Se il federalismo non è solo quello della Lega...


Il modo di concepire l’organizzazione statale è notevolmente cambiato negli ultimi decenni, complice la sempre maggiore complessità e molteplicità delle funzioni affidate all’apparato pubblico.


di Giuseppe Artino Innaria pubblicato il 12 febbraio 2008

La cerimonia di inaugurazione dell’anno giudiziario 2008, tenutasi presso la Corte dei Conti il 5 febbraio 2008, è stata un’interessante occasione per riportare l’attenzione dell’opinione pubblica sul tema dello spreco del denaro pubblico.

C’è da scommettere che il controllo della spesa pubblica, la riduzione delle tasse e il federalismo fiscale saranno sicuramente al centro della ormai imminente campagna elettorale, cosicché è assolutamente importante fare chiarezza su questioni tanto delicate.

Il modo di concepire l’organizzazione statale è notevolmente cambiato negli ultimi decenni, complice la sempre maggiore complessità e molteplicità delle funzioni affidate all’apparato pubblico.

La logica dello Stato centralista tende ad essere superata da una distribuzione dei poteri su più livelli territoriali.

Alle origini, lo Stato nazionale moderno opera il superamento della frammentazione feudale con l’accentramento della sovranità nella figura del monarca assoluto, come è accaduto nella storia francese, e conseguentemente con la creazione di una catena gerarchicamente ordinata, al cui vertice si pone il governo centrale, dal quale si diramano le derivazioni periferiche dell’amministrazione pubblica.

Lo Stato napoleonico ricalca questo disegno: il governo nazionale controlla le amministrazioni locali attraverso i prefetti secondo un ordine rigorosamente gerarchico.

Il modello napoleonico ha per lungo tempo improntato anche l’organizzazione dello Stato italiano post-unitario, dapprima in ragione della necessità di realizzare l’unità sul piano politico ed amministrativo della nuova compagine statale, poi durante il fascismo, riuscendo particolarmente congeniale alla ideologia del regime e alle esigenze di controllo del territorio da parte della dittatura.

La Costituzione repubblicana del ’48 nel Titolo V introduce il riconoscimento delle autonomie locali e segna il passaggio verso un diverso ordinamento territoriale dello Stato, informato ad una sempre più spiccata devoluzione verso il basso delle competenze, sulla spinta di un processo culminato con la legge costituzionale n. 3 del 2001.

Il sistema delle attribuzioni amministrative non si articola più a cascata dall’alto verso il basso ovvero a raggiera dal centro verso la periferia, quanto piuttosto, anche alla luce dei principi ispiratori dell’ordinamento comunitario, prima della CEE ora della Unione Europea, secondo il criterio della sussidiarietà, in virtù del quale l’azione amministrativa spetta all’ente pubblico territoriale più vicino al cittadino, cioè il comune, e può essere trasferita al livello amministrativo territoriale immediatamente superiore (Provincia, Città Metropolitana, Regione, Stato, Unione Europea) solamente nel caso in cui la risposta locale sia potenzialmente insufficiente rispetto alla dimensione del problema.

Il principio di sussidiarietà è strettamente correlato alla centralità della persona umana, tendendo ad avvicinare le istituzioni all’individuo, che diventa il vero perno attorno a cui ruota la struttura statale.

Ne discende che il federalismo è il naturale corollario di una concezione sussidiaria dell’ordinamento politico ed amministrativo.

La versione leghista ha spesso finito per rendercelo indigesto, mentre in realtà il federalismo, se ricondotto alla matrice sussidiarista, può essere tutt’altro che il frutto di una tensione egoistica e centrifuga della società, rivelandosi piuttosto una forma di solidarietà che parte dal basso, in maniera concreta dallo stadio comunitario più prossimo al cittadino, e via via si sviluppa in una cerchia sempre più ampia.

Il federalismo istituzionale non può, però, essere disgiunto – e qui in parte ha ragione la Lega – dal federalismo fiscale, perché non vi può essere autentica autonomia amministrativa senza la disponibilità di risorse finanziarie proprie.

Tuttavia, il federalismo potenzialmente rischia di avere effetti dirompenti sugli equilibri finanziari del settore pubblico, poiché all’aumento delle sedi decisionali corrisponde la moltiplicazione delle strutture, ciascuna con i propri costi di mantenimento, e inevitabilmente dei centri di spesa.

Il federalismo, pertanto, non può essere realizzato con venti regioni. La Repubblica Federale Tedesca ha circa ottantadue milioni di abitanti, ma i Bundesland, gli Stati Federali che la compongono, sono sedici, di cui due, Berlino e Amburgo, sono città e non regioni. Vanno abolite le oltre cento attuali province. Vanno agevolati i consorzi di comuni, specie nel caso dei cosiddetti comuni – pulviscolo.

Il prelievo fiscale deve articolarsi su ciascuno dei livelli territoriali di governo (nazionale, regionale, comunale), ma deve essere accompagnato da una rigorosa responsabilizzazione nella spesa. Regioni e comuni possono spendere senza vincoli solo il gettito dei tributi locali direttamente riscosso dai cittadini e, quanto alle spese correnti, devono tendenzialmente raggiungere l’autosufficienza. Rendendo interdipendenti a livello locale spesa e tassazione si possono innescare prassi virtuose e una sana concorrenzialità tra gli enti locali. Per tenere basse le imposte bisogna ridurre i costi e, quindi, si è costretti ad essere più efficienti e produttivi e ad evitare sprechi. L’onerosità del fisco è tollerabile per il cittadino nella misura in cui viene percepita come adeguata alla qualità del servizio offerto. Insediare una attività produttiva in una regione o in un comune può diventare una scelta anche determinata dal grado di pressione fiscale, di efficienza della pubblica amministrazione e del sistema di infrastrutture e servizi, di modo che i diversi enti locali possono essere senz’altro incentivati a entrare in competizione tra loro al fine di attrarre nuovi investimenti privati apportatori di ulteriori risorse finanziarie.

Le disparità economiche tra le regioni devono essere colmate da una solidarietà nazionale che faccia ricorso ancora al meccanismo dei fondi perequativi, tuttavia profondamente rivisto. La cooperazione tra Stato e regioni va plasmata sul modello sperimentato dei Fondi strutturali europei, condizionando l’erogazione dei finanziamenti all’elaborazione di progetti di investimento utili per la collettività e prevedendo procedimenti di controllo sui risultati insieme a dispositivi sanzionatori nell’ipotesi di sprechi e malversazioni.

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