A proposito di Magnifica Humanitas
La prima enciclica di Leone XIV Magnifica Humanitas è stata accolta dai media e dalle TV di Stato, e non certo del popolo, con freddezza. Nessuna discussione e nessun dibattito...
La prima enciclica di Leone XIV Magnifica Humanitas è stata accolta dai media e dalle TV di Stato, e non certo del popolo, con freddezza. Nessuna discussione e nessun dibattito come ci si aspetterebbe in una nazione democratica e che trasmette ogni domenica la messa da Piazza San Pietro. Nulla invece, il silenzio mediatico è calato sull’enciclica, e tale silenzio è in linea con la politica del nostro tempo. I potentati che posseggono i mezzi digitali governano politica e informazione, per cui la democrazia delle multinazionali tace sui problemi reali e manda in onda canzonette e pornografiche informazioni; lo scopo è quello di sempre del capitale “animalizzare e dominare” e ridurre il linguaggio ad un “grugnito”.
L’enciclica ha il coraggio di definire il problema dell’uso improprio del digitale, e specialmente a chiare lettere e senza vuoti giri di parole individua anche i colpevoli dell’uso anti-umano dell’IA, ovvero multinazionali e privati le cui ricchezze superano quelle degli stati e governano la politica. La sinistra liberale e arcobaleno pronta a saltare sui carri del gay pride e di ogni manifestazione-spettacolo offensiva per la dignità delle minoranze e di tutti, tace anch’essa.
La Chiesa interviene su tale tematica, in quanto il vuoto politico è aberrante. L’IA sta sostituendo l’essere umano e specialmente ha l’obiettivo di ridurre le decisioni a semplici automatismi. L’essere umano è così espulso dal “principio di responsabilità”, in tal modo esce dalla storia per consegnarsi all’onnipotenza delle macchine. L’onnipotenza babelica di pochi che non conoscono Dio, verità e limiti etici divine e diverrà tragedia babelica che potrebbe seppellire l’umanità tutta e la tragedia incombente è descritta in modo diretto al paragrafo 7:
Per rispondere a questi interrogativi e per discernere come abitare con responsabilità il tempo dell’intelligenza artificiale, vorrei richiamare due immagini bibliche: la costruzione della torre di Babele (cfr Gen 11,1-9) e la ricostruzione delle mura di Gerusalemme (cfr Ne 2-6). Nel libro della Genesi, il racconto di Babele si colloca alle origini dell’umanità, subito dopo le genealogie dei figli di Noè. Gli esseri umani, stabilitisi nella pianura di Sennaar, decidono di costruire una città e una torre «la cui cima tocchi il cielo» (Gen 11,4). Vogliono così garantirsi stabilità e potere, e soprattutto “farsi un nome”, temendo di essere dispersi sulla terra. L’impresa appare imponente: un’unica lingua, un’unica tecnologia, un’unica direzione. Tuttavia, il progetto nasconde una profonda insidia: è un’opera concepita senza riferimento a Dio, sostenuta da un’uniformità che elimina la diversità e che, invece della comunione, sceglie l’omologazione. Quando la città si edifica sull’orgoglio e sulla pretesa di bastare a se stessa, la comunicazione si spezza, le lingue si confondono e gli esseri umani non si comprendono più. Il risultato non è l’unità, ma la dispersione. Babele rivela così il limite di ogni costruzione che, pur grandiosa, sorge dall’assolutizzazione dell’umano e dalla sua pretesa di autosufficienza, sacrifica la dignità delle persone all’efficienza e ambisce a raggiungere il cielo senza la benedizione di Dio.
Dal Papa, è la tragedia del nostro tempo senza prospettive, la proposta di un’economia “della condivisione e della cooperazione”. Non è certo comunismo, ma in un mondo omologato sul culto satanico della potenza e dello sfruttamento sono parole critiche che la politica di governo non osa più pronunciare, poiché tutto l’arco parlamentare ha scelto lo sfruttamento e il capitale. Nell’enciclica al paragrafo 10 si legge:
“Evitiamo, dunque, la “sindrome di Babele”: l’idolatria del profitto che sacrifica i deboli, l’uniformità che appiattisce le differenze, la pretesa di un linguaggio unico – anche digitale – capace di tradurre tutto, persino il mistero della persona, in dati e prestazioni. Questo è il rischio della disumanizzazione – costruire il futuro escludendo Dio e riducendo l’altro a mezzo –, una tentazione antica e sempre nuova, che oggi assume anche un volto tecnico. Scegliamo, invece, la “via di Neemia”, che mette in risalto il valore del lavoro condiviso per rendere sicura la città di Dio per gli esuli ritornati. Ricostruire oggi significa riconoscere che, nella pluralità di voci e di visioni che talvolta ricorda la dispersione delle lingue, esiste comunque una possibilità luminosa: quella di edificare insieme, trasformando la diversità in una risorsa e facendo dell’ascolto e del dialogo il terreno comune su cui far crescere giustizia e fraternità. E, dentro questa opera condivisa, i cristiani trovano la loro forma propria di costruire: orientare l’agire a Dio, perché alla sua luce il pluralismo non si disperda nel disordine, ma, nella pratica della sinodalità, diventi lo spazio in cui l’umanità ritrova le sue solide fondamenta e il suo fine ultimo. Nell’Apocalisse, Giovanni vede la nuova Gerusalemme «scendere dal cielo, da Dio» (Ap 21,2) come dono per tutta l’umanità. E questa visione di grazia è per noi cristiani una chiamata a lavorare insieme, coltivando una vita comune pacifica, giusta e dignitosa nelle “città” di oggi”.
La minaccia alla dignità umana è palese ed essa giunge con la retorica dei diritti umani, i quali sono sbandierati, ma in realtà sono solo lo strumento menzognero con cui il modo di produzione capitalistico sopravvive alla sua agonia bellicosa e assassina. Nel paragrafo 76 la denuncia non potrebbe essere più vera e diretta e ben si comprende il silenzio della politica svelata nella sua ferocia opportunistica:
“Guardando al nostro tempo, non possiamo ignorare che la tutela dei diritti umani è oggi esposta a due rischi particolarmente gravi. Il primo è quello di una loro dichiarazione puramente formale, mentre, insieme al progresso tecnologico, avanzano in modo dissimulato o evidente violazioni della dignità umana. Il secondo, che in realtà è alla radice del primo, è quello di non poter più riconoscere il fondamento della loro universalità, perché si è rinunciato alla «ricerca dei fondamenti più solidi che stanno alla base delle nostre scelte e delle nostre leggi». Papa Francesco invitava a non sottovalutare quest’ultimo problema. Ricordava che, quando la ragione si lascia interrogare seriamente sulla natura umana, è in grado di scoprire valori che valgono per tutti, perché derivano da essa. Se questo lavoro di ricerca venisse abbandonato, potrebbe accadere che diritti oggi ritenuti intoccabili, in futuro, finiscano per essere messi in discussione o negati da chi detiene il potere, magari dopo aver ottenuto un consenso solo apparente da parte di popolazioni impaurite o manipolate”.
Il capitalismo dell’illimitato e dell’IA ha in odio il senso del limite e guarda con disprezzo la vecchiaia, i fragili e la malattia. Le sue classi dirigenti sono orientare al transumanesimo, e dunque ad una rivoluzione antropologica nella quale i perdenti e i fragili non potranno che essere cannibalizzati dal mondo del digitale al servizio delle oligarchie e del loro feroce servidorame, così nel paragrafo 118:
“Il nostro rapporto con la vita sembra oggi in crisi. Tutto ciò che appare come “limite” – incapacità, malattia, vecchiaia, sofferenza, vulnerabilità – tende a essere letto anzitutto come difetto da correggere, più che come luogo in cui l’umano matura e si apre alla relazione. Invece dobbiamo ricordare che l’umano non fiorisce malgrado il limite, ma spesso attraverso il limite. Una visione della realtà alla luce della fede aiuta a riconoscere quella che chiamiamo la “contingenza” delle cose di questo mondo. Se da un lato è doveroso cercare di eliminare la sofferenza che segna la vita umana, dall’altro è saggio riconoscere la nostra costitutiva finitudine, sapendo che «l’esperienza religiosa e in particolare la fede cristiana propongono di abitare, senza semplificazioni, questa ambivalenza tra grandezza e limite dell’umano, leggendola alla luce della relazione originaria e fondante con Dio»”.
L’enciclica è rivolta a tutti gli uomini e le donne credenti, atei e agnostici che hanno a cuore il destino delll’umanità, essa è un appello alle forze popolari a prendere consapevolezza del problema e a risolverlo politicamente, altrimenti “solo un Dio potrà salvarci” da un futuro nefasto. Nel paragrafo 13 si legge:
“Costruire un mondo in cui tutti possono “fiorire” esige, in terzo luogo, una corresponsabilità coraggiosa. Nessuna mano, da sola, è sufficiente a sostenere il peso delle sfide che attraversano il mondo; e nessuna è così debole da non poter offrire il proprio contributo: «La forza infatti si manifesta pienamente nella debolezza» (2Cor 12,9). A ciascuno il suo tratto di muro: scienziati e ricercatori, imprenditori e lavoratori, educatori e legislatori, società civile, movimenti popolari e comunità di fede. Questa è la logica della sussidiarietà, che valorizza la cooperazione tra generazioni, tra popoli, tra discipline e culture come via maestra per far crescere stabilità, prosperità e pace. Le tensioni e le differenze non devono intimorire: possono diventare energie creative quando sono orientate da una responsabilità condivisa”.
E nel paragrafo 16 ancora:
“A tutti i fedeli cattolici, a tutti i cristiani, a tutti gli uomini e le donne di buona volontà rivolgo un accorato appello: non temiamo di sporcarci le mani nel cantiere del nostro tempo. Come Neemia, preghiamo, progettiamo con sapienza, lavoriamo con perseveranza, rimettendo Dio all’orizzonte del nostro agire e l’essere umano al centro delle nostre scelte. Allora le pietre scartate – i poveri, i malati, i migranti, i piccoli – diventeranno testata d’angolo, e sulla terra sorgerà una dimora comune solida e ospitale, dove l’amore e la verità finalmente s’incontreranno, la giustizia e la pace si baceranno (cfr Sal 85,11). Questa è la benedizione che imploriamo da Dio e il compito che ci attende: essere costruttori di comunione, non architetti di Babele; servi del Regno che viene, non padroni di torri destinate a crollare. E, con animo di pastore e di padre, chiedo a tutti di fermare il cantiere dell’ennesima Babele e di unire le forze per edificare nel bene, affinché l’umanità non perda mai la propria bellezza e il mondo possa riconoscere ancora una volta, nel cuore dell’essere umano, il luogo dove Dio desidera abitare”.
Il problema posto dall’enciclica è reale, lo viviamo già ogni giorni. Studenti e giovani avevano smesso di leggere e avevano sostituito la lettura autonoma con la dipendenza dai video brevi. I cattivi maestri di tale incultura dei video alla ricerca di facili gratificazioni hanno alimentato tale produzione e sono anch’essi parte del collasso cognitivo generale.
Oggi i video-pillole sono sostituiti da veloci domande all’IA e dunque è in atto una contrazione ulteriore del senso critico e impera il “semplicismo dogmatico”. Dinanzi al declino dell’umano ciascuno di noi è chiamato ad agire e a collaborare con tutte le forze sociali che difendono la “dignità umana”. Solo la progettualità resistente potrà salvarci, ora, da un destino di servitù e guerra all’umano.
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