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ADaD venì, baffone

Un’occhiata alla scuola dell’emergenza”
di francoplat - mercoledì 6 maggio 2020 - 907 letture

Tra i banchi di scuola napoletani, quando un insegnante assegna voti molto bassi, pare sia invalso l’uso tra gli studenti di esclamare “adda venì, baffone”, ripresa di un detto sorto alla fine della seconda guerra mondiale: il baffone era Stalin, il detto conteneva l’implicita speranza di un mondo migliore, una rigenerazione, nonché la punizione delle malefatte dei ‘cattivi’ di turno a opera dell’angelo salvatore. E’ possibile che i discenti partenopei augurino a sé stessi la redenzione e al docente stretto di manica la giusta sanzione. Al presente, al tempo della didattica a distanza (DaD nell’uso comune), qual è, invece, il vissuto degli studenti, visto che i banchi sono virtuali e i voti uno degli elementi delicati di una cornice scolastica d’emergenza e radicalmente nuova? E quali sono, allora, i caratteri della scuola a distanza, quali le luci e le ombre, quali le difficoltà e le insospettabili opportunità emerse tra le aule virtuali?

Nelle righe che seguiranno, la voce e lo sguardo sono quelli dei docenti, un gruppo di insegnanti legati da rapporti di amicizia e di lavoro con chi scrive, scelti perché rappresentativi di una realtà geograficamente allargata a tutta la penisola, da Torino alla provincia di Reggio Calabria, passando per la Toscana e la capitale, così come egualmente rappresentativi di vari ordini scolastici e di differenti discipline (scuola primaria e secondaria di primo e di secondo grado, materie letterarie e linguistiche, scienze motorie). E’ un affresco largamente incompleto e impressionistico quello che emerge dalle considerazioni dei docenti interpellati sugli scenari futuri della scuola italiana abbrustolitasi con la DaD, sulla risposta degli studenti e delle famiglie, sul supporto di enti e associazioni al lavoro degli insegnanti, sul senso del proprio operato nella situazione di emergenza, sui limiti delle lezioni non in presenza e, in particolare, su quelli relativi alla valutazione. Ma, nonostante il carattere frammentario e la visuale limitata, ne fuoriesce un ritratto interessante, vivace.

Confusi, all’inizio, e disorientati, vengono descritti i discenti, così come le loro famiglie, alle prese con le prime fasi dell’emergenza. Poi, con il passare del tempo, si prendono le misure al disorientamento iniziale, affiora, secondo qualcuno, la curiosità degli studenti, alla quale si associa un atteggiamento, nel complesso, responsabile, pur con le inevitabili differenze legate all’età. Nella scuola superiore – sottolinea Chiara (docente di italiano e latino presso il Liceo scientifico statale ‘Francesco Redi’ di Arezzo) – ai sotterfugi dei ‘primini’, escogitati per sottrarsi alle lezioni o ai compiti domestici, si affianca un comprensibilmente più maturo atteggiamento dei ragazzi delle classi terminali, affinato proprio dalla cesura rappresentata dal Covid19. A mano a mano che si scende di età, entra in gioco il peso genitoriale nell’orientare l’atteggiamento dei figli e, così, affiorano alcuni dei problemi legati alla DaD, dall’analfabetismo informatico alle differenze socio- culturali delle famiglie, tanto nelle elementari quanto nella scuola media. E se i ragazzi, a detta di Claudia (insegnante di materie letterarie presso un liceo classico statale romano), paiono aver trovato nel ridimensionamento della questione della valutazione un ulteriore elemento di rassicurazione, senza che ciò, aggiunge Roberta – professoressa di inglese al Liceo artistico statale ‘Renato Cottini’ di Torino –, rappresentasse una ragione per allentare l’impegno, le famiglie si sono mosse, al di là dell’iniziale fase di incertezza, tra i poli opposti del riconoscimento, da un lato, del lavoro degli insegnanti e del supporto a esso e, dall’altro, delle geremiadi per gli eccessivi compiti assegnati o per la prolungata durata delle video-lezioni.

Certo, appare chiaro al gruppo di docenti intervistati che le famiglie stesse abbiano dovuto fare i conti con una situazione nuova, imprevista, per certi aspetti destabilizzante, che ha visto i genitori affrontare con e accanto ai figli il percorso scolastico, come mai prima era forse accaduto. Non senza, suggerisce qualcuno, aver provato la tentazione di occhieggiare alle lezioni dei docenti, magari scostati, di lato, curiosi e, forse, rassicurati dal ripristino, per quanto virtuale, di una certa normalità. Ecco, la normalità. Perché l’infrazione della norma può causare disagi profondi. Lorella, docente di materie letterarie all’ISIS ‘Buonarroti-Fossombroni’ di Arezzo, scrive: “quando la scuola è sospesa e interrotta vuol dire, e il segnale arriva a tutti, che siamo di fronte a emergenze che sono prive di risposte, a segnali inquietanti per i cittadini”. Vero, è uno sguardo interno, ma otto milioni di studenti ogni giorno, in quel rito sociale che è la scuola, costruivano il quotidiano, infranto, a partire dal 21 febbraio, dal virus. Aver provato a ripristinare, pur partendo da abitudini didattiche molto diverse rispetto alla DaD, quella normalità, ed esservi in parte riusciti, è, di fatto, la risposta generalizzata, non senza una punta di orgoglio, di tutti i docenti interpellati.

Il ritmo delle giornate scandito da attività anche faticose, come suggerisce Sergio – insegnante di scienze motorie al Liceo scientifico statale ‘Michele Guerrisi’ di Cittanova (RC) –, ma volte alla “formazione umana e critica della loro personalità”, la creazione di una struttura quotidiana dentro la quale tenere viva la relazione, il dialogo con i docenti, talvolta al di là del puro esercizio didattico, è stato il punto di forza del lavoro degli insegnanti. I quali ultimi, dice Stefania, maestra presso la Scuola primaria statale ‘Michele Coppino’ dell’Istituto comprensivo ‘Ugo Foscolo’ di Torino, sono “portatori di quella normalità che, mai come in questo periodo, si è rivelata essere qualcosa di speciale”.

La relazione, dunque, il confronto, la parola che supera i silenzi spaventati: “spesso gli studenti, con il pretesto di chiarimenti didattici, cercano conforto, magari in modo non esplicito, e soprattutto ascolto”, dice Cristina, insegnante di materie letterarie nella scuola secondaria di primo grado dell’Istituto comprensivo Settimo3 di Settimo Torinese (TO). E Claudia, pur ritenendo che la domanda sulla capacità dei docenti di ripristinare una parvenza di normalità vada, di fatto, posta ai ragazzi, chiosa: “io li sento molto vicini, molto presenti, sicuramente siamo più legati di prima”. Didattica e non solo, dunque, conoscenze e contenuti, ma anche dinamiche emotive in un flusso bidirezionale, perché di quella normalità, sia chiaro, ne avevano e hanno un enorme bisogno pure gli adulti, i docenti, per intenderci. E’ vera gloria? E’ solo l’auto-percezione dei docenti di un ruolo che sentono aver avuto una funzione significativa nella gestione dell’emergenza o questa situazione ha scalfito l’immagine rognosa del dipendente pubblico ‘fannullone’, privilegiato, fortunato perché ha tre mesi di vacanza e mille altri benefits , garbatamente costruita negli ultimi decenni da un ceto politico che ha frantumato il concetto di pubblico scientemente e, a giudizio di chi scrive, colpevolmente?

A sentire i docenti, pare vera la prima ipotesi. Lapidaria Claudia. “Non credo che nulla possa modificare sensibilmente la scarsa considerazione di cui i docenti godono in questo Paese”, afferma, e sulla sua linea si collocano altri insegnanti: Chiara, ad esempio, non crede “che sia in alcun modo cambiata l’immagine ‘appannata’ dei docenti”, Lorella sostiene che le preoccupazioni di ordine economico, sociale, psicologico abbiano impedito ai genitori “una valutazione serena e obiettiva di quanto hanno talvolta avuto modo di visionare accanto ai figli”. E se Cristina riserva al futuro il compito di declinare in rivalutazione o perpetuazione dell’immagine degli insegnanti tale momento contingente, Stefania è convinta che il Covid19 abbia accresciuto, di fatto, stima e acredine, rispettivamente, tra sostenitori e detrattori del ruolo docente. Anche l’unica voce scossa da qualche timbro ottimistico – “la nostra categoria sta godendo di una certa aumentata stima”, sostiene Roberta – sfocia poi in una considerazione più cauta e meno possibilista: “anche se forse una breve fulgida stagione non riuscirà a neutralizzare la campagna denigratoria che in questo Paese è andata avanti per decenni”.

I soliti docenti che si flagellano tra querimonie e vittimismo? Che percepiscono sé stessi in una torre d’avorio isolata e in lotta contro una realtà malvagia? No, non è così. Perché appare chiaro agli insegnanti che lo sforzo di ricucitura dello strappo alla quotidianità ha sollecitato e visto convergere non solo la loro iniziativa professionale. Fin dall’inizio, si è mosso un vivace movimento di solidarietà e attenzione nei confronti della scuola. Se qualche amico interpellato risponde di non aver fruito di materiale messo a disposizione da enti e associazioni culturali e se qualcuno sottolinea che, nel caos di queste giornate è stato difficile utilizzare in modo efficace e coerente tale materiale, la risposta di Roberta è inequivocabile: “sì, sì, e assolutamente sì. Non appena è scattato il confinamento tutti si sono adoperati per fornire strumenti, materiali, sussidi per la DaD. Seminari di aggiornamento, utilizzo gratuito di piattaforme, materiali pregevoli, libri e audiolibri a disposizione, aumento dei beni acquistabili con carta docenti, visite virtuali a musei e ad altri centri di interesse culturale. L’elenco è lunghissimo”.​

Luci e ombre, come si diceva all’inizio. Perché al richiamo di Sergio ai fondi destinati dallo Stato per l’acquisto di dispositivi digitali da fornire, in comodato d’uso, alle famiglie meno abbienti, fa riscontro la nota critica di Stefania: “posso dire che tutte le risorse trovate per supportare la DaD sono arrivate solo dal Fondo d’Istituto del mio Istituto comprensivo e dalla buona volontà di ogni singolo insegnante”. Certo, disparità e antinomìe, forse anche legate ai diversi gradi scolastici e, più in generale, all’annoso problema del finanziamento alle scuole pubbliche, in un Paese che lamenta da decenni una cronica mancanza di attenzioni nei confronti dell’istruzione. Ed eccoci ai limiti della DaD. Chiari agli occhi degli insegnanti. Da quelli tecnologici, di docenti (magari precari distanti da casa e con mezzi limitati) e discenti, a quelli strutturali di un paese in cui la didattica dell’emergenza discrimina culturalmente i meno abbienti, rischiando di esasperare le disparità già esistenti, sottraendo la scuola a quel compito inclusivo proprio di ogni istituzione democratica. Senza contare le debolezze proprie del sistema digitale di conoscenza: la lontananza fisica, il mancato contatto emotivo, quel quid dato dall’incontro umano che rende, per certi aspetti, anaffettiva la novità digitale di apprendimento. E, ancora, il carico di lavoro aumentato per docenti e studenti. I primi per pianificare in modo meno ‘improvvisato’ le lezioni, sostiene Cristina, e Roberta le fa eco, suggerendo che la DaD abbia reso i docenti meno commedianti dell’Arte e più Hitchcock, meno attori consumati e più organizzatori minuziosi. I secondi, gli studenti, per doversi districare tra aumentati compiti domestici e, talvolta, gravosi turni dinanzi a un pc. Non senza che ciò conduca alcuni di loro a nascondersi, camuffarsi, eclissarsi dietro quello schermo piatto.

Tutto ciò, agli occhi dei docenti, non può che influire su uno degli elementi cardine della scuola ‘tradizionale’, ossia la valutazione. Come valutare un Paese a due o tre marce? Come valutare, in termini sommativi e di rendimento, una realtà così friabile e ricca di disparità? Semplice, sovrapponendo, con lucidità, la valutazione formativa a quella sommativa, ossia il riconoscimento di impegno, attenzione, responsabilità, partecipazione, magari anche competenze di creatività e innovazione, al voto tradizionale, troppo discutibile se il canale di accesso ai contenuti ti è precluso. Cosa che, afferma Sergio, “confligge con il diritto allo studio”. Cristina, in punta di penna, osa: “questa potrebbe essere una straordinaria occasione per svincolare l’apprendimento dal voto”; poi, aggiunge. “ma l’impressione generale è che né i docenti, né le famiglie siano pronte”. Ecco, siamo qui, nel punto di rottura fra ‘vecchio’ e ‘nuovo’, tra strappi alle regole, anche quelle della didattica tradizionale, e scenari futuri. Che cosa resterà di questi mesi Covid19, in termini scolastici? Qualcosa, certo, resterà, stando ai colleghi intervistati.

Su cosa e quanto sedimenterà, però, le risposte non sono univoche né lo sono i toni che le accompagnano. Stefania, ricordando che insegna in una scuola primaria, si augura che la DaD resti quello che è, ossia un’esperienza transitoria, ma precisa che, comunque, si è rivelata una strategia in più. E in quanto tale la intendono anche Lorella e Chiara, come risorsa integrativa alla didattica d’aula, quella tradizionale, quella che Sergio definisce “luogo sacro”, augurandosi che l’eccezione non diventi abitudine. Altri sono i toni di Claudia, che spera che l’esperienza di questi mesi non resti isolata, che diventi il portato ordinario di una scuola che, così facendo, potrebbe davvero rivoluzionare prassi consolidate e desuete, sollecitando la cooperazione tra studenti e avvicinando la scuola superiore all’università nella modalità duplice di didattica in presenza e didattica a distanza. Roberta pare sicura: “indietro non si torna. E anche la Commedia dell’Arte ne verrà contagiata”.

Il contagio metaforico chiude queste considerazioni partite da un contagio letterale. Varrebbe la pena approfondirle, magari in una rubrica ad hoc , per superare la frammentarietà di queste osservazioni, per capire meglio la linea del presente della nostra scuola e quella del futuro. Per il momento, la scuola naviga a vista, en attendant un baffone più gioviale che la salvi dagli stereotipi sociali e dalle sue stesse inerzie.

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Pinocchio a scuola


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