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A Cotonou il mondo dal basso riparte dall’Africa

Il Forum Sociale Mondiale rilancia dal Benin la sfida alla globalizzazione neoliberista

di Laura Tussi - sabato 22 agosto 2026 - 481 letture

Venticinque anni dopo la sua nascita a Porto Alegre, il Forum Sociale Mondiale torna a interrogarsi sul proprio futuro. Lo ha fatto a Cotonou, in Benin, dove movimenti sociali, organizzazioni non governative, sindacati, associazioni e reti della società civile provenienti da 108 Paesi si sono riuniti per rilanciare l’idea di un’altra globalizzazione possibile, fondata sulla giustizia sociale, sulla democrazia partecipativa e sulla tutela dei beni comuni.

L’edizione beninese non è stata soltanto un appuntamento internazionale. È diventata il simbolo di una nuova centralità del continente africano nel dibattito globale e, al tempo stesso, il teatro di una riflessione profonda sul ruolo che i movimenti sociali dovranno assumere in un mondo attraversato da crisi climatiche, guerre, disuguaglianze economiche e nuove forme di autoritarismo.

Il ritorno in Africa

La scelta del Benin possiede un forte valore simbolico. Dopo l’edizione di Tunisi del 2015, il Forum è tornato nel continente africano riconoscendolo come uno dei luoghi più dinamici della riflessione panafricana contemporanea. Per gli organizzatori, Cotonou rappresenta un punto di incontro tra memoria storica, identità africana e dialogo con le comunità afrodiscendenti sparse nel mondo.

L’Africa non viene più raccontata soltanto come spazio di emergenze umanitarie o di sfruttamento delle risorse, ma come laboratorio politico e culturale capace di proporre alternative ai modelli economici dominanti.

Oltre cento Paesi, migliaia di attivisti e una domanda decisiva: la società civile deve limitarsi a contestare il potere o diventare protagonista di un nuovo modello di sviluppo? Dal Benin arriva un appello alla decolonizzazione economica, alla giustizia sociale e alla governance condivisa delle risorse naturali.

Il tema scelto per questa edizione – la governance delle risorse naturali e le lotte popolari di fronte alle grandi sfide globali – riflette proprio questa prospettiva. Al centro delle discussioni si sono trovati il lavoro, la giustizia ambientale, la sovranità alimentare, i diritti delle comunità locali e la redistribuzione delle ricchezze generate dalle risorse naturali.

Un Forum ostacolato dal potere

L’avvio dell’incontro è stato però segnato da forti tensioni istituzionali. Per la prima volta nella storia del Forum Sociale Mondiale, il governo del Paese ospitante ha impedito lo svolgimento dell’evento secondo il programma originario, bloccando le attività previste presso l’Università di Abomey-Calavi e riducendo di fatto la durata dei lavori.

Secondo numerosi osservatori le resistenze delle autorità sarebbero state motivate dal timore che il Forum potesse trasformarsi in uno spazio di aggregazione dei movimenti critici nei confronti dell’attuale governo beninese, accusato da diverse organizzazioni per i diritti civili di una progressiva deriva autoritaria.

Paradossalmente, proprio questo tentativo di limitazione ha rafforzato il significato politico dell’iniziativa. Il Forum ha continuato i propri lavori, riaffermando il diritto della società civile a costruire spazi autonomi di partecipazione e confronto.

Dalla protesta alla proposta

La riflessione più significativa è emersa dalle parole di Dada Zéhè, Segretario Generale dell’Alta Autorità Reale del Benin, che ha lanciato una domanda destinata ad accompagnare il futuro del movimento: «Il Forum deve rimanere eternamente nella posizione di opposizione oppure è giunto il momento di assumere il ruolo di una forza propositiva?» È un interrogativo che segna un possibile cambio di paradigma.

Per oltre due decenni il Forum Sociale Mondiale è stato identificato soprattutto come il luogo della critica alla globalizzazione neoliberista, alle privatizzazioni, alla finanziarizzazione dell’economia e alle politiche di austerità. Oggi, in un contesto internazionale profondamente mutato, molti movimenti ritengono necessario affiancare alla denuncia la costruzione di proposte concrete: nuovi modelli economici, democrazia partecipativa, transizione ecologica giusta e governance condivisa dei beni comuni.

Non basta più affermare che “un altro mondo è possibile”. Occorre iniziare a delinearne le istituzioni, le politiche e le pratiche.

Le grandi sfide del XXI secolo

Il Forum di Cotonou si è svolto in uno scenario globale radicalmente diverso da quello del 2001. Allora il principale bersaglio era la globalizzazione economica guidata dai mercati finanziari. Oggi le crisi si sovrappongono: cambiamento climatico, guerre, migrazioni, concentrazione della ricchezza, sfruttamento delle materie prime e crescente militarizzazione delle relazioni internazionali.

In questo quadro il tema delle risorse naturali assume un’importanza decisiva. Petrolio, terre rare, acqua, foreste e minerali strategici sono diventati oggetto di competizione geopolitica tra grandi potenze, mentre molte comunità locali continuano a pagare il prezzo dell’estrazione intensiva senza beneficiarne realmente.

Il Forum propone invece una diversa concezione della ricchezza: le risorse della Terra devono essere amministrate come beni comuni e non esclusivamente come strumenti di profitto.

Una società civile globale ancora viva

Nonostante una copertura mediatica molto limitata, la partecipazione di delegazioni provenienti da oltre cento Paesi dimostra che la rete del Forum Sociale Mondiale continua a rappresentare uno dei più importanti spazi internazionali di confronto tra movimenti popolari.

Colpisce, tuttavia, la modesta presenza di molte organizzazioni dell’Europa occidentale e del Nord America. Una distanza che riflette anche la frammentazione dei movimenti sociali nei Paesi più industrializzati, mentre il protagonismo cresce in Africa, America Latina e in numerose realtà del Sud globale.

È proprio da queste aree del mondo che arrivano oggi molte delle proposte più innovative sulla giustizia climatica, sulla sovranità alimentare, sull’economia solidale e sulla decolonizzazione delle relazioni economiche internazionali.

Decolonizzare il pianeta

Il filo rosso che ha attraversato l’intero Forum è stato quello della decolonizzazione. Non soltanto come rilettura critica del passato, ma come esigenza di superare le nuove forme di dipendenza economica, finanziaria e culturale che continuano a caratterizzare i rapporti tra Nord e Sud del mondo.

Decolonizzare significa restituire alle comunità il controllo delle proprie risorse, valorizzare i saperi locali, costruire modelli di sviluppo sostenibili e riconoscere il protagonismo dei popoli nelle decisioni che riguardano il loro futuro.

È una prospettiva che dialoga anche con le grandi questioni ambientali: non può esistere una transizione ecologica autentica se essa riproduce nuove forme di estrazione e disuguaglianza ai danni delle popolazioni più vulnerabili.

Un altro futuro è ancora possibile

A venticinque anni dalla sua fondazione, il Forum Sociale Mondiale non appare come una reliquia del movimento no global, ma come un cantiere aperto. Le sue sfide sono cambiate insieme al mondo: dalla critica al neoliberismo alla costruzione di alternative concrete, dalla contestazione delle disuguaglianze alla proposta di una governance democratica delle risorse naturali.

Il messaggio che arriva da Cotonou è chiaro: le grandi trasformazioni del XXI secolo non potranno essere affrontate soltanto dai governi o dai mercati. La società civile, i movimenti popolari e le comunità locali rivendicano un ruolo da protagonisti nella definizione di un nuovo modello di globalizzazione.

In un tempo segnato da guerre, crisi climatiche e crescente concentrazione del potere economico, il Forum rilancia la sua intuizione originaria: un altro mondo non è soltanto possibile, ma dipende dalla capacità dei popoli di costruirlo dal basso.


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