università imperversano i "Cultural Studies"

La globalizzazione ha trovato i suoi profeti in università. Da una ventina d’anni, infatti, nelle università americane ha preso piede e si diffonde a macchia d’olio una nuova disciplina, che potrebbe considerarsi il corrispettivo accademico di quel che, in termini economico-politici, siamo soliti chiamare globalizzazione. Il nome tecnico della disciplina (ma dovrei chiamarla piuttosto un discorso interdisciplinare) è Cultural Studies, che tradotto suona banalmente studi culturali. Ciò che di solito consideriamo banale, accidentale, senza spessore nella nostra vita sociale e individuale costituisce il grande oggetto di studio di questo nuovo discorso scientifico (ma anche qui, la distinzione tra scientifico e umanistico è obsoleta e limitante). Come facciamo la spesa e cosa compriamo, e perché lo compriamo. Cosa mangiamo. Come ci vestiamo. No, non è una nuova forma di sociologia marxista, né una riedizione di schemi psicoanalitici.

Da questa parte del mondo Freud e la psicoanalisi godono cattiva fama, mentre Marx è da tempo demodé. Ma non i loro eterodossi discepoli ed epigoni: le stelle polari degli studi umanistici americani oggi si chiamano Derrida e Foucault, Feyerabend e Lyotard, Jameson e Hoggart, tutti nunzi della cosiddetta post-modernità, a cui si aggiunge una lunga teoria di nomi dalla chiara provenienza indiana, asiatica, africana o afro-americana: Jit Singh Uberio, Vinay Lal, Ashis Nandy, Gayatri Spivak, Homi Bhabha, Sara Suleri, e via elencando. Tentare, più concretamente, di dare una definizione di questa "disciplina" è contrario allo spirito della "disciplina" stessa. Direi che si tratta di un campo di ricerche non tradizionali nel quale convergono gli apporti disomogenei e sovrapposti di branche più consolidate come l’antropologia culturale e le scienze sociali (più psicologia che sociologia), la semiotica e le teorie estetiche, la storia della scienza e le tecniche della comunicazione. Marx ci ha insegnato che nelle società (industriali) esiste un conflitto di classi, e che la storia si spiega alla luce di quel conflitto; in realtà, ci illumina un guru dei Cultural Studies come Stuart Hall, la società è il prodotto non di uno ma di molteplici conflitti basati sulla differenza sessuale, etnico-razziale, religiosa e geografica. Questo prodotto è ciò che chiamiamo cultura. La globalizzazione non è altro che l’esplosione delle barriere culturali, e come tale da una parte mette a giorno quei conflitti di cui si nutre ogni società, e dall’altra minaccia le identità storiche esponendole alla propria relatività. Potrebbe essere un’altra definizione della "disciplina": lo studio del formarsi delle identità individuali e collettive. Ma eccone un’altra ancora: lo studio del frantumarsi delle certezze ideologiche sotto il peso dell’inalienabile diritto alla diversità... e si potrebbe continuare, con decine di altre definizioni tutte giuste, tutte adeguate, perché per principio non si dà un’unica definizione. Ma per una disciplina è necessario un metodo, obietterà qualcuno. Ma chi ha "inventato" il metodo? Un gruppo di filosofi occidentali del XVII secolo. Perché quel metodo dovrebbe valere urbi et orbi, in India come in Nuova Guinea o in Patagonia? Chi abbraccia i Cultural Studies rifiuta l’imposizione di un metodo, soprattutto quel metodo che è il risultato di un determinato ambiente (ossia la filosofia occidentale elaborata da maschi bianchi in un secolo di conflitti intracristiani). Perché non dare lo stesso valore epistemologico ai metodi o agli approcci elaborati da culture non occidentali, da popoli non bianchi, da donne, magari di religione altra rispetto al cristianesimo? Contaminiamo i metodi, combiniamo i generi, scambiamo i paradigmi (ricordare Thomas Kuhn?): ecco l’anti-metodo proposto e praticato. Che si traduce in migliaia di libri, di corsi universitari a tutti i livelli, di tesi di dottorato. Che costituisce il nuovo verbo accademico in tutto il mondo anglofono, da Seattle a Johannesburg, da Manchester a Sydney, e che si autolegittima come "risposta ai drammatici cambiamenti storici e sociali" di questi ultimi decenni. Dare voce alle subculture o alle culture subalterne: al femminismo, ai gay and lesbian studies, ad autori non occidentali, non bianchi, non cristiani. Qui due nomi sono d’obbligo: il palestinese Edward Said, teorico dell’orientalismo come categoria critica delle rappresentazioni dell’altro, e il nostro Antonio Gramsci, ripescato a sorpresa come nume e inventore di concetti chiave quali "egemonia", "subalternità", "intellettuali organici". Usato (prendete il verbo nel suo senso più materiale) insieme a Marcel Duchamp e il Mahatma Gandhi, a Roman Jakobson e Margaret Mead, Gramsci rappresenta un esempio di Cultural Studies practicioner, uno cioè che pratica la teoria, che contamina i generi (nel caso, la filosofia crociana con l’analisi marxista), che estende il concetto di conflitto e lo vive nella storia che vuole cambiare. Mi sono chiesto più volte se esista un’altra spiegazione a questo fenomeno di melting pot accademico. Certo, la storia degli Stati Uniti con le sue ondate migratorie da tutto il mondo e la presenza dei neri americani e la cattiva coscienza delle politiche anti-indiane passate, tutto ciò aiuta a spiegare l’emergere di questo nuovo ambito di ricerche. Ma forse c’è dell’altro: c’è il fatto che la filosofia tradizionale (qui si chiama "continentale", ossia europea) ha ceduto il posto a una filosofia analitica sempre più specialistica, anzi tecnica, che si perde nei meandri di frastagliate sotto-branche del sapere come la filosofia della mente, la biologia cognitiva, e una linguistica sempre più matematicizzata che ha in Wittgenstein il suo oracolo ispiratore. Il risultato, ma forse dovremmo parlare di reazione, è l’acuirsi di un bisogno di umanesimo più universale, capace di includere problemi esistenziali trascurati (a cominciare dalla questione dell’identità e dalle domande religiose) e di dare unità e sintesi alla fin troppo frammentata mappa dei saperi. Cultural Studies rappresenta dunque quest’istanza di sintesi, o almeno il tentativo di tornare a spiegazioni unitarie, o a una visione meno tecnica dell’esperienza umana. Capace di dare voce a chi non l’ha mai avuta. Di valorizzare chi è da sempre emarginato proprio a livello culturale. E qui il cerchio si chiude. Si chiude sull’idea iniziale che la conoscenza è un prodotto sociale, un prodotto da consumare tra i tanti che compriamo e vendiamo ogni giorno nelle società capitaliste ad alto voltaggio tecnologico.

Che oggi è il mondo intero. Il fatto che lo studio dell’industria culturale sia diventato centrale in molte università americane, le quali come noto sono di fatto aziende private, è un segnale da cogliere e decifrare. Appunto, un fenomeno da Cultural Studies. Forse siamo solo alla riscoperta dell’uovo di Colombo, ma all’alba del XXI secolo quell’uovo arriva ogni mattina sul tavolo di tutto il mondo, Italia inclusa.

Fonte: http://www.swif.uniba.it/lei/rassegna//010302a.htm

Avvenire 2 marzo 2001.


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