Il "mea culpa" di Bush su Auschwitz


Le tremende proporzioni del genocidio perpetrato dal regime nazista nei confronti degli ebrei durante la Seconda Guerra Mondiale hanno indotto a rintracciare nell’Olocausto l’inverarsi, nella storia, di un “male assoluto”, aprendo nella storiografia un dibattito sul tema non ancora definitivamente chiuso.


di Giuseppe Artino Innaria pubblicato il 15 gennaio 2008

Le tremende proporzioni del genocidio perpetrato dal regime nazista nei confronti degli ebrei durante la Seconda Guerra Mondiale hanno indotto a rintracciare nell’Olocausto l’inverarsi, nella storia, di un “male assoluto”, aprendo nella storiografia un dibattito sul tema non ancora definitivamente chiuso.

Lo storico Ernst Nolte, in un’ottica di revisionismo, ha indagato le motivazioni culturali e psicologiche dell’antisemitismo nazista e nel saggio “La dissoluzione dei contesti e la questione del <>” (in “Controversie - Nazionalsocialismo, bolscevismo, questione ebraica nella storia del Novecento”, TEA, 2002, pagg. 143 ss.) ha evidenziato come la questione ebraica si inserisse nel più ampio contesto dell’antibolscevismo. Egli collega l’escalation del massacro ebreo all’inasprirsi del conflitto sul fronte tedesco orientale nell’estate del 1941, rimarcando la naturalezza con cui i vertici del nazismo operarono l’equiparazione tra comunisti ed ebrei nell’emettere un verdetto di condanna collettiva contro tutti i discendenti di Israele. Nolte, a differenza dei negazionisti, non contesta la verità storica delle uccisioni di massa nelle camere a gas, anzi le addita come l’emblema precipuo della volontà di annientamento della base biologica di tutto un popolo, nel passaggio da una prima fase di mero “annientamento sociale”, mosso dalla “volontà di purificare il mondo dagli <>”, ad un annientamento biologico o etnico vero e proprio posto alla base delle deportazioni in massa ad est.

Uno storico di marca non revisionista, Wolfgang Benz (“Storia illustrata del Terzo Reich”, Giulio Einaudi Editore, 2005: v. il capitolo tredicesimo, pagg. 195 ss.) sostiene che effettivamente è nell’estate del 1941 che la “soluzione finale” della questione ebraica assume definitivamente i connotati del genocidio puro e semplice, sistematicamente pianificato su scala industriale dopo una riunione tra alcuni esponenti di vertice del regime nazista e presieduta da Reinhard Heydrich, capo dell’Ufficio centrale di Sicurezza, tenutasi il 20 gennaio 1942 sul Wannsee. In precedenza, era stato ipotizzato di deportare gli ebrei in Madagascar oppure di creare una riserva ebraica presso Lublino. I dati offerti dallo studio di Benz non abbisognano di commenti: un milione di vittime ad Auschwitz, 900.000 a Treblinka, 600.000 a Belzec, 250.000 a Sobibòr, 152.000 a Chelmno, almeno 60.000 a Majdanek, senza contare i pogrom e le fucilazioni di massa; ad essere massacrati furono ebrei tedeschi e soprattutto ebrei polacchi e sovietici, per un totale di almeno sei milioni.

Nolte, dal canto suo, richiama l’attenzione sul fatto che l’annientamento di un popolo non è senza precedenti storici e afferma: “O la storia stessa con le sue guerre, le sue atrocità e le sue azioni di annientamento è in sé e per sé il <>, o l’annientamento di un popolo ad opera di un altro popolo è solo una fase particolarmente acuta di un evento che è storicamente <>” (“Controversie - Nazionalsocialismo, bolscevismo, questione ebraica nella storia del Novecento”, pag. 161).

L’Olocausto, purtroppo, non rappresenta un evento isolato nell’esperienza storica del Novecento. I nazisti accompagnarono la carneficina degli ebrei a quella dei rom e dei sinti, né possono essere sottaciuti il massacro ottomano degli Armeni durante la prima guerra mondiale e, negli anni novanta, la pulizia etnica nell’ex Iugoslavia o la strage dei tutsi ad opera dell’etnia hutu in Ruanda.

Nondimeno, è ovvio che tale circostanza non diminuisce affatto la gravità inaudita della Shoà, solo che si pensi al numero delle vittime, semmai allarga la ferita aperta nel cuore della umanità. Né viene meno l’unicità dell’evento per il popolo che ne è rimasto offeso, perché la sofferenza patita non è fungibile con la sofferenza degli altri popoli vittima di sterminio.

Ciò che la storia ci consegna è la radicalità del male insita nell’annientamento dell’Altro, la gratuità di una persecuzione che colpisce individui innocenti in nome di una colpa collettiva impossibile a giustificarsi. Il ripetersi nel tempo e nello spazio di questo male radicale non lo rende per niente “normale”, perché è la convivenza civile tra i popoli ad essere la regola e il conflitto a costituire l’eccezione non tollerata, perché anche nello stato di guerra vigono uno ius gentium e delle regole elementari di umanità che esigono rispetto.

Solo l’eccezionalità del genocidio consente di intenderne la mostruosità, la irricevibilità nella norma, la necessità di prevenirlo.

“Dio, perché mi hai abbandonato?”, invoca Cristo sul Golgota. Un popolo, su cui si abbatte la scure dello sterminio, non può non avvertire il medesimo senso di smarrimento: mentre il Male imperversa, Dio è assente, distante, nascosto, forse nemmeno esiste. A quel punto non può più essere elusa la questione della colpa: chi è responsabile del Male?

L’Olocausto scosse la fede di ebrei e non. Alcuni non accettarono l’idea di un Dio che permetteva un Male tanto grande. Altri salvarono il loro credo, tenendo Dio fuori dalla Storia, concepita come il regno esclusivo dell’uomo e del suo libero arbitrio (v. le riflessioni di Hans Jonas ne “Il concetto di Dio dopo Auschwitz. Una voce ebraica”, Il Nuovo Melangolo, 2005).

Relativizzare il Male, calarlo nei contesti culturali, politici, psicologici, ideologici in cui matura, ha la sola utilità pratica di svelarne le fattezze umane. Hannah Arendt - che del processo celebrato a Gerusalemme nel 1961 contro Adolf Eichmann, uno dei principali artefici dell’Olocausto, fornisce il reportage nel libro “La banalità del male. Eichmann a Gerusalemme” (Feltrinelli, 2003) – rimane disorientata allorché, al posto del mostro, si trova davanti un grigio burocrate, un uomo talmente comune da poter essere scambiato per “uno di noi”: il Male si rivela terribilmente “banale”.

La Storia, pertanto, mette a nudo la radice umana del Male, la cui possibilità è tanto più pericolosa quanto spesso “banale” per interpreti e gratuità delle motivazioni. Il potenziale umano di malvagità ci chiama, conseguentemente, ad uno sforzo comune di giustizia, rispetto al quale nessuno può tirarsi fuori. La risposta di Karl Jaspers alla “questione della colpa” (“La questione della colpa. La responsabilità politica della Germania”, Raffaello Cortina Editore, 1996) è assolutamente attuale: l’unica “colpa metafisica” ricade su ognuno di noi per il semplice fatto che il Male è eminentemente umano, di modo che chi non reagisce di fronte ai crimini patiti dai propri simili ne diventa corresponsabile, perché ha abdicato al vincolo di solidarietà che lo lega ai propri simili, con cui condivide la propria umanità, calpestata dalla violenza.

Con le lacrime agli occhi, George W. Bush, durante la visita al Memoriale dell’Olocausto a Gerusalemme l’11 gennaio 2008, è il primo presidente che pubblicamente recita il “mea culpa” perché gli Stati Uniti non bombardarono Auschwitz. La realtà dei campi di concentramento era conosciuta dalle autorità americane già durante la Seconda Guerra Mondiale. Elie Wiesel, in un intervista pubblicata sul “Corriere della Sera” del 12 gennaio 2008, dichiara che gli Alleati avrebbero potuto bombardare i binari delle ferrovie dirette ad Auschwitz, evitando la morte a migliaia di ebrei ungheresi: analoga accusa il Nobel per la Pace israeliano rivolge all’Armata Rossa che nel ’44 era ormai vicina ad Auschwitz, avendo raggiunto la Polonia, dove aveva liberato il campo di Majdanek. Riaffiora il terribile interrogativo che non tutto fu fatto per impedire il genocidio.

La connotazione umana del Male pretende una assunzione tutta umana di responsabilità. “Homo sum: humani nihil a me alienum puto” (Terenzio). La possibilità umana del male è anche possibilità umana di impedirlo: attraverso quelle istituzioni cui l’uomo ha affidato il compito di assicurare il vivere insieme.

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