Gli embrioni soprannumerari: un dilemma etico


Forse, piuttosto che celebrare il funerale degli embrioni sarebbe molto più etico regalare una speranza a chi la luce ha già visto ed espia il peso di una sofferenza immeritata. Ecco perché con un po’ di buon senso anche gli embrioni soprannumerari potrebbero servire un disegno caritatevole.


di Giuseppe Artino Innaria pubblicato il 19 ottobre 2007

Craig Venter, ricercatore americano nel campo della genetica, ha di recente annunciato la creazione di un cromosoma di sintesi, il “Micoplasma laboratorium”, primo passo verso la possibilità di una vita artificiale.

Negli stessi giorni è stato reso pubblico il conferimento del Premio Nobel per la Medicina a Mario Capecchi, studioso di origini italiane, nato a Verona nel 1937 ma trasferitosi durante l’infanzia negli Stati Uniti. Capecchi, insieme ai colleghi Martin Evans e Oliver Smithies, anch’essi insigniti dell’onorificenza, ha dato importanti contributi al perfezionamento delle tecniche di “gene targeting”, che, mediante il ricorso a cellule staminali embrionali, consentono di generare topi con mutazioni genetiche. Questa biotecnologia fa sì che si possa selezionare una qualsiasi sequenza di Dna modificandola secondo gli intendimenti del ricercatore. Ciò, da una parte, permette di rendere inoffensivi i geni difettosi, dall’altra, si rivela molto utile nello studio del cancro, della embriogenesi, della immunologia, della neurobiologia. Grazie al “gene targeting” si è in grado di osservare l’evoluzione delle malattie genetiche e di sperimentare l’applicazione di terapie geniche attraverso la modificazione del gene malato.

La scienza moderna si sta sempre di più appropriando del mistero della vita, al punto di essere ormai capace di manipolare i codici genetici e, forse, addirittura di creare forme vitali artificiali.

È scontato che le notizie sugli sviluppi delle biotecnologie suscitino clamore e disorientamento.

Per il credente il mistero della vita appartiene solo a Dio, cosicché l’avventura della intelligenza umana in un campo riservato alla scienza divina è sempre avvertita con timore, come se, sedotto dall’allettante sussurro del Maligno, l’uomo, rivaleggiando con Dio, possa piegare le proprie scoperte scientifiche a finalità negative.

Per il laico la scienza è neutrale rispetto all’etica. Di qualunque conquista scientifica si può fare un uso ispirato al Bene o al Male. Non ha senso porre limiti o paletti alla ricerca scientifica, è nel momento dell’applicazione tecnologica che l’etica deve intervenire, suggerendo l’impiego migliore del patrimonio conoscitivo e proibendo le distorsioni malefiche.

I successi scientifici di Mario Capecchi e dei suoi colleghi riportano alla ribalta l’importanza degli studi sulle cellule staminali embrionali.

In Italia la legge 40 del 2004 vieta la ricerca sulle cellule staminali degli embrioni soprannumerari, ossia di quegli embrioni che, non essendo stati utilizzati perché in eccedenza nella fecondazione medicalmente assistita, vengono congelati. La posizione della Chiesa è nota sul punto ed è contraria ad un qualunque uso scientifico che, a costo di estrarne le cellule staminali, comporti la distruzione dell’embrione. La verità è che, però, spesso questi embrioni sono comunque destinati prima o poi alla soppressione, specie nel nostro paese, dove non solo non né è permesso l’uso scientifico, ma è pure impedita la fecondazione eterologa.

Il tentativo di abolire con referendum il divieto di ricerca sugli embrioni soprannumerari fallì nel 2005 per mancato raggiungimento del “quorum”. La Chiesa allora scese in prima linea, invitando all’astensione.

Eppure la vicenda umana di Luca Coscioni, ma soprattutto il dolore (che anche un credente come il teologo Vito Mancuso definisce “innocente”) di tanti bambini affetti da malattie genetiche dovrebbe indurre principalmente i credenti ad una rivisitazione della questione.

La vita merita un rispetto sacro, specie se si è convinti che essa non si esaurisca nella sola materia, ma sia animata da un soffio spirituale.

Tuttavia, credo che dovremmo renderci conto che la tutela di chi non nascerà mai rischia di diventare un feticcio superstizioso. Forse, piuttosto che celebrare il funerale degli embrioni sarebbe molto più etico regalare una speranza a chi la luce ha già visto ed espia il peso di una sofferenza immeritata. Ecco perché con un po’ di buon senso anche gli embrioni soprannumerari potrebbero servire un disegno caritatevole.

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