25 aprile e il vento della Resistenza
Il 25 aprile ritrova il suo senso nella facoltà empatica di scandalizzarsi dinanzi al dolore degli altri e di porsi domande profonde. Il capitalismo ha neutralizzato il 25 aprile mediante l’indifferenza divenuta l’unica tonalità emotiva coltivata e ammessa. La poesia resistente di Elena Bono.
Anche quest’anno il 25 aprile ci viene incontro con le sue liturgie e con le parole retoriche di una festa che di anno in anno è sempre più distante e pare ormai che stia per evaporare negli archivi della storia.
Sono passati 81 anni, ma non è il tempo il vero problema, se il 25 aprile è solo una parentesi senza significato la ragione è di ordine primariamente emotiva.
In questi decenni incistati dal capitalismo senza freno la capacità di sentire la differenza tra il bene e il male si è gradualmente consumata. È 25 aprile se si sente dentro di sé la rabbia plastica e progettuale dinanzi alle forze conservatrici del “modo di produzione capitalistico”. Il fascismo è ormai nei manuali, mentre il male nel presente, il capitalismo totalitario, è vivo e vorace.
Popoli e culture sono preda degli appetiti del capitalismo e delle sue plutocrazie guerrafondaie. Il caso palestinese svela senza veli la predazione divenuta tragica normalità e la sostanziale passività dei popoli malgrado la breve stagione delle proteste. Il dramma che si tinge di tragedia e che rende il 25 aprile esperienza di un passato fossile è la diffusa incapacità di sentire la storia con le sue tragedie nel nostro presente. I lavoratori muoiono sul lavoro, la scuola è luogo di addestramento alla predazione competitiva e le guerre per il potere e per la gestione delle risorse energetiche minacciano di condurci verso l’abisso.
In un mondo senza pietà dominato dal disprezzo per la vita e per le vite il 25 aprile dovrebbe essere pratica quotidiana, invece è solo liturgia ideologica rivolta al passato. Il modo di produzione capitalistico ha inciso in profondità nello spirito e nella psiche. Ha dissolto i popoli in una plebe sciamante alla ricerca del solo piacere immediato. Ha iniettato negli individui il narcisismo competitivo e il disprezzo versi i perdenti.
Gli ultimi, vero sale della storia, guardano con ammirazione ai potenti e invidiano i loro paludati eccessi. La grammatica emotiva prevalente è dunque improntata al culto del proprio “ego”, il “noi” è ormai esperienza del passato; il mondo e la realtà sono solo mercato a disposizione dei vincenti. Nell’impero della separazione e dell’inimicizia non ci si guarda e non ci si ascolta. Lo sguardo del lavoratore precario, il viso umiliato degli anziani consumati da solitudine e povertà e l’inquietudine dei giovani hanno smesso di parlarci, scivolano via nell’attivismo senza senso e sottilmente disperato. La separazione è diabolica. Nel tempo della divisione narcisistica, in media, non ci si scandalizza verso la sofferenza, la quale non è un’idea e non è una astrazione, ma è esperienza storica incarnata nelle piaghe delle vittime della “spremitura dei potenti”.
Il 25 aprile ritrova il suo senso nella facoltà empatica di scandalizzarsi dinanzi al dolore degli altri e di porsi domande profonde. Il capitalismo ha neutralizzato il 25 aprile mediante l’indifferenza divenuta l’unica tonalità emotiva coltivata e ammessa. I predatori coltivano piccoli e grandi mostri in tal modo possono restare in sella al loro potere e non temere i sussunti, i quali pensano e vivono imitando i grandi predatori.
I resistenti del 25 aprile furono uomini e donne comunitari che attinsero il coraggio di “resistere” dalle loro profondità emotive con cui sentivano la “presenza dell’altro” che invocava una risposta da tradurre in agire. Per i resistenti gli altri erano parte viva del loro “sé vivente”. Il modo di produzione capitalistico ha disinnescato tale potenzialità rivoluzionaria con il narcisismo e la separazione. Il pensiero e la politica hanno la loro genesi nella profondità empatica simbolizzata con la parola che si dona al mondo.
Tutto questo è stato quasi raso al suolo da decenni di materialismo becero e dalla violenza non riconosciuta. Il 25 aprile è così divenuto una scampagnata priva di valore, in cui si fa festa e non si pensa, anzi la discussione politica e progettuale è sostituita dall’intrattenimento. Concerti e musica prevalgono sullo spirito etico della festa della liberazione. Non ci si percepisce alienati e senza speranza, perché si vive l’ordinario e si agguanta l’attimo, il mondo in tale dimensione è solo una comparsa senza significato.
Riscoprire il 25 aprile significa scendere nella profondità della propria autocoscienza per ritrovare la bellezza ruggente della propria umanità; significa ascoltare “il noi” sepolto da una quantità inenarrabile di desideri fatui e letali; significa reimparare a guardare il mondo e vivere il proprio tempo. La liberazione dai fantasmi e dagli spettri che ci inducono a vivere come sonnambuli in un tempo storico dove la morte è rimossa, ma è la normalità che governa le nostre relazioni, dev’essere il senso del 25 aprile nel 2026.
Lo scambio simbolico è sostituito dal predare e le parole sono uncini per afferrare e abbandonare. Il 25 aprile può ritrovare il suo senso se portiamo nei nostri giorni la consapevolezza che il principio di fratellanza e uguaglianza è stato ribaltato e obliato dalla violenza dell’avere sull’essere. La consapevolezza è riconquista della nostra umanità reificata dai processi capitalistici con cui rimettere in moto la storia portando con noi le storie della Resistenza per attingere dalla riserva dello spirito della storia la responsabilità politica, sociale e umana verso il nostro tempo che immalinconisce nella falsa allegria del 25 aprile e affonda tra i demoni del colonialismo e della guerra ancora prepotentemente tra di noi.
Il “bene” è difficile e rischioso, di questo dobbiamo prendere atto, non si diventa resistenti con i concerti e con le feste ma riposizionandosi nel “noi del dono” senza il quale il “bene” è solo una vuota e fatua parola. Elena Bono poetessa e resistente ci racconta della difficile arte della resistenza e della libertà:
Per i compagni caduti nella Resistenza
O miei compagni, perché mai
io vi vedo smarriti
e quasi aver vergogna di voi stessi?
È difficile il bene,
coraggioso e virile
ogni errore
incontrato nel compierlo.
Difficile sopra ogni bene
la libertà
e chi commette colpa per lei
sempre si tormenta
per averne intravisto
l’ariosa veste lucente,
e insieme si conforta.
Sola vergogna è non aver mai cercato
la libertà
e vivere contenti di sé
non esistendo.
Non sono questi, o cari,
coloro che vi accusano
più duramente?
Ma guardateli in viso
come guardavate un giorno
chi puntava le armi
al vostro petto.
Sono gli stessi ancora
e voi gli stessi.
Voi uomini
ed essi come pecore matte.
La nostra Resistenza è nel congedarci dal paradigma ideologico della competizione. Nella competizione è solo il guadagno e il saccheggio a determinare la linea che divide il vincente dal perdente.
Non è il fascismo il nostro attuale nemico ma la competizione economica e totalitaria che normalizza la violenza tra i singoli come tra gli stati. Pensare la competizione non è solo concettualizzarla, ma sentirla nella sua verità distruttiva espressa compiutamente nel capitalismo. Pensare è sentire il dolore del mondo che si incarna nei visi che incrociamo ogni giorno, il tormento della contraddizione è l’apertura che ci fa intravedere la “libertà” e la “liberazione da un sistema economico e culturale” che offende la natura umana.
La “libertà” il modo di produzione capitalistica l’ha trasformata nella libera predazione dell’altro; la libertà dei diritti individuali senza limite alcuno è connotato “dall’io voglio”. In tale contesto la paura è diventata angoscia e le tenebre sono entrate nelle relazioni. A questa libertà del “male” bisogna opporre un’altra libertà. La libertà solidale e la gioia del noi virile con la quale si costruisce con l’impegno quotidiano una società di liberi ed eguali in cui l’io è in relazione con se stesso e con il noi. Senza la grammatica emotiva dell’ascolto dell’altro vi è solo la solitudine sostenuta da psicofarmaci e merci.
Resistere alle “parole suadenti e alle immagini ingannevoli della “felicità patinata” è la nostra resistenza che inizia come atto individuale e apre il noi nell’organizzazione e nella denuncia di una condizione esistenziale ormai disumana e insostenibile. La predazione naturalizzata insegna l’impotenza e l’attesa inevitabile del “predatore” a cui si risponde con gli ansiolitici. La risposta dev’essere politica, culturale ed etica.
Nel volto contratto dal dolore del nostro prossimo possiamo guardare noi stessi e possiamo comprendere la verità di un sistema che ha posto al centro “lo sfruttamento”. La disumanità è l’asse portante del nichilismo del capitalismo nel quale siamo solo comparse spettrali senza pensiero e senza spirito. Così il modo di produzione capitalistico ci vuole. Questo è il nostro 25 aprile. Solo un uomo che si lascia toccare dal dolore dei perdenti può riaprire i chiavistelli della storia.
L’avvenire della Resistenza è nel nostro presente, se ci congediamo dalla sterilità della “storia monumentale” da ricordare con affettazione per poche ore e come “un tempo ormai consegnato alla storia”. Il 25 aprile, invece, ci indica un dato inaggirabile, ovvero che se non reimpariamo ad essere umani gli incubi della storia che già furoreggiano assassini e genocidi ritorneranno per portarci via il patrimonio etico che i padri della Resistenza ci hanno consegnato per farlo vivere e rivivere nel nostro presente. La Resistenza è uno spirito perenne, è lo spirito dell’essere umano nella storia che con la lotta e nella lotta non solo si umanizza, ma fonda la libertà di tutti attraverso la propria emancipazione dagli inganni dei totalitarismi.
Non c’è libertà senza sacrificio e senza dono e questo, forse, è il messaggio più difficile da far passare in una realtà che ha eretto l’egoismo e l’indifferenza a “valori fondanti” della società della predazione degli ultimi. Elena Bono poetessa che visse la ferocia dei rastrellamenti ed ebbe il coraggio di “resistere alla violenza montante” ci rammenta che la storia è la nostra casa in cui ritrovare la nostra anima resistente:
Vengono i giorni
Vengono i giorni
che il cuore è una terra bruciata,
polvere e fumo
nuvole basse di piombo.
Voi divenuti
nomi di piazze e di strade:
corso Gastaldi
largo Cesare Crosa
via Buranello
giardini pubblici C. Talassano.
Ma il tempo è una casa
di innumerevoli stanze
sorvegliate e severe
dove tutto è per sempre;
chi ne possiede le chiavi
può ritrovare ogni cosa:
gesti e parole
di un giorno qualunque.
I vostri giorni di prima,
il vostro andare e venire
in queste piazze e strade
divenute ora voi
per ricordare la scelta
che voi avete fatta
a quelli che vengono e vanno
con gesti e parole qualunque
dove sta chiusa la scelta
che anch’essi hanno fatta
in queste stanze severe
che non consentono fuga,
ma tutto è per sempre.
I vostri giorni di prima.
Cesare Crosa
il suo passo di vento
e la musica dentro:
Vivaldi, “Le quattro stagioni”,
l’elettrico “Inverno”
quegli aghi di ghiaccio e di gioia.
Buranello che parla a un compagno
battendo il giornale
sul dorso a un leone
del grande scalone di marmo
dell’ateneo genovese.
Aldo Gastaldi
la fronte tranquilla
più su della folla,
quegli occhi di spada.
Talassano il biondino
di mento appuntito
sempre piegato dal riso
sul banco di scuola;
fu allegro davanti alla morte,
e tenne allegri i compagni.
Di tutti il più fortunato
biondino di lungo viso,
tu divenuto un giardino
di foglie aria bambini gridanti
che rinverdiscono il cuore
quando è terra bruciata.
A ciascuno di noi, uomini e donne del nostro tempo, spetta il compito di agire da resistenti. Resistenze piccole e grandi ci strappano dal flusso fatale della storia per ricollocarci in essa non più fruitori passivi di un mondo consegnato al neoliberismo, ma attori di una nuova storia che si rigenera con noi.
La storia non è terminata, oggi più che mai sentiamo la necessità di ascoltare il vento della Resistenza in una realtà di contraddizioni sanguinarie e di inumane ingiustizie quotidiane. Per ascoltare il vento della resistenza necessitiamo un 25 aprile di silenzio prima di riprendere la lotta. Elena Bono ci rammenta il valore del silenzio in una realtà ferita dalla chiacchiera:
Silenzio e ancora silenzio
Silenzio e ancora silenzio.
Versatelo a lungo
piano, sulle ferite.
Anche la musica duole
ad un cuore dolente.
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