La difesa del modello sociale europeo e la "preferenza comunitaria"


"Il commercio mondiale, prima che essere libero, deve essere equo. Un oculato ricorso alla “preferenza comunitaria”, già applicata ai prodotti agricoli dell’Unione Europea, non dimentica della solidarietà con i paesi poveri, il cui sviluppo va comunque supportato, potrebbe essere una soluzione..."


di Giuseppe Artino Innaria pubblicato il 2 dicembre 2007

Il New York Times ha trionfalmente annunciato che nel 2007 per la prima volta, dopo diversi anni di risultati allarmanti, a New York il numero degli omicidi sarà inferiore a 500. Negli Stati Uniti la situazione della sicurezza è, però, ancora molto lontana da quella europea, dove l’allarme viene percepito dalla popolazione in maniera sempre più crescente, ma dove i dati parlano di una realtà molto meno pericolosa. Infatti, le proporzioni non reggono solo che si pensi che in Italia, la cui popolazione – compresi gli stranieri – supera i cinquantanove milioni di abitanti, nel 2006 il totale degli omicidi è stato pari a 621 contro i 579 di New York, che di abitanti ne ha otto milioni.

L’Organizzazione Mondiale della Sanità ha pubblicato di recente i risultati di un’indagine sui sistemi sanitari di 191 paesi: nella classifica, che tiene conto di vari indici di qualità, la palma del migliore sistema sanitario nazionale spetta alla Francia e a ruota segue – chi lo avrebbe detto – l’Italia, che rientra nel novero dei Paesi più equi nel garantire ai propri cittadini l’accesso ai servizi sanitari. Gli Stati Uniti si guadagnano solo il trentasettesimo posto, alle spalle di tutti i Paesi Occidentali e non brillando per l’accesso alla sanità, con quarantamilioni di abitanti che godono solo delle cure di emergenza.

Se si abbandona il PIL – Prodotto Interno Lordo - come indicatore del benessere delle Nazioni, perché basato sul solo criterio della ricchezza materiale, e si adotta l’HDI - Human development index -, un indicatore (elaborato dall’economista pakistano Mahbub ul Haq e impiegato dall’ONU) che tiene conto, invece, oltre che del reddito pro capite, pure del livello di istruzione e delle aspettative di vita della popolazione, si scopre, con riferimento ai dati del 2004, che gli Usa occupano solo l’ottavo posto, preceduti da Paesi Europei come Norvegia, Islanda, Irlanda, Svezia.

Insomma, c’è veramente da dubitare che il modello americano sia migliore di quello europeo, al punto che anche in America qualcuno si è ricreduto. Ne “Il sogno europeo. Come l’Europa ha creato una nuova visione del futuro che sta lentamente eclissando il sogno americano” Jeremy Rifkin riflette che l’Europa non solo gioca un ruolo importante come colosso economico mondiale, ma soprattutto può offrire al pianeta intero un progetto per il futuro.

È la tenuta del modello sociale che regge in Europa più che negli Stati Uniti, garantendo agli individui un livello di protezione superiore a qualsiasi altra area del mondo in termini di tutela dei diritti e di servizi e assistenza, con una economia di mercato temperata da una attenzione alla redistribuzione e alle tematiche ambientali.

Un successo, quello europeo, oggi reso emblematico da una moneta comune, l’euro, forte tanto da poter ormai ambire a diventare la divisa di riferimento del sistema commerciale mondiale, scalzando il dollaro.

La European Way of Life non è, però, immune da insidie.

Innanzitutto, interne all’Unione Europea, come dimostrano le difficoltà che incontrano gli organismi politici nella edificazione della casa comune istituzionale, un cammino segnato da battute di arresto e rallentamenti. Le identità nazionali rimangono forti, mentre l’allargamento a nuovi Paesi complica l’integrazione e le scelte fondamentali sull’architettura finale delle istituzioni europee sono ancora oggetto di dibattito.

In secondo luogo, come avverte Anthony Giddens nel suo ultimo libro “L’ Europa nell’età globale”, il sistema del Welfare va riformato, perché in molti paesi europei i suoi costi rischiano di diventare insostenibili e di frenare la crescita economica.

Infine, la globalizzazione con le sue sfide, un commercio mondiale con sempre meno barriere e soprattutto la concorrenza di Stati emergenti che riescono ad essere competitivi grazie al basso costo della manodopera e a legislazioni che non prevedono un adeguato livello di garanzie per i lavoratori.

La tendenza del commercio internazionale è verso l’abbattimento totale delle barriere doganali. L’adesione al WTO – World Trade Organization, Organizzazione Mondiale del Commercio – è estesa a circa centocinquanta Stati e copre quasi per intero l’economia mondiale: gli Stati membri sono tenuti ad applicare agli altri Paesi aderenti all’accordo la clausola della nazione più favorita, ossia il trattamento migliore previsto dalla propria legislazione ai prodotti stranieri, con conseguente riduzione delle restrizioni tariffarie.

In conseguenza di ciò, il mercato europeo è sempre di più invaso dai prodotti a basso prezzo di Paesi che si avvantaggiano di costi ridotti possibili grazie all’arretratezza della legislazione in materia sociale e di tutela del lavoro.

Difendersi con le sole armi della competizione economica è impresa tutt’altro che facile. Abdicare in nome del libero commercio a secoli di conquiste in tema di diritti dei lavoratori e di sostegno dei redditi è semplicemente inaccettabile.

Non è allora solo una provocazione sostenere che il commercio mondiale, prima che essere libero, deve essere equo. Un oculato ricorso alla “preferenza comunitaria”, già applicata ai prodotti agricoli dell’Unione Europea, non dimentica della solidarietà con i paesi poveri, il cui sviluppo va comunque supportato, potrebbe essere una soluzione volta a riportare equilibrio nei rapporti commerciali e a moralizzarli, favorendo i prodotti europei rispetto ai prodotti importati a basso prezzo in provenienza da paesi terzi che lucrano la loro forza competitiva sulla pelle di una manodopera non tutelata e pagata miseramente, senza, però, trascurare l’aiuto ai paesi più deboli con intelligenti misure di sostegno.

Ritorna al formato normale

Stampa l'articolo