Il caso Birmania e la tutela internazionale dei diritti umani


Di fronte alle immagini dei monaci buddisti che manifestano pacificamente contro il regime militare birmano e alle notizie della repressione che colpisce anche i giornalisti stranieri, l’opinione pubblica occidentale, indignata, si chiede cosa è possibile fare concretamente per aiutare il popolo del Myanmar.


di Giuseppe Artino Innaria pubblicato il 4 ottobre 2007

I governi occidentali hanno attivato lo strumento della pressione diplomatica, promuovendo una risoluzione del Consiglio di Sicurezza dell’O.N.U. Tuttavia, la diplomazia internazionale deve fare i conti con la Cina, che nell’area geopolitica asiatica gioca il ruolo di primo attore e che, a sua volta, non è ancora aperta alla democrazia ed è oggetto di censure in materia di diritti umani. È del tutto consequenziale che la Repubblica Popolare Cinese si sia opposta, in seno al Consiglio di Sicurezza O.N.U., all’applicazione di sanzioni nei confronti del governo birmano. D’altronde, non deve dimenticarsi che per il governo cinese rimane sempre pendente la questione Tibet, che per l’aspetto della repressione religiosa presenta forti analogie con le vicende birmane (non "è un caso che i profughi tibetani in Italia e nel mondo abbiano solidarizzato con la causa dei monaci birmani).

C’è chi ha invitato i turisti a boicottare la Birmania per privare il governo locale di una preziosa fonte di approvvigionamento di valuta estera. Federico Rampini, l’inviato di “Repubblica” nell’Estremo Oriente ed autore di importanti reportage su quell’area del mondo, ha, però, sottolineato che in questo modo si finirebbe per isolare ancora di più la gente birmana, che ormai ha nei turisti stranieri l’unico veicolo per comunicare al resto del pianeta la condizione in cui versa.

Le sanzioni economiche sono un’arma a doppio taglio e lo si è già visto all’epoca dell’Iraq di Saddam Hussein: indeboliscono la posizione dei governi, ma al contempo affamano la popolazione civile.

Come in altre situazioni (dal Darfur a Timor Est), purtroppo, regna la sensazione che la comunità internazionale abbia mezzi poco efficaci per intervenire laddove si verifichino sistematiche violazioni dei diritti umani.

Eppure l’accresciuta sensibilità dell’opinione pubblica internazionale per la tematica umanitaria ha spinto il diritto internazionale ad evolversi nel senso di dare cittadinanza alle esigenze di tutela che l’oltraggio ai diritti fondamentali dell’uomo pone.

Gli studiosi del diritto internazionale hanno elaborato la teoria della "primazia dei diritti umani", che inizia a farsi strada come principio regolatore delle relazioni internazionali.

Il primato dei diritti umani ha come corollario il diritto di opporre, nei rapporti tra Stati, l’eccezione umanitaria, sì da giustificare non solo il ricorso a sanzioni economiche, ma anche l’interferenza nella sfera di sovranità del singolo Stato ove lo richieda la salvaguardia dei diritti umani.

La primazia dei diritti umani è alla base della istituzione di Tribunali Internazionali per la punizione di crimini contro l’umanità e della creazione di un diritto penale internazionale.

Il principio di ingerenza umanitaria ha consentito operazioni di "peace keeping" e ad esso si sono appellati gli Stati Uniti per l’intervento militare durante la guerra nel Kosovo.

Alla primazia dei diritti umani ha detto di voler ispirare il proprio mandato Bernard Kouchner, ministero degli Affari Esteri francese e tra i fondatori di Medici Senza Frontiere.

Il problema è che ancora il rispetto dei diritti umani non è la priorità assoluta nelle relazioni internazionali. La dimostrazione è data dal fatto che alcune situazioni locali si incancreniscono anziché essere debellate. Spesso ragioni di ordine economiche fanno passare in secondo piano la questione umanitaria: è il caso della Cina, partner commerciale troppo importante per calcare con insistenza l’accento sui ritardi in tema di tutela dei diritti di libertà.

L’unica strada percorribile è il rafforzamento delle Istituzioni internazionali, che in un’ottica sovranazionale siano in grado di assicurare il rispetto della legislazione umanitaria in ogni parte del mondo. Senza un’O.N.U. più autorevole, senza Tribunali Internazionali dotati di poteri effettivi, senza la creazione di una Polizia Internazionale, ma, soprattutto, senza una coscienza universalmente condivisa del primato dei diritti fondamentali, la tutela umanitaria rischia di essere affidata ad arnesi spuntati.

Ciò nonostante, anche adesso la comunità internazionale può fare molto per le vittime delle violazioni dei diritti umani, tenendo accesi i riflettori sulle situazioni locali intollerabili, adottando le sanzioni che il diritto internazionale prevede, svolgendo opera di "moral suasion" sui governi responsabili delle infrazioni, offrendo alle popolazioni l’aiuto delle organizzazioni non governative, sostenendo le battaglie pacifiche di chi, come la dolce Aung San Suu Kyi, ha deciso di non arrendersi.

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