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A proposito di “Enzo sono Lina”

Una prospettiva in chiave sociologica. Il film documentario per la regia di Giulia La Marca.
di Massimo Stefano Russo - domenica 28 luglio 2019 - 2318 letture

Qual è il senso di riascoltare, ripresentandoli rivisti e rivisitati dalla memoria i messaggi e i suoni ritrovati nei nastri magnetici delle segreterie telefoniche degli anni ’80 e ’90, quando non esistevano ancora i cellulari e i personal computer? Sono nastri magnetici e segreterie telefoniche che all’origine avevano uno scopo funzionale: lasciare messaggi agli assenti e oggi si propongono di costruire un archivio della memoria fatta di voci, parole e messaggi a breve termine. Uno strumento prezioso per contribuire a esplorare i misteri della coscienza umana. Vi ritroviamo passaggi di pensiero e conseguenti passaggi di tono con espliciti avvisi. In forma di testimonianze orali raffigurano un’epoca che non c’è più. Un racconto sia personale che collettivo, fatto anche di voci misteriose, con accenti diversi che consentono di conoscere momenti di quotidianità, di vita privata, intima e familiare. Si crea così un racconto di voci e suoni che, emergendo da correnti sotterranee, incitano l’immaginario degli spettatori, proiettandoli come testimonianze anche nella forma più banale e quotidiana.

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Enzo sono Lina - Locandina del film documentario

Un progetto di diffusione rivolto al passato che si avvale dei messaggi e dei suoni magnetici delle segreterie telefoniche. Lo schermo, in un chiarore diffuso, non presenta immagini. L’avvio è dato dal fruscio di un nastro magnetico. Le voci giungono smorzate, mescolate con i rumori di sottofondo, come in un sogno, rimanendo zitti, fermi, seduti davanti allo schermo, senza smettere di ascoltare, c’è persino chi arriva a mettere letteralmente la mano all’orecchio per cercare di sintonizzarsi. A sopravvivere sono dei ricordi che si affermano nel buio della sala cinematografica, nel fluire del tempo senza immagini, soltanto accompagnati da voci e suoni che proliferano, straripano e intrecciandosi, acquistano un altro significato.

All’ascoltatore-spettatore, ritrovandosi nella prospettiva attuale, spetta la capacità di individuare e trovare un filo conduttore a cui appellarsi, per dare un senso all’insieme dell’esperienza così tratteggiata. Immobili, in silenzio si è come ammaliati dall’uso stesso della parola che attraversando lo spazio e il tempo si ripresenta come legame e testimonianza di ritorno. Un ascolto incarnato dove la parola si dimostra un lascito, detto in sospeso, che testimonia l’attesa dell’altrui a cui va alla ricerca. In forma di autocoscienza, nel vuoto assoluto, dove si sente anche il rumore più lieve, nell’udire scorrere l’esistenza, ci si ritrova e ci si afferma aprendosi alla riconoscenza dell’altro. Cosa si riesce a scorgere e intravedere? Quali storie vengono raccontate? E cosa potrebbe dedurne chi le ascoltasse fra cent’anni, senza avere davanti nient’altro e senza conoscere altro di quest’epoca? Frugando nel mistero della vita altrui, in cui ci si insinua, assente l’altro, le parole ne testimoniano l’esistenza, per darvi conferma. Una comunicazione telefonica che può sembrare diretta a dei fantasmi, quando il tono si fa distante come se si parlasse dall’altro mondo, ma in cui si danno anche una serie di dettagliate e minuziosissime descrizioni e istruzioni. Si rimane assorti in una contemplazione in lontananza, dove ci si abbandona per conservare, nel riascolto, ciò che riguarda un’usanza scomparsa, ripresa come prova di avvenimenti spiegati con un registro che non ci appartiene più, ma che rimane fonte di conoscenza vitale di un tempo passato.

È così possibile, con un esercizio logico e un’operazione analitica, distinguere e illustrare i cambiamenti intervenuti, in primo luogo quelli tecnologici, dalle conseguenze implacabili, che oggi ci guidano in ogni punto della nostra vita. Ci si avvicina a una tradizione, a una proprietà perduta che viene dal passato, e riporta momenti determinati dell’esistenza in cui si attendeva l’altro. Uno sforzo di riflessione, in difesa di un patrimonio a cui non si pensa più, affinché il racconto non finisca per dissolversi e cancellarsi. Nella segreteria telefonica a essere salvaguardata è la memoria incasellata in una successione fatta per riprodurre e far circolare la parola sotto forma di voci più o meno anonime. Affidandosi alle parole, ignari dell’identità di chi le esprime, si estende e si erige una memoria familiare, un’eredità rivolta al futuro che declina anche i cambiamenti territoriali della lingua, da cui bisogna sempre saper imparare. Si riascoltano voci avanti e indietro che, nel segnalare di aver avuto dei contrattempi, parlano da sole, sorprendenti e impreviste. Non mancano le frasi metalliche, o lo strascicare delle vocali in modo affettato, nel tentativo di fissare il proprio isolamento, la solitudine, lo smarrimento e tenere sotto controllo l’ansia.

Si tratta oggi di custodire quei messaggi e tentare di decifrare anche quelle parole che persistono nel gracchiare delle interferenze, rendendole comprensibili, tenendo conto dall’incrinatura e dalle crepe della voce, anche quando il pensiero è fatto di resti, frammenti, blocchi scheggiati. Sono soprattutto monadi, unità, separate l’una dall’altra. Parole che nello scorrere della vita, fatta di emozioni, si propongono di interpellare, vivificare e risvegliare ciò che si è fossilizzato e anche dello sproloquio si può fare un capolavoro. Si permette così di catturare le qualità multiformi delle idee, per provare a spiegare, rinnovandolo, il senso stesso delle proprie convinzioni. L’ascolto si fa attento e, riparando nelle immagini i propri ricordi, si aprono gli occhi, permettendo di vederli, liberi dalla rigidità di quelle parole che privano di vita, e soffocano il cuore. E c’è chi si lamenta, recrimina e rimpiange ponendo interrogativi elementari che si possono trovare risibili e forse anche ingenui. Slegati da ogni cosa e fuori dal tempo oggi ci si chiede: cos’è cambiato? Tra illusioni e speranze, si rischia di rimanere disorientati dalle parole che si ripetono e si rincorrono, in forma di indizi per trovare quella chiave che dovrebbe permettere di decifrare i messaggi. I dati annotati e classificati nel loro essere diversi si presentano anche contraddittori. Rileggere il passato, disponendosi ad ascoltare le tracce del tempo che passa, è fondamentale per scrivere l’avvenire e ritrovarsi nelle parole. Bisogna associare le parole di voci multiple, nel comune discorso, nel parlato abituale, nella conversazione familiare. Gerarchizzando e verificando le frequenze d’uso dei vocaboli si può ritrovare l’attendere paziente ed esprimerne le curve emotive, misurandone il valore. Nello scambio di parole, che si richiamano alla capacità di ascoltare, si rinnovavano dei riti impensabili ora che tutto è connesso e la condivisione passa attraverso l’essere in Rete, tra profili social e indirizzi mail. Oggi le cose sono cambiate: si vive, ci si parla, ci si incontra online, dove si passa gran parte del proprio tempo, spesso sprecandolo. L’attenzione di chi ascolta passa in secondo piano e le idee, in un tumultuoso affollamento, sono sempre meno ordinate e distinte. La voce di chi parla e l’orecchio di chi ascolta non si sorreggono più e la mente si smarrisce nel rincorrere immagini concrete.

L’ascoltatore, al seguito di un pensiero insicuro e tremante, in uno stato di animazione sospesa, finisce spesso così disperso, disorientato. Una condizione di perenne perplessità, travolti, nella perdita di senso, dal non voluto e dall’inatteso che è frutto di pensieri acerbi, non elaborati. Sempre meno in grado di rimanere concentrati a seguire le proprie priorità, nel fare i conti con la propria coscienza. Cosa accade nel nostro mondo interiore, vivendo la propria vita, nel sapere guardare ciò che nessuno può vedere e nulla può essere dato per scontato? Nel procedere di un racconto si ricostruisce un’epoca e la sua complessità. Ma in che modo è possibile lavorare su questi documenti per dare delle spiegazioni e fornire delle ragioni, senza smarrirsi nel tempo? Per capire cosa annunciano bisogna tentare di decifrare i segnali quasi invisibili che si presentano e coglierne con chiarezza la logica, tenendo conto sia delle ricorrenze fra le parole, scandendole che delle ripetizioni fisse, scansionandole. Ricostruire le separazioni e le concordanze. E’ come un muoversi alla cieca per cogliere fatti accaduti da un’altra parte, annunciati con chiarezza, ma talvolta in modo così enigmatico, da non essere sicuri di aver veramente capito. Lo sforzo maggiore consiste sempre nel ritrovare il contenuto, sin dal senso letterale delle parole, nel sentire solo i frammenti, le frasi isolate, le parole sciolte, a partire da cui poter ricostruire il contenuto. Come leggerli e metterli in ordine?

Capaci anche di scoprire la chiave dei messaggi dei rapporti incomprensibili e delle strane connessioni, per poi sentirsi soddisfatti e insieme delusi per ciò che, in un realismo prolisso, risulta troppo facile. Si rivangano aneddoti confezionati elegantemente, intellettualmente stimolanti e utili. Va ricordato che le percezioni non mediate da convenzioni e aspettative spiegano come la mente non si limiti ad assimilare il mondo così com’è, ma esprima su di esso ipotesi ragionevoli. Si affida a esse e all’esperienza passata per risparmiare tempo ed energia nel cercare di capire ciò che rimane nascosto. E’ una percezione semplificata e abbreviata della nostra esperienza della realtà.

La segreteria telefonica, meccanicizzando la voce e allontanandola dal corpo, veniva utilizzata inizialmente soprattutto per lasciare dei messaggi agli assenti e facilitare la ripresa del contatto. Una pratica che garantendo autonomia e mobilità di spostamento si diffonderà a partire dal mondo della produzione e del commercio. Associata alla burocrazia, la segreteria telefonica non più spersonalizzata, in quanto voce non più anonima, nel privato, assumerà un significato diverso. La passività si lega all’impossibilità dell’ascoltatore di dialogare, di discutere e interrogare, a differenza di ciò che accade quando l’altro c’è, è oralmente presente. Anche se le frasi si accavallano, in un disordine antipatico, si accoglie quanto si è costretti ad ascoltare, pur se scomposto, stravagante, senza correlazione alcuna, nel tentare di spiegare con le parole ciò che si è deciso di fare. Così il parlato, nel rapportarsi al rispondente assente, si riunisce alla propria e altrui vita. Una parola che “detta” e mantiene un legame di fronte alla presenza della solitudine, a cui non si può restare indifferenti e che richiama, nell’ascolto attento, nella necessità di un contatto.


Sinossi/presentazione

ENZO SONO LINA è un variegato archivio di nastri magnetici e segreterie provenienti da tutta Italia e limitato alle registrazioni analogiche, diffuse principalmente tra gli anni ‘80 e ‘90. La segreteria telefonica è un archivio di memoria a breve termine che risponde a uno scopo funzionale, cercarsi quando si è lontani, ed è predisposta per essere continuamente cancellata e sovraincisa. Sui nastri si trovano messaggi, conversazioni, interruzioni, rumori e attese. Le ultime testimonianze orali di un’epoca che non c’è più. Un’epoca vicina e lontana, in cui ancora non esisteva la connessione internet e non si poteva immaginare il significato dell’essere reperibili sempre ed ovunque. Un tuffo nel passato recente che torna a vivere come una vertigine appena si riascoltano quelle voci e quei rumori.

Le voci hanno accenti diversi, percorrono l’Italia intera, per pochi istanti ci permettono di conoscerle, di spiare e immaginarne la vita, momenti di quotidianità, spesso intima e familiare. Poi bruscamente si interrompono. Quelle voci siamo noi, i nostri parenti, i nostri vicini di casa. L’intimità ha qualcosa di irresistibilmente attraente, un voyeurismo, una coccola, la voglia di storie di sempre, il bisogno dell’altro, il cercarsi e il non poterne fare a meno. E le storie qui sono misteriose, i personaggi si immaginano per qualche istante, poi fuggono, ma sono tanti e ci si sente parte di un tutto che commuove proprio perché ci comprende, perché è familiare come lo è la voce di una persona cara, come lo è una tradizione che ci identifica, come lo è l’odore di casa. Il racconto è personale e corale. Tante voci insieme dipingono un momento storico preciso d’Italia. Un momento in cui le vacanze duravano due mesi estivi e si partiva con l’automobile familiare tutta carica, un momento in cui si comprava la tessera del telefono per chiamare e c’era la possibilità di non trovare nessuno e di dover aspettare.

Il progetto del film

ENZO SONO LINA è un progetto di ENECE FILM, curato da Giulia La Marca, Tommaso Perfetti e Laura VIezzoli.

ENECE FILM è un gruppo di lavoro che si occupa di indagine del reale. E’ costituito da Pietro de Tilla, Giulia La Marca, Elvio Manuzzi, Tommaso Perfetti, Elisa Piria, Chiara Tognoli, Guglielmo Trupia e Laura Viezzoli. Nasce nel 2011 e realizza prodotti audiovisivi, installazioni, performance e indagini documentarie. Si occupa di progettazione, produzione, riutilizzo di materiali d’archivio e post produzione. Produce opere proprie e sostiene il lavoro di autori esterni al gruppo.

I lavori di ENECE FILM sono stati presentati, tra gli altri, a: 75. Mostra Internazionale di Arte Cinematografica di Venezia, Locarno Film Festival, Padiglione di Arte Contemporanea di Milano, London International Animation Festival, Festival dei Popoli, Radio Popolare, Venice 73 Orizzonti, Arte Fiera Milano, Visions du reel, Vilnius international short film festival, Museo di arte Moderna di Bologna MAMBO, Genova film festival, Bergamo Film Meeting, Sky Arte, London International Documentary Festival, Il Cinema Italiano visto da Milano, Cineteca Nazionale di Roma, Milano Film Festival, Animation Festival Amsterdam, Trento Film Festival, Atlanta film festival, Visioni dal Mondo, Perso Film Festival, Al jazeera International Documentary Film Festival, Raindance film festival, In-edit festival, Filmmaker Fest, Pravo Ljudski Film Festival, Brief Encounters, Lisbon International Film Festival, Biografilm fest, Film Festival dokumenter Yogyakarta, Cinémathèque de Grenoble.

Il film (2017)

ENZO SONO LINA - Regia di Giulia La Marca. Un film Genere Sperimentale - Italia, 2017, durata 75 minuti.

Uno schermo scuro, quasi nero. Il frusciare di un nastro analogico, qualche respiro, qualche rumore antico e poi le parole, che appaiono quasi casuali da uno spazio lontano. Voci diverse, differenti accenti, differenti vite. E tra una voce e l’altra, tempo e attesa. Enzo sono Lina è un progetto espanso di cinema, radiodocumentario e performance musicale, a partire da messaggi e suoni nei nastri magnetici delle segreterie telefoniche negli anni ’80 e ’90. Tra tutte le storie prende spazio quella di Emanuele e Valentina, della loro segreteria e di dieci anni di messaggi.



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