Il cugino di Howard Beach


"Ho sempre davanti i volti di parenti e amici". Inquietudini e rimpianti nella vita dell’emigrante.


di Antonio Carollo pubblicato il 17 aprile 2007

Era passata una vita da quella partenza. Adesso la metropolitana correva in superficie. Le stazioni si susseguivano. Finalmente ad una stazioncina lessi Howard Beach. Scesi e telefonai a casa di Michele. Mi rispose Vera. Cadde dalle nuvole: non era quella la fermata giusta. Michele era uscito in macchina per rilevarmi, ma girava a vuoto. "Senti, Vera, adesso cercherò di arrangiarmi; vedrai che prima o poi sarò da voi; dici a Michele che smetta di cercarmi e che mi aspetti in casa, OK?” . “OK".

Guardai in giro. In un angolo della sala c’era un bancone su cui era appoggiata una ragazza di colore in divisa, un po’ cicciottella. Mi avvicinai, lei mi guardava sorridendo. "Can I help you ?" - Presi dal portafogli il fogliettino con l’indirizzo di Michele e glie lo mostrai."I’ve got it right!”- Non capii. Azzardai: "Is a taxi here ?" - "No taxi here, only trains.". Ma possibile? Sono a New York e non si trova un taxi? - Pensai.

La ragazza, sempre sorridendomi, stese sul banco una mappa della zona; mi segnò con una biro la mia destinazione e la stazione dove scendere. Mi disse che sulla via adiacente alla stazione avrei trovato subito un bus che mi avrebbe portato a destinazione. “Thank you very much, very kind." "Don’t mention it" - mi rispose. Salii sul primo treno e scesi alla stazione indicatami. La ferrovia era in sopraelevata. Scesi un bel po’ di scalini per arrivare sulla strada. Mi guardai intorno e vidi che proprio a pochi passi c’era un largo viale di scorrimento. Alla fermata degli autobus presi quello col numero segnatomi dalla ragazza. Pochi minuti e fui nelle vicinanze dell’indirizzo di Michele.

Era una zona residenziale, con vie larghe e alberate. Le ville erano distanziate l’una dall’altra, immerse nel verde, con bei prati sul davanti e la macchina parcheggiata sul vialetto di lato, davanti al garage. Dopo un centinaio di metri vidi in lontananza un uomo anzianotto, ma svelto e deciso, in pantaloncini bianchi e maglietta. Lo riconobbi: era Michele, con i capelli grigi e rare rughe intorno agli occhi e alla bocca. Ci abbracciammo; i nostri occhi si fecero lucidi. Era felice di vedermi. "Antonio, ma da dove sei venuto" - "Non me ne parlare, adesso sono qui e non se ne parla più”. Ci fermammo dinanzi ad una graziosa villetta con prato ed alberelli intorno. Entrammo; in sala, moquette, un gran televisore, salotto sontuoso, mobili in stile nel salone e nella sala da pranzo. Dalla cucina uscì Vera, una sessantenne asciutta e agile, con un bel sorriso. Mi abbracciò e mi fece sedere su un morbido divano beige. Si scusò e ritornò in cucina da dove proveniva un buon profumino.

Michele mi fece visitare la casa. Tutto era pulito e in ordine. Belle camere, bagni signorili. "Vieni ti faccio visitare il quartiere". - Propose Michele. Salimmo su una enorme Buhick del 1987, parcheggiata davanti casa. Visitammo due immensi centri commerciali, uno di articoli casalinghi, l’altro di alimentari. A parte la zona a ville il resto del quartiere non era un granché: strade e marciapiedi erano tenuti piuttosto male. Girammo un un bel po’ per le vie. Ai margini della strada, ad un certo punto, su una grande spianata un enorme mercato, con capannine, banchi e tanta gente. "Ti faccio vedere qualche mia proprietà" - disse Michele. Ci fermammo su una strada non proprio elegante, con file di case ad un piano. Entrammo in una di queste. "L’inquilino l’ha lasciata da poco". L’appartamento presentava ingresso, soggiorno, cucina, servizio; sopra due o tre camere, non ricordo bene, e bagno. A fianco uno spazioso giardino con qualche albero, fiori e ortaggi. Visitammo un altro appartamento a qualche centinaio di metri di distanza. "Ne possiedi molti di questi appartamenti?" - Gli chiesi. "Cinque case con quattro unità per ciascuna” mi rispose. "Ti faccio vedere la nostra Chiesa parrocchiale".

Di nuovo sul macchinone. Approdammo ad una grande piazza, ai margini di un bouleward. La Chiesa era graziosa, in stile tradizionale. A fianco del coro, in una grande stanza, Michele mi fece vedere una statua della Madonna, tipica delle nostre Chiese siciliane. Diedi uno sguardo alla base, c’era inciso sul marmo: Madonna del Soccorso di Caltavaduna. Al ritorno, sulla macchina mi parlò del suo lavoro. Sovrintendeva alle manutenzioni e alla sorveglianza di un palazzo di una grande company. Adesso era in pensione, ma lo avevano richiamato a lavorare con un contratto a termine. Guadagnava bene. Mi disse anche dei due figli maschi, entrambi sposati e con un ottimo lavoro. Il primo lavorava a Manhattan come impiegato in una company, mentre la moglie era alle dipendenze di una agenzia immobiliare. Il secondo, sposato da poco, gestiva una farmacia, dove lavorava anche la moglie.

Vera aveva apparecchiato nel giardino, dietro la villa. Era indaffarata intorno al barbecue. Arrostiva carne, salsiccia, spiedini. La tavola era apparecchiata sotto la veranda; più in là la piscina non grande e un orto. Dopo poco meno di mezz’ora arrivò il primogenito, Francesco, con la sua banda, la moglie Adriana e tre bambini vivacissimi, che, salutati i nonni e me, iniziarono una rumorosa sarabanda. I due sposi mi salutarono con un bel sorriso, ascoltarono con gentilezza le spiegazioni di Michele circa il legame di affinità che corre tra me e loro. Dopo di che, Leonardo si diresse al barbecue a dare man forte alla mamma. Adriana si sedette a tavola; era una donna vicina alla trentina, bionda, snella, molto viva; una donna in carriera. Nelle ore in cui siamo stati insieme ricevette una quindicina di telefonate nel cellulare. Il viso regolare, la pelle liscia e curata; i capelli biondi, un po’ ondulati incorniciavano un’espressione intelligente.

Il rumore di un motore che si spegneva annunciò l’arrivo dell’altro figlio, Matteo, e della moglie Any. Matteo un ragazzo fine, snello. Michele mi disse che capiva l’italiano ma non lo parlava. Credo di non aver scambiato con lui nemmeno una parola. Si sedette al suo posto, fece fuori tutti i piatti che sua madre gli metteva davanti; di tanto in tanto scambiava qualche frase con la moglie e con gli altri, sempre in inglese. Nel complesso mi diede l’impressione di un ragazzo tranquillo, educato, ammodo, poco espansivo, molto legato alla moglie, come poteva dedursi dalla luce che s’accendeva sul suo viso quando si rivolgeva a lei. Any era una donna piuttosto alta e in carne, senza essere grassa. L’espressione dolce, i capelli castani, corti, annodati dietro la nuca. Anch’essa neanche una parola di italiano. Delle due nuore era quella che si muoveva di più; diede una mano in cucina e nel servire a tavola. La conversazione era sbilenca. Io parlavo con Michele, l’unico con cui avevo confidenza; qualche parola la scambiavo con Francesco, che era alquanto loquace. Ad Adriana chiesi qualcosa, ma non capì; lei mi sorrise e chiese aiuto al marito, che pazientemente le tradusse le mie parole.

Con Vera, le rare volte che stava seduta accanto a me, potevo parlare agevolmente. Ma neanche con lei riuscivo a fare grandi discorsi. I bambini continuavano a imperversare in giardino, con veloci puntate a tavola per ingurgitare il cibo che porgeva loro la zia che li chiamava, li sgridava, li faceva mangiare. La mamma invece se ne curava poco, occupata spesso a telefonare. Il pranzo fu magnifico: lasagne, penne al sugo di pomodoro e carne, bistecche di manzo, arrosti vari, salsiccia, alla fine granchi marini, da cui ciascuno cercava di cavare la carne squisita; il tutto accompagnato da insalate, patatine, verdure cotte e vino generoso, frutta, dolce. Mangiai con gusto e appetito, ma presto dovetti arrendermi: le pietanze erano troppe. Dopo il pranzo le conversazioni continuarono, sempre con ritmo spezzato, per quella sfasatura che producevano i miei goffi tentativi di stabilire un minimo di comunicazione tra di noi, tentativi andati regolarmente a vuoto. Impressionante fu la performance mangereccia di Francesco: onorò con scrupoloso impegno ogni piatto, ma dopo un’ora che avevamo smesso era sempre a trafficare al barbecue intorno agli arrosti avanzati.

Io e Michele ci sedemmo su una panchina in mezzo ai fiori. I giovani rimasero a chiacchierare, mentre i bambini si rincorrevano e Vera sparecchiava e metteva ordine. Chiesi a Michele se si ricordava dei vecchi tempi di Caltavaduna. “Antonio, ho sempre davanti agli occhi i volti dei miei cari e dei vecchi amici. Vedi”, accennando ai figli, “loro sono felici, non pensano a niente; sono nati qua, questo è il loro mondo. Non è così per me. Io ho la vita divisa in due... C’è qualcosa che mi manca... Ma cosa vuoi farci. Caltavaduna ormai è il passato”, disse facendo come un disegno sul terreno con un rametto secco. All’imbrunire Francesco mi chiamò un taxi. Dopo un quarto d’ora il tassista era davanti casa. Salutai tutti con abbracci e baci. La traversata da Howard Beach a Manhattan, South Central Park, fu lunga. L’autista mi chiese se parlavo inglese. Risposi che ero italiano e che non sapevo l’inglese, dopo di che rimanemmo in silenzio per tutto il tragitto. Percorremmo centinaia di strade. Finalmente fummo alla 63^ Strada. Pagai, goodbye, e il taxi ripartì. Lo vidi svoltare per Columbus Circle. (4 e ultima)


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