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40 anni senza Vittorio De Sica. Poliedrico uomo di cinema, attore e regista, fu tra i padri del Neorealismo italiano

Quattro Oscar per il miglior film straniero in un arco temporale di 25 anni fra il primo e l’ultimo

di Orazio Leotta - venerdì 14 novembre 2014 - 8909 letture

Difficile stabilire nel panorama cinematografico italiano chi è stato il migliore. Vittorio De Sica potrebbe esserlo stato. Vittorio_De_Sica_(1962) Perché fu attore ed anche regista; perché fu tra i padri nel Neorealismo ma fu brillante anche nel dare l’input alla nuova commedia all’italiana degli anni ’60 (lo stesso non si può dire di Lizzani, Rossellini o De Santis); da attore e regista fu sensibile agli strascichi della Seconda Guerra Mondiale riproponendone aspetti drammatici (“La Ciociara” da regista, “Il Generale della Rovere” da attore) e finanche affrontando l’antisemitismo (“Il Giardino dei Finzi Contini”); perché rappresentò la cruda realtà, o meglio il realismo, del dopoguerra (“Sciuscià”, “Ladri di Bicilette”) ma fu lungimirante nel capire come si sarebbero potute moltiplicare le discrasie di un benessere economico difficile da gestire e conservare (“Il Boom”); fu volto popolare nel cinema, in TV, nel teatro di rivista e perfino negli ambienti della canzone napoletana.

Maschere come il maresciallo maresciallo dei carabinieri in “Pane Amore e…” o il giocatore di carte incallito (lo era anche nella vita) lo hanno reso celebre e familiare negli ambienti di tutte le classi sociali specie della povera gente che gli perdonava la dissoluta vita familiare. Uomo di sinistra si batté in favore dell’associazionismo di categoria, fu dissacrante antifascista e per primo, in occasione dell’uscita di “Umberto D” dovette affrontare gli strali censurali di un Andreotti che all’uopo coniò la celebre “I panni sporchi si lavano in casa”.

Quattro Oscar, dicevamo, per Sciuscià, Ladri di Biciclette ladri di bicicletta, Ieri Oggi Domani e Il Giardino dei Finzi Contini e celeberrima la sua joint-venture con Cesare Zavattini, sceneggiatore di livello mondiale. Su Vittorio De Sica non occorre dilungarsi perché è stato detto tutto in questi quarant’anni dalla sua dipartita, in lui hanno convissuto mille anime: protagonista nel tempo dei cosiddetti “Telefoni Bianchi”, del periodo della guerra, del Neorealismo, della Commedia all’Italiana. Lavorò coi più grandi, Totò compreso.

Di lui resta più di ogni altra cosa la grande umanità che lo avvicinava a uomini, donne, avversari politici, uomini di chiesa, ricchi, poveri, di cultura e non che in lui percepivano la sua capacità di rappresentare la realtà e di percepirne prima degli altri i cambiamenti.


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