Il Genocidio dei rom


Ricerca a cura di Marco Tomasone tratta da http://www.romacivica.net/amis/ric.asp?id=9


di Redazione Sherazade pubblicato il 17 dicembre 2006

Il Genocidio dei rom

tratto da http://www.romacivica.net/amis/ric.asp?id=9

L’olocausto è generalmente considerato un’esperienza esclusiva della comunità ebraica. Una convinzione rimasta per lungo tempo ben radicata nella memoria di molti a causa delle scarse informazioni legate all’analogo destino dei rom. Accusati, come gli ebrei, di invadere lo spazio vitale tedesco, i rom furono etichettati come il non plus ultra della regressione umana. Una credenza rafforzata da stereotipi centenari e da distorte considerazioni legate alle loro origini geografiche. La matrice indo-europea degli zingari si rivelò inaccettabile per i teorici dell’arianesimo che individuarono, proprio nella stessa area geografica, la culla della mitica stirpe di Ario. I rom, quindi, avevano la stessa origine geografica degli ariani. Per cancellare questo irriverente controsenso, il nazismo bollò i rom come "ariani decaduti" meritevoli di uno sterminio totale. In questo scenario venne perpetrato il Porajmos: l’olocausto dei rom che costò la vita a circa cinquecentomila zingari sterminati dal fanatismo e dalla folle sete di conoscenza di numerosi pseudo-scienziati del terzo reich.

Questa ricerca è stata curata da Marco Tomasone.

Saggio: Il genocidio nazista dei rom

Il concetto di genocidio Il termine "genocidio" viene ufficialmente varato dal giurista polacco Raphael Lemkin nel nono capitolo del suo libro "Axis Rule in occupied Europe", pubblicato nel 1944. Il capitolo, intitolato per l’appunto "Genocidio", cerca di far luce sui nuovi, drammatici, elementi che arricchiscono il vecchio concetto di distruzione. Il termine viene coniato con particolare riferimento alle pratiche militari della Germania nazista. Essendo stato ultimato nel 1944, il capitolo non presenta riferimenti alla tragica esperienza di Hiroshima e Nagasaki. L’omissione, oltre che per motivi cronologici, può essere motivata anche attraverso una chiarificazione del concetto di genocidio stesso. L’offensiva del 1945, così come del resto tutta la minaccia nucleare, andava interpretata in una prospettiva apocalittica di annientamento totale di ogni forma di vita, senza particolari distinzioni. Le bombe atomiche lanciate su Hiroshima e Nagasaki, infatti, non dovevano annientare la popolazione giapponese in quanto tale. Esse rispondevano ad una precisa idea di distruggere un semplice nemico di guerra. Nella loro indiscutibile gravità e drammaticità rappresentano, quindi, un crimine di guerra non raffrontabile ad azioni di genocidio. L’olocausto, invece, racchiude in sè tutte le caratteristiche del nuovo crimine che, secondo Lemkin, si configura come "un insieme di differenti azioni di persecuzione e distruzione" (LEMKIN, cit. in CHALK - JONASSOHN, 1990, pag. 8) compiute allo scopo di annientare un determinato gruppo nazionale, religioso o razziale. Nell’analisi di Lemkin, il concetto di genocidio, realizzabile persino in tempi di pace, non andava obbligatoriamente associato a manifestazioni di forza violente e liquidatorie. Questo si determinava anche attraverso attacchi non letali in grado di minare comunque la libertà e la sicurezza personale dei membri di ciascun gruppo. Un novero di azioni molto vasto che si proponeva l’obiettivo della "disintegrazione delle istituzioni politiche e sociali, della cultura, della lingua, dei sentimenti nazionali, della religione e della vita economica dei gruppi nazionali e la distruzione della sicurezza personale, della libertà, della salute, della dignità e persino delle vite degli individui che appartengono a tali gruppi" (LEMKIN, cit. in TERNON, 1997, pag. 13). Partendo da questa definizione Lemkin cerca, in uno studio pionieristico, di individuare una sorta di possibile tipologia degli atti di genocidio. In uno schema tracciato secondo un’ottica evoluzionistica vengono così individuati tre diversi tipi di genocidio. Lo scopo dei primi, equiparabili agli eccidi perpetrati durante la storia antica ed altomedioevale, era la totale o parziale distruzione di determinati gruppi nazionali. Stilare un elenco di simili avvenimenti sembra piuttosto difficile in quanto questa fase storica ricopre un arco temporale decisamente vasto. Appare tuttavia immediata l’associazione con le sanguinose guerre puniche tra Roma e Cartagine durante il III secolo a.C. e le molteplici battaglie che hanno successivamente accompagnato prima l’ascesa e poi il declino dello stesso Impero Romano. Ben più immediata è la contestualizzazione storica della seconda caratterizzazione, emersa nell’epoca moderna, riconducibile alla volontà da parte di un gruppo dominante di cancellare culture e soggiogare etnie. Un processo che, in molti casi, avviene attraverso strumenti di coercizione morale, senza particolari spargimenti di sangue. Il pensiero volge rapidamente alle persecuzioni religiose successive alla riforma luterana, ma soprattutto alla "civilizzazione" del nuovo mondo imposta dai conquistadores post-colombiani del XVI secolo. Un processo che, in molti casi, supererà gli strumenti di coercizione morale, per raggiungere quelli ben più infami della vera e propria tortura fisica. Il padre domenicano Bartolomè de Las Casas nella sua "Brevissima relazione sulla distruzione delle Indie Occidentali", fornirà il primo esempio di denuncia nei confronti di un deliberato atto di genocidio. La relazione presentata all’Imperatore e re di Spagna Carlo V nel 1542, descrive con dovizia di particolari, tutte le terribili violenze cui avventurieri spagnoli in cerca di fortuna, sottoponevano le indifese popolazioni indigene. Per giungere al terzo tipo di genocidio occorre effettuare un salto temporale lungo esattamente quattro secoli. L’ultimo elemento della tripartizione è il genocidio perpetrato secondo quello che lo stesso Lemkin definisce lo "stile nazista" (LEMKIN, cit. in CHALK - JONASSOHN, 1990, pag. 9). Un’esplosione criminale senza precedenti, capace di racchiudere in sé tutte le caratteristiche dei modelli precedenti e fonderle a nuove variabili di violenza, creando un tipo di genocidio assolutamente inedito. Ciò che colpisce maggiormente nella pionieristica definizione di genocidio di Raphael Lemkin è l’inedito riferimento al possibile danneggiamento del patrimonio socioculturale (oltre che fisico) di ciascun gruppo etnico. Ed è proprio attraverso quest’offensiva culturale che il genocidio si propone come una sorta di espansione di un altro concetto, di matrice francese, individuabile nell’etnocidio. Introdotto da Condominas nel 1965 in "L’exotique est quotidien" (cfr. MARTA, 1995, pag. 190) per designare la strategia americana nei confronti delle etnie delle montagne del Vietnam, l’etnocidio, può essere inteso come una sorta di "diretto prolungamento dell’etnocentrismo" (WILHELM, 1995, pag. 155). Di quel fenomeno storico-culturale, cioè, incentrato sulla credenza che la propria cultura sia essenzialmente superiore alle altre. Una convinzione spesso accompagnata da fastidiose comparizioni. In sostanza, l’etnocentrismo può rappresentare "la tendenza ad identificare le altre culture attraverso il filtro della propria unica presupposizione culturale" (Barfield, 1997, pag. 155). E’, chiaramente, una prospettiva marcatamente arrogante che si propone l’obiettivo di uniformare ad un unico schema culturale di riferimento tutti i diversi tratti culturali esistenti, negandone automaticamente il valore. Nel 1947 nel suo "Statement on human rights", Melville J. Herskovits, uno dei più accesi sostenitori del relativismo culturale, nemesi per antonomasia dell’etnocentrismo, mette chiaramente in evidenza le connessioni tra il pregiudizio etnocentrico e le politiche governative attuate per giustificare o legittimare atti di ostilità o di discriminazione nei confronti di particolari gruppi, minoranze o etnie. Riprendendo un pensiero che fu già di Franz Boas, Herskovits riconosce una sorta di "complicità antropologica" nell’elevare le conclusioni etnocentriche al rango di pura ideologia scientifica. Attraverso questa traslazione l’etnocentrismo dispiega tutte le sue potenzialità negative, combinando, in una miscela esplosiva, razzismo, scienza antropologica e politica. Emblematica, in tal senso fu, nel 1965, la pubblicizzazione del cosiddetto "Progetto Camelot" elaborato dal Dipartimento della difesa degli Stati Uniti in collaborazione con diverse équipe antropologiche, per individuare e reprimere i focolai di guerriglia nell’America Latina. Le responsabilità antropologiche nella diffusione di pratiche etnocide ed, in casi più estremi, genocide, andarono via via estinguendosi. Oggi "l’antropologia può fornire un valido contributo all’analisi di un fenomeno come il genocidio a patto che, pur in un ottica che privilegi l’analisi di realtà locali e marginali, sappia non rinunciare ad interpretare la complessità del mondo in cui queste realtà sono date e di cui, in definitiva, sono un prodotto" (MARTA, 1995, pp. 190 - 191). Sociologi, antropologi e filosofi si sono trovati così a discutere di totalitarismo, servitù volontaria, ideologia, liberalismo ma soprattutto di capitalismo, nel tentativo di documentare passo dopo passo i paradossi e le ambiguità originarie di questa "sottovalutazione dell’Altro" (WILHELM, 1995, pag. 152) espressa dall’etnocentrismo, ideale viatico all’etnocidio/genocidio. Prodotto della cultura occidentale, il capitalismo si rivela il risultato di specifiche scelte culturali che elevano il profitto e l’accumulazione al rango di obiettivi primari dell’intero sistema e che portano, di conseguenza, a considerare la differenza culturale come una sorta di negazione del modello dominante nonché come una sostanziale resistenza all’integrazione nel sistema. Tutto ciò si manifesta chiaramente nel quadro degli sforzi di modernizzazione nei quali certe culture sono presentate come "autentici ostacoli alla realizzazione dello sviluppo economico" (WILHELM, 1995, pag. 152). Partendo da questi presupposti il caso del genocidio è stato sistematicamente trattato nell’ambito di problematiche legate ai fenomeni di colonizzazione e decolonizzazione, nonché a conflittualità etnico-razziali con relativi riferimenti alle politiche espresse nei confronti delle minoranze. Il primo a superare questa rigida impostazione è stato Leo Kuper, probabilmente uno dei più profondi conoscitori della tematica genocidio. Con Kuper il concetto di genocidio subisce un ulteriore approfondimento in grado di colmare le già citate lacune presenti all’interno della convenzione delle Nazioni Unite. Per primo, infatti, ha elaborato una teoria organica del genocidio; una teoria, cioè, in grado di superare la classificazione precostituita riconducibile esclusivamente agli eccidi coloniali e nazisti. In tal modo si cerca di valutare con attenzione tutte le altre, svariate, forme di genocidio non menzionate nella convenzione. Pensare senza classificare, dunque, superando l’originaria impostazione di Lemkin e di numerosi altri sostenitori dell’imprescindibilità di una tipizzazione di genocidio. Un approccio mirante a sottolinearne la gravità e l’unicità nel panorama storico, del crimine di genocidio, ma che non fornisce una visione ampia del problema, ricco di sfaccettature sociali, politiche e persino psicologiche. Kuper, invece, allontanando ogni volgarizzazione o banalizzazione del concetto di genocidio, cerca di fornire una teoria onnicomprensiva, incentrata, sì, su di una ripartizione, ma ampia e ricca di connotazioni socio-politiche. La nuova tipologia "sui generis" di Kuper si rapporta sostanzialmente a due filoni principali: "i genocidi domestici sviluppatisi sulla base di divisioni interne senza una società, e genocidi sorti in conseguenza di conflitti internazionali." (KUEPER, cit. in CHALK - JONASSOHN, 1990, pag. 17). Ad interessare maggiormente Kuper saranno proprio i cosiddetti genocidi domestici o interni. Teatro principale di simili tragedie risultano le cosiddette "plural societies" ovvero "società la cui popolazione è composta da gruppi razziali, etnici e/o religiosi differenti con un passato di conflitti violenti e un presente di profonde divisioni" (KUPER 1985, pag. 127). Secondo Kuper, i genocidi interni vanno suddivisi in quattro differenti categorie comprendenti: genocidi contro gruppi indigeni, genocidi conseguenti politiche di decolonizzazione, originati da lotte per la conquista del potere oppure perpetrati ai danni di gruppi "ostaggio" in grado di fungere da "capro espiatorio". Ed è proprio in quest’ultima categoria che può collocarsi l’orribile tragedia dell’olocausto. Una drammatica esperienza che, se non altro, ha il triste merito di aver smosso le acque nel torbido abisso dell’indifferenza. Proprio in conseguenza dello sterminio nazista, infatti, venne promossa, in seno alle Nazioni Unite, la già citata convenzione del 1948. Un documento che oggi non può assolutamente essere preso in considerazione in un’ottica di "repressione e prevenzione del genocidio" così come recita l’intestazione del documento stesso. Il testo, esplicitamente prodotto da quel "terribile ricatto emotivo" (CORTESI, 1995, pag. 94) provocato dall’olocausto, necessita oggi di una maggior estensione su scala globale. Quelle che occorrono sono nuove proposte normative che considerino tutte le mille varianti del problema. Varianti terminologiche, ma anche concettuali. Genocidio, oggi non può voler dire solo olocausto. Genocidio è Rwanda, Amazzonia, Bosnia, Kossovo. Genocidio è violazione di diritti umani. E’ "Ecocidio", ovvero criminalità ambientale regolata da strategie capitaliste. Nessuna di queste eventualità deve essere trascurata. Sulla base di queste considerazioni, diverse iniziative si sono ripetute per accelerare i tempi verso la creazione di un valido corpus preventivo e repressivo nei confronti dei crimini di genocidio. Iniziando un lungo e tortuoso percorso, comitati politici, antropologi ed organizzazioni non governative (le cosiddette O.N.G.) sono riusciti a scardinare l’insopportabile muro di gomma eretto da numerose realtà occidentali, Stati Uniti in testa. Dai due protocolli aggiuntivi alla convenzione per la repressione del delitto di genocidio del 1948 si è così finalmente giunti all’istituzione di un Tribunale internazionale dei popoli a carattere permanente. Un tribunale sempre vigile che non venga istituito soltanto innanzi al fatto compiuto come nel tragico caso di Norimberga o in conseguenza degli eccidi nella ex-Jugoslavia. Un tribunale d’opinione, privo di effettiva valida efficacia, ma che conserva come obiettivo principale, "non solo i crimini contro l’umanità, ma anche la loro impunità" (FERRAJOLI, 1995, pag. 7).

Il concetto di “volkisch”

La commistione tra mito ed ideologia risulta di fondamentale importanza nella realizzazione di quel complesso di idee posto alla base l’intero Reich hitleriano. Un complesso di idee che vanterà subito un’interpretazione puramente "nazional-patriottica", un’interpretazione "völkisch", ovvero inerente al "Volk". In questo vocabolo teutonico è riscontrabile tutta l’essenza del romanticismo tedesco. La parola "popolo", corrispettivo italiano del termine, non esaurisce a pieno le mille sfaccettature del concetto di "Volk". Fin dagli albori del romanticismo germanico, questo termine veniva utilizzato per denotare quel vasto insieme di individui legati dai medesimi costumi, dalla stessa lingua e dallo stesso sangue. "Volk" denotava un insieme di persone legato da una essenza trascendente, di volta in volta definita natura, cosmo o mito, ma in ogni caso tutt’uno con la più segreta natura dell’uomo. Elemento fondamentale di questa armonia era il legame tra l’animo umano ed il suo ambiente naturale. Un rapporto non universale, ma circoscritto alle ridotte dimensioni dell’entità nazionale tedesca. Più che di natura, quindi, si parlava di paesaggio e nello specifico di paesaggio germanico, il solo, secondo i teorici del "Volk", a racchiudere in sé gli ideali di forza, purezza e libertà. Attraverso la contemplazione del paesaggio diventava possibile riavvicinarsi all’essenza spirituale dell’uomo, sottraendosi così ai valori imperanti del XIX secolo racchiusi nel crescente sviluppo tecnico ed industriale. Il pensiero "völkisch", in un’ottica sospesa tra mitologia e misticismo, esaltava l’uomo non come dominatore della natura, ma come elemento armonico della stessa. All’interno dello scenario ottocentesco, l’individuo, spinto da una sorta di nostalgia arcadica, veniva incoraggiato a ricercare e rivalutare le proprie radici. L’accezione del radicamento nella terra natia, simboleggiata spesso dall’albero che affonda le proprie radici nel suolo e che si protrae con la chioma verso l’alto, faceva da contrasto all’inurbamento o a ciò che generalmente veniva definito sradicamento. Lo sradicamento era, per l’ideologia "Volk", un potente criterio di esclusione e discriminazione. Ogni straniero raccoglieva l’etichetta di sradicato in quanto privo di radici. Una mancanza che stigmatizzava l’individuo come privo di forza vitale e di un’anima ben funzionante; una carenza che equivaleva ad una condanna totale dell’individuo. Oltre alle restrizioni imposte dal paesaggio, altre limitazioni intervenivano a circoscrivere l’ambito del "Volk". Tra queste quelle della storicità "völkisch". Le avvincenti imprese medioevali rappresentavano un patrimonio da valorizzare e ricordare. La loro esaltazione forniva all’individuo un ulteriore nesso con cui compenetrarsi nel paesaggio e nel "Volk" stesso. Gli ideali guerreschi di vittoria e lotte, di libertà e conquista, di indipendenza ed autonomia, rendevano l’appartenenza all’ambiente teutonico ancora più forte. Principale ispiratore di questa interpretazione politica del "Volk", saranno gli scritti di Wilhelm Heinrich Riehl e, successivamente, le opere dei vari Meyer, Löns, e von Polenz.

Cesare Lombroso e gli zingari

Il positivismo con il suo continuo richiamo al positivo, inteso come dato dell’esperienza e del fatto concreto, può essere interpretato più che come una corrente filosofica, come un nuovo metodo, una nuova mentalità, incentrata sulla fede incondizionata nel progresso scientifico. Nata ufficialmente in Francia a partire del terzo decennio del XIX secolo, in particolare con le riflessioni di August Comte, la mentalità positivista influenzò notevolmente la cultura ed il pensiero scientifico di tutta Europa. Con esso l’umanità ed il suo progresso assunsero una rilevanza centrale, elevando le scienze naturali a strumenti prioritari di conoscenza della realtà. Spinto, in particolar modo in Francia, ad estreme conseguenze, sfociò in una sorta di religiosità laica incentrata sulla figura dell’uomo e della società. In un tale contesto, l’analisi antropologica, una delle scienze maggiormente investite dalla corrente positivista, potenziò il proprio interesse nei confronti di quelle scienze sociali tenute, fino ad allora, ai margini. Di particolare interesse fu lo sviluppo dell’analisi criminologica. La storia del delitto e, in genere, quella del comportamento deviante ed antisociale risale però alle fasi primordiali della vita umana consociata e particolarmente a quelle che segnarono il passaggio dalla vita individuale all’organizzazione della vita di gruppo nel neonato stato - nazione. In questo periodo, il disadattato appariva già come l’elemento disgregante di maggior pericolo per lo sviluppo sociale. In quanto tale doveva essere quindi emarginato e combattuto. La sua presunta scarsa o inesistente capacità di apprendimento ed educabilità, lo avvicinava, nei primi studi scientifici votati all’analisi criminologica, allo stadio evolutivo più vicino ai mammiferi inferiori, nonché a quello dei selvaggi. Il consolidamento di una simile impostazione in chiave scientifica si deve all’operato di Cesare Lombroso. Membro della Società italiana di Antropologia (dalla quale fu radiato nel 1882) Lombroso s’impegnerà in una lunga serie di studi finalizzati a gettare una nuova luce nel campo degli studi sul delitto e sulla delinquenza. Per impostare questo discorso, l’antropologo veronese fece ampio ricorso alle teorie frenologice di Gall, ma anche al concetto di deviazione elaborato da August Morel nel 1857, secondo cui "le degenerazioni sono deviazioni dal normale tipo umano che si trasmettono attraverso l’ereditarietà e portano progressivamente alla distruzione di una razza." (ACKERNECHT, cit. in NARCISO, 1990, pag. 154). Nell’opera fondamentale "L’uomo delinquente" del 1876, Lombroso sottolinea l’esigenza di considerare l’azione criminale non come un’entità giuridica astratta, bensì come una manifestazione reale ed umana di un determinato individuo. L’esigenza di studiare il delitto in rapporto alla personalità del suo autore, valutata ed approfondita con i metodi forniti dalla scienza, deve essere pertanto coniugata con un trattamento correttivo del delinquente stesso, espresso in relazione al danno che il crimine provoca nella società, ma anche, e soprattutto, in funzione della personalità del reo. L’impostazione di una nuova azione, non punitiva, ma di "difesa sociale", indirizzata alla prevenzione delle manifestazioni criminali ed alla riabilitazione dei delinquenti, passava così attraverso un approfondimento psicologico della personalità del criminale. Nasceva così l’antropologia criminale, intesa come "quella parte della medicina che studia l’uomo delinquente e in tale studio include non solo l’indagine sull’aspetto fisico, ma anche l’indagine sull’aspetto fisiologico, psicologico e psichiatrico delle personalità" (LOMBROSO, 1878, pag. 12). Il delinquente, dal punto di vista antropologico, appare come un individuo vittima di un atavismo e di una degenerazione considerati elementi fondamentali nella determinazione della natura criminale. Atavismo e degenerazione che, secondo Lombroso, venivano rivelati da caratteristiche fisiche particolari come le grandi mandibole, i canini pronunciati, incisivi mediani ipersviluppati con relativa mancanza di quelli laterali, da denti in soprannumero o in doppia fila, da zigomi sporgenti, da arcate sopraccigliari prominenti, dall’apertura delle braccia maggiore della statura, dal piede prensile, da irregolarità craniche e scheletriche, oltre che da una minore sensibilità al dolore ed una maggiore capacità visiva. Confermando il suo piglio scientifico e classificatorio Lombroso differenzia il delinquente nato dal delinquente epilettico, oltre che dal pazzo morale e dal delinquente alienato. Categorie antropologiche che presentano come caratteristica comune il medesimo obiettivo: il perseguimento del delitto. Cause esterne del delitto sono le condizioni sociali, le influenze climatiche, dietetiche, la miseria e l’assenza di un’adeguata educazione morale e sociale. Cause interne, invece, possono essere variabili di tipo fisico come l’alcoolismo, le lesioni cerebrali e le malattie, o di ordine psichico come le anomalie che determinano i caratteri degenerativi. L’evoluzione del pensiero lombrosiano ha poi assunto, negli anni di maggior sviluppo della scienza della razza, un’improvvisa deviazione verso un’inedita commistione della "questione criminale" con problematiche di chiaro stampo razziale. In tal senso si muovevano le teorizzazioni relative all’esistenza di intere razze "dedite più o meno al delitto" (LOMBROSO, 1878, pag. 46). Già ne "L’uomo delinquente", il padre dell’antropologia criminale, sorretto dalle conclusioni frenologiche ed antropometriche, presentava delle conclusioni razziste relative all’etnia zingara. Ritenuti elementi di una razza deviata, gli zingari presentavano del delinquente "tutti i vizi e le passioni: l’oziosità, l’ignavia, l’amore per l’orgia, l’ira impetuosa, la ferocia e la vanità. Essi infatti assassinano facilmente a scopo di lucro. Le loro donne sono più abili nel furto e vi addestrano i loro bambini" (LOMBROSO, 1878, pag. 114). Secondo Lombroso questi "delinquenti antropologici" non delinquevano per un atto cosciente e libero di volontà, ma perché "hanno tendenze malvagie che ripetono la loro origine da una organizzazione fisica, psicologica diversa da quella dell’uomo normale" (LOMBROSO, 1911, pag. XV). Una naturale propensione al crimine che finì con il giustificare azioni di "prevenzione" da parte di tutti gli stati interessati dal problema zingaro. Lo stesso Lombroso porrà il proprio benestare a misure preventive quali la detenzione a vita, la deportazione, i lavori forzati e la pena di morte, per ostacolare la riproduzione di questa "gente nata criminale" (LOMBROSO cit. in FRIEDLANDER, 1997, pag. 6). Con queste affermazioni, Lombroso costruisce un terribile sistema teorico in grado di giustificare ed incoraggiare ogni atteggiamento violento verso i presunti criminali, nella fattispecie zingari. La commistione delineata tra scienza antropologica e razzismo, raccoglierà notevoli consensi in tutta Europa. I maggiori attestati di stima proverranno, ovviamente, dal suo paese natio. In un’Italia profondamente calata nell’ideale positivista, la criminologia, come l’etnologia, l’antropologia e la psicologia, godeva di uno straordinario successo dovuto alla centralità degli oggetti dell’indagine. Lombroso, che così perfettamente incarnava l’interdisciplinarietà tra criminologia, scienza medica e giurisprudenza, rappresentò ben presto il baluardo di una società borghese votata alla tutela dell’ordine ed alla lotta contro la diversità, sinonimo di caos ed instabilità. Dopo il lungo periodo positivista, tuttavia, una parte dell’antropologia italiana, muterà il proprio orientamento varando un nuovo approccio teorico che la svincolava dalle vicende evolutive ed etnico-razziali dei popoli per connetterla, invece, "ad una visione spaziale ed areale dei fenomeni culturali e all’influenza dei vari habitat naturali." (AA.VV., 1985, pp. 146 - 147). In pratica si assisteva, attraverso un progressivo abbandono della prospettiva evoluzionista, al graduale avvicinamento verso i dettami del razzismo fisico-biologico. Un razzismo che, imbevuto di contenuti ideologici, fornirà una solida base allo sviluppo di una determinata antropologia fascista. Come osserva Moriani, "il fascismo nacque con il virus del razzismo in corpo" (Moriani, 1999, pag. 106) tanto da far proclamare a Benito Mussolini, nel novembre del 1921, in occasione di un congresso del Partito Nazionale Fascista, che "i fascisti devono preoccuparsi della salute della razza con la quale si fa la storia" (Mussolini cit. in. MORIANI, 1999, pag. 106). Tuttavia nei primi quindici anni di dittatura fascista non vi fu alcun provvedimento contro ebrei o zingari. Nel 1938, però, dopo aver consolidato l’asse Roma-Berlino, Mussolini varerà un corpus di leggi razziali antisemite per intervenire contro gli ebrei stranieri rifugiati nel paese e per limitare ufficialmente il ruolo della comunità ebraica nella vita pubblica italiana. Un provvedimento fortemente intriso di contenuti ideologici utilizzabili dal regime per scopi prevalentemente politici, ma anche culturali e propagandistici. Dalla loro manipolazione, infatti, bisognava stabilire la superiorità della razza italica, nonché la "vocazione" al predominio su tutte le altre popolazioni mediterranee.

Le origini del popolo senza patria

Punto di partenza in uno studio sulle origini del popolo zingaro può essere un insieme di considerazioni di carattere linguistico. Osservando la derivazione sanscrita della lingua zingara, si evince l’origine indiana di questa minoranza. Le prime ondate migratorie, infatti, provengono dalla valle dell’Indo in direzione persiana e risalgono al periodo compreso tra il VIII e l’XI secolo. I motivi di questo esodo sono tuttora sconosciuti, ma è probabile, tuttavia, che alla base della mobilitazione vi furono eventi bellici o motivi economici. Dal XIV al XV secolo le migrazioni interessano il continente europeo. I primi insediamenti si registrano nel Mediterraneo orientale, con nuclei particolari in Grecia, a Creta ed in Serbia. Nella seconda metà del XIV secolo si verificano ulteriori dispersioni. Dopo essere penetrati in Valacchia ed in Boemia gli zingari si diffondono in tutta l’Europa centrale. Nel 1417, dopo aver seguito il corso dei fiumi Elba e Reno, grossi contingenti di zingari lasciano l’Ungheria ed entrano in Germania. La permanenza per molti sarà brevissima. Tra il 1420 ed il 1425 giungeranno prima in Francia ed in Belgio, poi in Italia e Spagna. Soltanto verso la fine del XV secolo, le comunità zingare si dirigono verso il nord Europa. Una diffusione completata, nel XVI secolo, dalle penetrazioni in Scandinavia e Russia. E’ un secolo di fermento ed innovazione, in cui le grandi scoperte geografiche giocano un ruolo determinante nello scacchiere politico del vecchio continente. Gli zingari, nuovo e spinoso problema per le principali potenze europee, diventano oggetto di frequenti deportazioni nelle terre d’oltremare. La Spagna utilizza canali legati all’America latina ed alle Antille; il Portogallo invia i suoi zingari in Brasile, mentre la Gran Bretagna li deporta principalmente in America settentrionale, in Australia, nonché in Giamaica e nelle Barbados. Nonostante l’eccessiva dispersione e la continua disgregazione di vincoli parentali, linguistici e sociali, la comunità zingara è riuscita a conservare nel tempo una propria unità ed una propria identità che prescinde dai confini geografici. Una coesione che eleva la comunità zingara a popolo senza territorio proprio ma con caratteri culturali comuni che la qualificano come minoranza transnazionale. Una minoranza particolare la cui atipicità ed unicità risulta immediatamente riscontrabile anche dal problema legato alla sua corretta denominazione. Nel corso dei secoli, nomi curiosi, esotici ed ironici si sono susseguiti senza mai saper indicare correttamente la vera identità di questo popolo. In Italia il nome più diffuso ancora oggi è zingaro. L’origine di questo eteronomo è piuttosto incerta. Alcuni la rapportano direttamente alla città di Singara, in Mesopotamia, presunto luogo di provenienza di molte carovane zingare. Altri, invece, collegano il termine all’evoluzione della parola greca "atsinganos". Gli "Atsingani", gli intoccabili, erano adepti di un’antica setta eretica dell’Asia Minore, convinta dell’impurità di ogni contatto con gli estranei. Benché risulti poco chiaro il collegamento con tale setta, questa denominazione si è rapidamente diffusa in tutto il vecchio continente. In Francia si parla cosi di "tsiganes", in Germania di "Zigeuner", mentre in Svezia il termine più usato è "Zigenare". In altre realtà europee a prevalere è una diversa teoria etimologica che considera gli zingari come originari dell’Egitto. Ed è proprio "egiziano" il termine da dove derivano parole come "Gypsies" in inglese o "gitanos" in spagnolo. Ma l’approssimazione e l’incertezza insita in tali eteronomi ha avviato un lungo dibattito sull’individuazione di un nome politicamente corretto che non offendesse la comunità zingara. L’orientamento comune è così caduto sulla parola "rom". I "rom", con i "sinti" ed i "kalé", costituiscono il gruppo etnico più numeroso ed antico nel variegato e complesso panorama zingaro. "Rom", non vuol dire altro che "uomo", è un termine di origine indiana, ben accetto, per la sua natura non offensiva, dalla stessa comunità zingara.

Gli zingari in Francia

La Francia ancor prima di patire l’invasione tedesca, rappresenta, nell’Europa del XX secolo, l’autentica iniziatrice di politiche sistematiche di persecuzione nei confronti della minoranza zingara. Un triste primato documentato da un provvedimento datato 16 luglio 1912 con il quale il governo transalpino, guidato dal repubblicano Raymond Poincarè, prescrisse per tutti i rom del territorio, l’obbligo tassativo di possedere il cosiddetto certificato antropometrico, da esibire come prova dell’effettiva "ziganità" del soggetto. Nella scheda, oltre ai dati anagrafici, venivano riportati, secondo gli imperanti dettami antropometrici, tutte le misure del corpo e del cranio con relative impronte digitali. Poco tempo prima dell’invasione tedesca, il capo dell’ormai precario governo francese Paul Reynaud, non esitò a varare il 6 aprile 1940, un nuovo decreto anti-zingaro nel quale si vietava a tutti i rom della nazione di circolare sul territorio metropolitano per tutta la durata della guerra. All’articolo 2 dello stesso, si prescriveva l’obbligo per tutti i nomadi di presentarsi alla più vicina brigata di gendarmeria per ottenere la loro nuova destinazione in un fantomatico programma di deportazione gitana. Secondo il governo francese per arginare la piaga zingara era, per citare le parole apparse in un articolo del "Journal Officiel" dello stesso 6 aprile 1940, assolutamente indispensabile "vietare il movimento dei nomadi e costringerli a stabilirsi in fissa dimora sotto il controllo della polizia urbana e rurale" (KENRICK - PUXON, 1975, pag. 115). Alla fine di agosto i campi operativi erano ben ventisei nella sud del paese e sedici a nord. Queste autentiche "anticamere francesi ad Auschwitz" (KARPATI, 1993, pag. 56) si moltiplicheranno fino a superare le cento unità. Altri campi sorsero rapidamente a Montreuil - Bellay, dove furono deportati più di mille zingari, ed a Poitiers dove furono ammassati oltre 450 rom. Con l’inizio della "Blitzkrieg", l’invasione tedesca, e la successiva instaurazione del governo di Vichy, la situazione precipitò vorticosamente. La ferocia con cui i tedeschi s’insediarono nella regione dell’Alsazia - Lorena generò una forte ondata di panico per tutti gli zingari d’oltralpe. L’amministrazione nazista in Alsazia, infatti, aveva prontamente avviato un programma di liberazione dell’Alsazia dagli zingari, nella cui circolare programmatica si leggeva: "si intende espellere gli zingari, i quali dovranno essere internati nel campo sorvegliato di Schirmeck. Nel corso dell’operazione gli zingari dovranno essere tenuti separati dagli asociali e dai delinquenti comuni. I nomadi non gitani dovranno essere schedati come zingari" (KENRICK - PUXON, 1975, pag. 115). Lo "smaltimento" nazista dei rom iniziò in Alsazia nel dicembre del 1940, subito prima del Natale. Molti zingari, inoltre, non rispettando i dettami del decreto del 1912, si ritrovarono ben presto senza documenti d’identità, generando così un facile pretesto per le autorità naziste, per poter procedere a brutali arresti, anticamera della deportazione nei campi di concentramento. Analoga fu la situazione nella regione della Lorena. Qui, però, la persecuzione zingara, per volere dell’Ufficio di polizia criminale di Berlino, non avrebbe dovuto generare alcun flusso di deportati verso i territori tedeschi. In pratica, gli arrestati della Lorena sarebbero stati confinati e successivamente liquidati nello stesso territorio francese. La drammaticità degli eventi in Alsazia e Lorena, generò un autentico flusso migratorio di migliaia di rom impauriti verso le altre regioni della Francia. Una mossa che non sortirà nessun effetto in quanto, dopo il consolidamento del governo di Vichy, l’intero territorio francese si trasformò in un coacervo di campi di concentramento nazisti, sotto la supervisione di Xavier Vallat, ministro per la questione ebraica. La Francia fu sicuramente una delle nazioni ad ospitare il maggior numero di campi destinati prevalentemente a rom. I più estesi, oltre ai già citati Montreuil-Bellay e Poitiers, furono costruiti rispettivamente a Rennes ed a Compèigne. Nelle zone di Pithiviers e Saint-Fargeau, inoltre, furono allestiti campi, unico caso in tutta Europa, destinati esclusivamente a bambini zingari. In linea di massima non si trattava di campi di sterminio. Gli zingari venivano sfruttati come un valido canale di manodopera per le aziende agricole ed industriali del territorio. Tuttavia le pessime condizioni di vita, l’infima qualità e del cibo e degli alloggi, nonché gli estenuanti ritmi di lavoro, portarono il tasso di mortalità di questi campi molto vicino a quelli dei famigerati lager della morte.

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TEMI

Le origini del popolo senza patria

Con il dilagare dell’ideale positivista, le scienze naturali vennero considerate strumenti prioritari di conoscenza della realtà, rappresentando l’unico vero criterio di studio e di comprensione della società. In piena ottica deterministica, le diverse discipline andavano sottoposte ad un processo di unificazione nella previsione di un sapere omogeneo teso verso un unico obiettivo: l’affermazione dell’ideologia del progresso e dell’ordine. Il canale preferenziale di un simile orientamento era rappresentato dall’indagine sull’uomo fornita dal sapere antropologico. Partendo dalle interpretazioni del pensiero di Cesare Lombroso, Paolo Mantegazza e Giuseppe Sergi, l’antropologia positivista italiana di fine ottocento assunse progressivamente marcati connotati razzisti. Il mito del "buon selvaggio", quintessenza della simbiosi tra uomo e leggi della natura, venne rimpiazzato da una visione distorta e criminalizzata del "primitivo". Per l’antropologia positivista italiana ciò che rendeva simile il selvaggio al criminale era la sua presunta o scarsa capacità di apprendimento o educabilità. Le due figure coincidevano in un contesto che tendeva sempre più a temere e rifiutare ogni elemento ritenuto socialmente deviante. In una simile ottica, la perfetta incarnazione di questo nuovo logotipo selvaggio e criminale fu individuato nello zingaro. Per ovviare al propagarsi di quelli che Lombroso definiva "delinquenti antropologici" (LOMBROSO, 1878, pag. 46) si ipotizzarono una lunga serie di provvedimenti. Generalmente gli zingari venivano "monitorati" dalle questure municipali e, in caso di disordini, catturati ed espulsi dal regno. Dopo il lungo periodo positivista, l’antropologia italiana e, nello specifico, la "ziganologia", cadono nel più profondo degli oblii. Gli ultimi baluardi di uno studio ormai estinto e prossimo ad una radicale trasformazione possono essere individuati in Adriano Colocci ed Alfredo Capobianco. Il contributo fornito dal marchese marchigiano Adriano Colocci (1855 - 1941) si rivela preziosissimo soprattutto per quanto riguarda il discorso relativo alla ziganologia. Lo studioso entra per la prima volta a contatto con l’etnia zingara nel 1885, quando viene inviato nei Balcani in qualità di rappresentante del Ministero degli esteri. Affascinato da questa etnia detentrice di un posto a sé nella grande famiglia umana, Colocci raccoglierà tutte le sue considerazioni sulla comunità gitana nella pubblicazione dal titolo "Gli zingari. Storia di un popolo errante", del 1889. Il saggio raccolse numerosi consensi ed ebbe il grande merito di ridestare l’interesse per una scienza, la ziganologia, ormai chiaramente in declino. Ormai consolidato protagonista dell’intera scena antropologica europea, Colocci partecipa, nel 1902 e nel 1904, ai due più importanti congressi di etnologia ed antropologia del Vecchio Continente, rispettivamente a Parigi ed a Ginevra. Nel 1905 esce il suo "L’origine des Bohemeins", mentre nel 1911, dopo essere stato nominato nel 1910 presidente della "Gypsy Lore Society", una delle più importanti istituzione mondiale dedicata allo studio degli zingari, si erge a ruolo di massimo protagonista del "Primo Congresso di Etnografia Italiana". Con un lungo intervento intitolato "Sullo studio della ziganologia in Italia", Colocci, primo italiano a sostenere con vigore l’importanza della ricerca sul campo, cercò di tracciare un bilancio di quella che era stata la ziganologia prima del 1889 e, una volta appurata l’assoluta insufficienza di tale fase dello studio, tentò di delinearne nuove direttive e problematiche. La ziganologia andava, dunque, riformata attraverso il ricorso a tre differenti criteri di ricerca, incentrati rispettivamente sullo studio dell’erudizione, della lingua e dell’etnografia (cfr. COLOCCI, 1912, pag. 157). Attraverso questi criteri di studio, ed in particolar modo con l’analisi dell’erudizione, sarebbe stato possibile colmare il vuoto ed il silenzio che accompagnava lo studio degli zingari dal XV al XIX secolo costituendo una sorta di "scienza degli zingari". L’ente più adatto per soddisfare una simile richiesta era, all’epoca, la "Società di Etnografia Italiana", ma, come lo stesso Colocci poté intuire, i tempi non erano maturi e la proposta cadde nel vuoto più assoluto. Un discorso diverso riguarda, invece, la posizione del napoletano Alfredo Capobianco. Giudice di tribunale a cavallo tra l’800 ed i primi del ’900, Capobianco svolge la sua attività giuridica tra Campania, Puglia e Basilicata, prendendo parte a numerosi processi che avevano come imputati degli zingari. Il saggio che scaturì da tali esperienze fu "Il problema di una gente vagabonda in lotta con le leggi", datato 1914,. L’opera affronta il problema dell’ordine, del rigore e della normalità, indegnamente turbate dall’intera comunità zingara. Capobianco è convinto che gli zingari costituiscano uno dei temi più interessanti, specialmente sotto l’aspetto giuridico (CAPOBIANCO, 1914, pag. 11). La parte iniziale del saggio, tuttavia, non è giuridica, bensì di carattere etnologico. Qui l’autore cerca di fornire al lettore una descrizione, sommaria e superficiale, degli usi, dei costumi e soprattutto della morale zingara. L’elemento messo in maggior risalto è, senza dubbio, la particolarità del nomadismo. Un modus vivendi definito da Capobianco come un "camping organizzato etnicamente" (ID., pag. 18) foriero di precarietà e caos. In fondo alla rassegna vengono affrontati anche i temi relativi alla presunta immoralità ed irreligiosità degli zingari. La pianificazione di un intervento tempestivo contro il dilagare del "crimine zingaresco" diventa l’obiettivo primario del giudice napoletano. Nel già citato saggio "Il problema di una gente vagabonda in lotta con le leggi", Capobianco stilerà una serie di accorgimenti, dalle schedature giudiziarie ai certificati antropometrici di francese memoria, fino a mezzi di espulsione e reclusione, per meglio contenere l’avanzata zingara. A segnare in maniera definitiva il distacco dell’antropologia italiana dagli ideali positivisti, si pone come ideale spartiacque il "Primo Congresso di Etnografia Italiana" del 1911. In questa occasione, uno degli organizzatori, Aldobrandino Mochi, aveva contrapposto alla teoria positivista "un approccio storico-geografico che, pur mantenendo la prospettiva diacronica, la veniva svincolando dalle vicende evolutive ed etnico-razziali dei popoli per connetterla, invece, ad una visione spaziale ed areale dei fenomeni culturali e all’influenza dei vari habitat naturali" (AA. VV., 1985, pp. 146 - 147). Forte di questa reimpostazione teorica, l’antropologia italiana entra nell’era fascista. La tendenza fascista a voler stabilire la superiorità della "razza italica", nonché la sua vocazione al predominio sulle altre popolazioni mediterranee, porterà l’antropologia ad un ruolo di primaria importanza nel quadro scientifico del regime. Un ruolo che subirà, nel 1938, un’ulteriore modifica. Riconoscendo ufficialmente "la teoria razzista", il fascismo utilizzerà l’antropologia con lo scopo di sancire la purezza e la superiorità della razza italiana. I contenuti di questa nuova tendenza saranno minuziosamente elencati nel "Manifesto degli scienziati razzisti" del 1938. Tra i suoi autori merita una citazione particolare Guido Landra. Già direttore dell’ "Ufficio Razza" al Ministero della cultura popolare, Landra si rivelerà uno dei personaggi più in vista nella lotta alla "piaga zingara". Arma principale della sua crociata razzista diventa la collaborazione con la rivista quindicinale "La Difesa della Razza", periodico definito ufficialmente come organo di studi antropologici, storici e scientifici, ma che in realtà si afferma come punto di raccolta dei più biechi stereotipi razzisti dell’epoca. Tra i suoi tanti articoli merita una citazione particolare lo scritto dal titolo "il problema dei meticci in Europa". Il lavoro si richiama ad altri due articoli pubblicati sulla stessa rivista nel 1939 rispettivamente da Mario De’ Bagni e Vincenzo De Agazio. Nell’articolo di De’ Bagni, intitolato "Gli Zingari. Vita pittoresca di un popolo nomade", gli zingari vengono descritti in modo pittoresco, in un lungo percorso storico usato per sottolineare tutte le caratteristiche di precarietà che da sempre, secondo l’autore, accompagnano l’etnia rom. Vincenzo De Agazio non si discosterà molto dal lavoro di De’ Bagni. Nel suo articolo intitolato "Gli ultimi nomadi", si cerca di far luce sulle origini degli zingari, evidenziando la loro natura votata al caos ed al disordine. Partendo da questi articoli, Landra fornirà al dibattito sugli zingari una nuova incisività. Nell’articolo dal titolo "Il problema dei meticci in Europa", del 1940, Landra affronterà il "pericolo" derivante dall’incrocio della razza italica con gli zingari (LANDRA G. - GEMELLI A. - BANISSONI F., 1940, pag. 13). Ponendo in secondo piano la minoranza ebraica, l’antropologo fascista si concentra, quasi esclusivamente, sull’etnia zingara, una razza, a suo dire, "tanto più pericolosa in quanto difficilmente distinguibile dagli europei" (ID., pag. 14). Sottolineando tutta la carica asociale e perversa degli zingari, Landra auspica per la nazione italiana una presa di posizione simile a quella tedesca, votata, cioè, all’adozione di "seri provvedimenti" contro quelli che egli stesso definirà "eterni randagi, privi in modo assoluto di senso morale" (Ibidem). Nel continuo tentativo di stigmatizzare i sistemi di vita altrui, l’antropologia fascista elaborò, attraverso una ingarbugliata commistione tra contenuti folklorici ed etnologici, un concetto di razza piuttosto fumoso e contraddittorio. Il concetto di razza al quale si pervenne fu quello di "razza storica". Un risultato dello sviluppo graduale di concetti già impliciti nelle premesse e nelle posizioni ideali del nazionalismo fascista, che riuniva in sé tutti i significati storici, filosofici ed ideali dei termini "nazione", "stato" e per l’appunto, "razza" nella sua accezione scientifica. Il concetto che, comunque, conservò sempre una certa distanza da quei fondamenti dell’arianesimo nazista cui, peraltro, si ispirava, portava avanti un’idea di "razzismo totalitario" (SANTARELLI, 1941, pag. 27), tendente al "potenziamento spirituale e fisico, cioè al potenziamento della stirpe" (Ibidem). Per perseguire un simile obiettivo, il regime preferì una condotta votata, essenzialmente, all’irrobustimento ed alla sanità della stirpe italiana, più che allo sterminio di razze straniere. Come in Germania, i primi provvedimenti nei confronti delle minoranze zingare, non presentavano, dunque, alcuna connotazione razziale. Per il regime fascista, infatti, gli zingari venivano esclusivamente considerati come semplici "asociali e criminali incalliti" (MASSERINI, 1990, pag. 62). I provvedimenti si inserivano in un’ottica di salvaguardia dell’ordine pubblico. In tal senso si colloca la circolare dell’8 agosto 1926 per sottolineare la necessità di "epurare il territorio nazionale della presenza di carovane di zingari, di cui è superfluo ricordare la pericolosità nei riguardi della sicurezza e dell’igiene pubblica per le caratteristiche abituali di vita: il vagabondaggio e l’oziosità, che fomentano e agevolano l’accattonaggio e la perpetrazione di vari reati" (Arlati, 1997 b, pag. 34). Il provvedimento ordinava agli uffici di frontiera di colpire nel suo fulcro l’organismo zingaresco, respingendo le carovane con il corredo di animali, carri e masserizie, ammettendo al transito solo quelle munite dei documenti di viaggio in modo da garantire un numero contenuto di viaggi. Siamo in una fase di transizione in cui la minoranza zingara viene sostanzialmente ignorata dallo Stato italiano. Basti pensare che alla voce "razza" del "Dizionario di politica" curato da Costamagna per il Partito Nazionale Fascista nel 1940, le uniche volte in cui gli zingari sono menzionati è in relazione alle leggi di Norimberga del 1935 ed ai paragrafi 352, 353 e 354, in merito ai provvedimenti del Reich del 1936. Tuttavia, con il progressivo consolidamento dell’ASSE, e la relativa convergenza tra nazismo e fascismo, la situazione per i rom iniziò a degenerare. Con una circolare datata 8 giugno 1938, il Ministero dell’Interno aveva disposto l’istituzione di campi di concentramento ed internamento destinati a persone ritenute capaci di turbare l’ordine pubblico commettendo sabotaggi ed attentati, nonché per persone italiane e straniere segnalate dai centri di spionaggio. (cfr. KARPATI, 1993, pag. 61). Cominciarono le retate su vasta scala e le conseguenti deportazioni di interi nuclei familiari rom. Nella maggior parte dei casi gli zingari arrestati venivano internati nei campi meridionali d’Abruzzo, Calabria e Sardegna. L’ingresso dell’Italia nella seconda guerra mondiale e l’allineamento del fascismo con il nazismo segnerà il definitivo inasprimento delle misure di controllo e repressione. Anche in Italia, come in tutto il resto d’Europa, gli zingari diventano "razza inferiore" portatrice di caos. Dalla fine del 1940 a tutto il 1944 più di 6.000 zingari, vennero internati dalle squadre fasciste in campi di concentramento italiani e non.

Gli zingari nei territori occupati

La politica nazista per i territori occupati prevedeva l’internamento degli zingari nei campi di raccolta ed i loro successivo smistamento in diverse località del territorio tedesco e polacco. La Polonia rappresenta sicuramente il centro più attivo di questo "canale alternativo di smistamento" rappresentato dai territori occupati. Bisogna subito ricordare, come sottolinea Jerci Ficowski, che la maggior parte degli zingari polacchi non morì nei lager, bensì in innumerevoli esecuzioni di massa (cfr. FICOWSKI, 1979, pag. 92). Il numero relativamente basso di zingari uccisi ad Auschwitz, dunque, non deve trarre in inganno. In Polonia il mezzo più diffuso per sterminare la popolazione zingara era il ricorso alla fucilazione. Eseguite dalla "Feldgendarmerie" (la polizia militare), ma spesso anche dalla "Gestapo", dalle SS e dalla polizia polacca ed ucraina, tali brutalità si contraddistinguevano per sadismo e ferocia. Il motivo di questa pratica rapida e violenta era, secondo Jacek Wilczur, da ritrovare nella paura dei carnefici di poter perdere qualche prigioniero durante il trasporto (cfr. WILCZUR, 1984, pp. 15 - 16). Nonostante queste liquidazioni immediate, la pratica dell’internamento era tutt’altro che assente. Prima di diventare il territorio ospitante del lager più duro di tutto il Reich, tra il 1939 ed il 1941, la Polonia vide il suo territorio suddividersi in una molteplicità di autentici quartieri ghetto. Il primo venne creato nella città di Lódz nella Polonia centrale. Si trattava di un complesso di dodici edifici delimitato da un fossato, nonché da un doppio reticolato di filo spinato. Inserito in funzione del "decreto di stabilizzazione" emanato da Heydrich su richiesta di Himmler il 17 ottobre 1939, il ghetto di Lódz tardò a colmarsi a causa di alcune difficoltà di ordine tecnico, come ad esempio lo spostamento dei deportati. Il primo trasporto arrivò, quindi, il 5 novembre del 1941. Ad esso ne seguirono rispettivamente altri il 6, il 7 e l’8 novembre. Tutti consistevano di 1000 individui. Solo l’ultimo, avvenuto il 9 novembre, portò a Lódz 1007 persone. In totale il ghetto comprendeva 5007 zingari, di cui 1130 uomini, 1188 donne e ben 2689 bambini. L’assenza delle più elementari strutture igieniche provocò ben presto un’epidemia di tifo che spazzò via quasi la metà degli occupanti del ghetto di Lódz. Fra il 5 e l’11 febbraio, gli zingari ancora in vita furono trasferiti nel campo di Chelmo sul Ner dove furono completamente sterminati. Oltre a Lódz, anche la capitale Varsavia fu interessata dalla costruzione di un enorme quartiere ghetto. Il problema, qui molto forte, presentato dalla convivenza forzata tra la stragrande maggioranza ebraica e la minoranza zingara, spinse il 28 maggio 1942 Joseph Rupprecht, comandante del distretto capitolino, ad emanare un’ordinanza atta a chiarire le regole comportamentali nel ghetto dell’indisciplinata minoranza zingara. All’articolo 1 del documento, si affermava che: "gli zingari che si trovano sul territorio del distretto di Varsavia al di fuori del quartiere ebraico, devono essere condotti nel più vicino quartiere ebraico. Il loro soggiorno colà è permanente. L’invio di zingari atti al lavoro in campi di lavoro è sotto riserva." (KARPATI, 1993, pag. 49). L’articolo 2, inoltre, prescriveva che: nell’ottica di internamento degli zingari nel quartiere ebraico poteva essere disposta in qualsiasi momento "la requisizione senza risarcimento di suppellettili domestiche, veicoli, cavalli e altri beni che siano in loro possesso." (KARPATI, 1993, pag. 49).

Lo zigeunerlager

All’articolo 3, infine, veniva delineato l’aspetto reclusivo del ghetto, in quanto si ricordava che: "gli zingari che dopo il trasferimento nel quartiere ebraico abbandonino illegalmente detto territorio, saranno puniti con il carcere e con una ammenda di 10000 zloty, o con una di queste pene, e nei casi più gravi con reclusione in penitenziario a norma della sopracitata ordinanza" (Karpati, 1993, pag. 49). Dopo Lódz e Varsavia, altri ghetti furono costruiti nei centri di Siedle, Radom, Kielce, Belzec e Bialystok. Con la progressiva avanzata del Reich, iniziò a delinearsi completamente la strategia liquidatoria di Hitler nei confronti di ebrei e zingari. La grande macchina dello sterminio, arrivò così anche in Polonia dove si dipanò per una lunga serie di campi che dal 1942 ricopriranno l’intero territorio. Su tutti vanno ricordati quello costruito ad Auschwitz, nella Polonia meridionale, contenente all’interno della sua vastissima estensione territoriale un’apposita sezione destinata esclusivamente agli zingari. Il cosiddetto "Zigeunerlager" di Auschwitz unito agli orrori del poco distante campo di Bergen-Belsen, contribuirà in maniera sensibile alla liquidazione nazista della questione zingara. Un’altra zona dell’Europa orientale particolarmente attiva nello sterminio degli zingari fu sicuramente il territorio della Jugoslavia ed in particolar modo la Croazia. Come ricorda Dennis Reinhartz, uno dei più importanti studiosi degli zingari nei Balcani, il più grande genocidio dell’olocausto non fu perpetrato nella Germania nazista, bensì nel suo più fedele alleato, la Croazia (REINHARTZ, cit. in CROWE - KOLSTI, 1991, pag. 84). Nonostante la dichiarazione di indipendenza firmata il 10 aprile del 1941, lo Stato autonomo di Croazia o NDH ("Nezavisna Drzava Hrvatska"), non rappresentava altro che uno stato marionetta nelle mani di Hitler e della vicina Italia fascista. Prima della dichiarazione di indipendenza, la Croazia era formata da una popolazione molto eterogenea suddivisa in poco più di sette milioni di croati, serbi e musulmani, ed oltre 28000 zingari. Il capo di stato Ante Pavelic ed il suo governo fascista degli "ustasha", seguì la stessa linea di condotta adottata dai nazifascisti contro le cosiddette minoranze indesiderate, concentrandosi in special modo contro la vasta comunità zingara. Il primo passo verso questa terribile persecuzione fu compiuto con l’adozione del "decreto sull’appartenenza razziale" del 30 aprile 1941. In questo provvedimento si ribadiva la superiorità della stirpe ariana e si puntava il dito, in particolare, contro la comunità zingara, rea di "inquinarne" la purezza. La prima mossa esplicita nei loro confronti, arriverà poco dopo, con il decreto voluto dal ministro dell’interno Andrja Artukovic del 3 luglio 1941, ordinante la schedatura e la confisca di ogni bene per tutti gli zingari del territorio. Nello stesso momento iniziava l’edificazione di campi di concentramento. In tutta la federazione jugoslava se ne contarono ben 71, oltre a 329 carceri per interrogatori e torture. Senza ombra di dubbio, il campo più terribile può essere considerato quello di Jasevovac, nella Lonja, alla confluenza del fiume Una con la Sava. In oltre cento ettari di estensione, quest’autentica Auschwitz di Croazia, istituita sotto il nome di "comando dei campi di raccolta e di lavoro di Jasenovac", prevedeva la gestione di ben cinque "sottocampi", circondati da reticolati e mura alte circa cinque metri culminanti con filo spinato elettrificato. L’unico lato non protetto da simili accorgimenti, era quello "coperto" dalla barriera naturale dell’invalicabile fiume Sava. Il terzo "sottocampo", quello denominato "mattonificio", era destinato alle persone pericolose e sgradite per l’ordine pubblico e la sicurezza. Qui vi erano ammassati circa 4000 prigionieri, suddivisi tra ebrei, serbi, ma soprattutto zingari. In funzione dal novembre del 1941 sino al 25 aprile del 1945, il mattonificio rappresentava la parte più spietata di Jasenovac, essendo questa destinata esclusivamente alla liquidazione dei propri internati. Il numero delle vittime di Jasenovac, stimato dalla Commissione di Stato della Repubblica Federale di Jugoslavia, si attesta intorno alle 600.000 unità. Una cifra sicuramente non esatta in quanto già nell’aprile del 1945 molti "ustasha" avevano completamente eliminato ogni traccia dei loro efferati crimini. Oltre alla Croazia, anche la Serbia occupata diede vita ad una violenta politica di repressione nei confronti dell’etnia zingara. Nel 1941 furono calcolati, in maniera del tutto approssimativa, circa 150.000 rom, stipati per la maggior parte nella capitale Belgrado, e nella regione del Kosovo. In un memorandum del 6 ottobre 1941, indirizzato al commando nazista locale, Harald Turner comandante delle SS di stanza in Serbia, rendeva noto che: "zingari ed ebrei rappresentavano un elemento di disordine, nonché un pericolo per l’ordine e la sicurezza" (TURNER cit. in CROWE - KOLSTI, 1991, pag. 89) Pertanto si rendeva necessaria, come strumento di prevenzione contro il propagarsi di una simile problematica, la reclusione di tutti i maschi ebrei e zingari. La persecuzione serba trovò come terreno principale il campo di Semlin, nei sobborghi di Belgrado. Un campo dove circa 20.000 zingari perderanno la vita, piegati dalla ferocia e dalla violenza delle truppe naziste. Ferocia e violenza che troverà sfogo anche in regioni, come l’Ungheria, la Bulgaria e la Romania, dove la minoranza zingara era, in realtà, foltissima. L’Ungheria, fino a quando conservò l’indipendenza, espresse una persecuzione degli zingari e degli ebrei molto blanda. Con l’occupazione tedesca del 1944, poi, iniziò una progressiva escalation di violenza culminata con la deportazione in Polonia di circa 31.000 zingari, dei quali soltanto 3.000 avrebbero fatto ritorno. In Bulgaria la stampa fascista puntava il dito contro la comunità zingara, affermando come le pratiche amministrative e di controllo riguardanti i rom, costassero allo stato non meno di cinquecento milioni di leva, circa quattro miliardi di lire. Per interrompere un simile spreco il governo bulgaro avviò, nel 1943, un piano incentrato sul lavoro forzato e sullo sterminio di tutti gli zingari del paese. Piano che in realtà non verrà mai applicato, consentendo agli zingari di vivere in modo pressoché tranquillo per tutta la durata del conflitto. Ben più cruenta la situazione in Romania. Qui vigeva verso i rom un atteggiamento ambivalente. Ammirati come musicisti ed artisti, immancabili in ogni festa di nozze o ricorrenza, gli zingari venivano altresì discriminati in relazione al loro modo di vivere da reietti ed asociali. Una volta insediato il governo di Ion Antonescu, l’atteggiamento verso la minoranza si inasprì notevolmente, complice anche l’alleanza con la Germania di Adolf Hitler. Il governo fascista locale avviò, così, un progetto di eliminazione delle minoranze nazionali ricordando, per bocca di un capitano dell’esercito rumeno, che: "topi, corvi, zingari ed ebrei non hanno bisogno di documenti" (KENRICK - PUXON, 1975, pag. 143). Una presa di posizione confermata poco più tardi dal foglio fascista rumeno "Eroica" in cui si ribadiva che la questione gitana non era meno importante di quella ebraica, lamentando la prevalente, pericolosissima opinione secondo cui gli zingari farebbero parte della stirpe rumena. Contestando la progressiva crescita dei matrimoni misti ed il relativo aumento dei "mezzosangue", "Eroica" proponeva una legge in grado di vietare simili unioni suggerendo "la deportazione e l’eliminazione degli zingari ovunque potessero interferire con la vita sociale dello stato". Il 19 agosto del 1941 con l’occupazione nazista dell’Ucraina fino al fiume Bug, Hitler concede alla Romania la gestione dei reparti di sorveglianza dei territori che terminavano sul fiume Dnjepr. Questa circostanza permise la coniazione di un nuovo nome geografico, la Transdniestria, una zona comprendente buona parte del miglior terreno agricolo dell’Unione Sovietica. Una sua buona parte venne, però, utilizzata come luogo di "smaltimento" degli zingari. Nel biennio 1941 - 1942 circa 25.000 zingari di Bucarest furono trasportati in Transdniestria, dove o per le violenze subite o per il freddo lancinante, morivano in un lunga agonia. A guerra finita, il tribunale del popolo rumeno accertò, attraverso il lavoro di un’apposita commissione d’inchiesta, i crimini commessi dal governo Antonescu. In una parte della relazione finale del processo si legge che: "decine di migliaia di zingari inermi sono stati ammassati in Transdniestria. Per metà furono colpiti da tifo. La gendarmeria praticava un terrorismo senza precedenti; ognuno dubitava della propria vita; crudeli le torture. I comandanti di reparto si sollazzavano con le belle zingare schiavizzate negli harem personali. Sono stati circa 36.000 gli zingari vittime del regime fascista di Antonescu" (cit. in KENRICK - PUXON, 1975, pag. 146).

Il lager per famiglie zingare, noto come "Familienzigeunerlager" o più semplicemente "Zigeunerlager", nasce ufficialmente tra la fine di febbraio ed i primi del marzo 1943, in virtù dell’entrata in vigore del decreto V. A. n. 59 del 29 gennaio 1943 firmato da Heinrich Himmler. Costruito all’interno del settore B2e di Auschwitz-Birkenau, venne immediatamente circondato da filo spinato elettrificato con alta tensione, per sottolineare la netta separazione tra i prigionieri zingari ed il resto dei deportati presenti nella località polacca. Lo "Zigeunerlager" comprendeva 32 baracche, due blocchi cucina e quattordici edifici in muratura con bagni e latrine. Nel periodo compreso tra il 1943 ed il 1944 ospitò 20.982 individui registrati di cui 10.094 uomini e 10.888 tra donne e bambini. A questi bisogna aggiungere circa 2.000 deportati non registrati per un totale di 23.000 unità (cfr. SESSI, 2000). Si trattava in larga parte di zingari tedeschi e boemi. Un numero più esiguo riguardava i rom provenienti da Polonia, Ungheria, Russia, Lituania e Francia. I più benestanti erano sicuramente gli zingari tedeschi, solitamente ex saltimbanchi provenienti dal mondo del circo. Nello "Zigeunerlager" vennero presto rinchiusi anche i cosiddetti semizingari (gli "Zigeunermischiling"), precedentemente arruolati nella "Wehrmacht" e spesso pluridecorati. Le condizioni di vita e le norme comportamentali dello "Zigeunerlager" differivano da quelle generalmente vigenti in tutta Auschwitz. Nel campo i rom vivevano in condizioni di vita ben diverse da quelle riservate agli altri prigionieri. All’interno dei recinti elettrificati, gli zingari conservavano la propria unità familiare e, a differenza di tutti gli altri reclusi, potevano evitare le selezioni ed i relativi passaggi nelle famigerate camere a gas. Generalmente al loro arrivo dovevano soltanto presentare un apposito dossier nel quale venivano presentati i componenti della propria famiglia. Contrariamente alla prassi, questi non venivano neppure immatricolati nelle "Arbeitseinsatz", i registri di lavoro del lager. Una volta marchiati e rasati a zero e fotografati, nessuno più si occupava dei loro. Potevano persino conservare le loro vesti ed i loro monili. Un trattamento "preferenziale" che, almeno nei piani iniziali del "Reich", non si sarebbe dovuto concludere con lo sterminio dei prigionieri. Già dal 1943, però, le cose iniziarono a mutare. Lo "Zigeunerlager" iniziò a perdere quelle caratteristiche di "campo sui generis", per uniformarsi agli standard degli altri lager nazisti. Nel luglio di quello stesso anno Heinrich Himmler si reca in visita al campo per zingari. Le parole del suo accompagnatore Rudolph Höss descrivono brutalmente le condizioni dello "Zigeunerlager", con tanto di sentenza finale di annientamento da parte del braccio destro di Hitler: "Gli feci percorrere in lungo e largo il campo zigano, ed egli esaminò attentamente ogni cosa: le baracche d’abitazione sovraffollate, i malati colpiti da epidemie, vide i bambini preda dell’epidemia infantile di noma, che io non potevo mai guardare senza orrore e che mi ricordavano i lebbrosi che avevo visto a suo tempo in Palestina [...]. [Himmler] si fece dare le cifre della mortalità tra gli zingari, che tuttavia erano relativamente basse rispetto alla media del campo, tranne appunto che per i bambini. [...] dopo aver visto tutto questo ed essersi reso conto della realtà, diede l’ordine di annientarli" (HÖSS, cit. in SESSI, 2000, pag. 298). Nonostante le difficoltà evidenti, l’unità familiare presente nello "Zigeunerlager" darà i suoi frutti. Il primo bambino nato nel campo si registra il giorno 11 marzo 1943. Dopo di lui altre 378 nascite andranno ad arricchire il numero di bambini ivi residente pari a 9.432 unità. Molti di questi saranno utilizzati da Mengele per i suoi atroci esperimenti. La fine dello "Zigeunerlager" è datata maggio 1944 con l’inizio della liquidazione graduale del campo. Una parte degli zingari tedeschi venne temporaneamente sistemata nel campo base, mentre gli altri 2.900 vennero uccisi nello stesso giorno con l’ausilio delle camere a gas del crematorio V. Alla fine della sua storia saranno circa 21.000 le vittime dello "Zigeunerlager". Le baracche degli zingari furono utilizzate per far spazio ai prigionieri ebrei. In particolare nella sezione BIIe venne allestito il lazzaretto femminile. Le parole di una canzone zingara dicono: "Ci hanno fatto entrare attraverso il portone, e ci fecero uscire dai comignoli" (ID., pag.302).

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TEMI

I pesi della memoria

Uno degli aspetti più inquietanti dello sterminio dei Rom è l’atteggiamento assunto a posteriori da parte della memoria storica. Un comportamento controverso che, all’indomani della seconda guerra mondiale, si è concretizzato nell’uso di pesi e misure differenti nello scomodo compito del risarcimento, prima morale e poi fisico, dei danni subiti. Riparazioni che ancora oggi molti attendono e che confermano, nella loro mancata assegnazione, le parole di Rajko Djuric. Il presidente della "Romani Union", definì la cenere di Auschwitz pesata con "pesi" che portavano la scritta "utile" anziché con criteri etici e precise verità storiche (cfr. DJURIC, 1998, pp. 5 - 8). La privazione del peso specifico dell’esperienza zingara nel quadro dei genocidi, trova vigore anche nelle parole di Guenter Lewy. Nel suo controverso libro "The nazi persecution of Gypsies" (LEWY G., 2000) l’autore tiene a precisare che le uccisioni di massa compiute dai nazisti nei confronti della minoranza rom, non rappresentarono veri e propri atti di genocidio ai sensi degli articoli contenuti nella "Convenzione sul delitto di genocidio" del 1948. Non si poteva parlare di genocidio in quanto quelle uccisioni "non costituivano parte di un piano di distruzione del popolo zingaro in quanto tale" (ID., pag. 223). Per Lewy diventa inammissibile, quindi, parlare di "Olocausto zingaro". Inaccettabile il parallelismo che ne deriverebbe con la tragedia ebraica. A nostro avviso non c’è necessità alcuna di generare simili comparazioni. La segregazione e le deportazioni di Rom e Sinti, il loro sterminio programmato e le feroci vessazioni di oltre 500.000 individui perpetrate dalle forze naziste, hanno pari dignità rispetto al dramma della comunità ebraica. Più che imbattersi in imbarazzanti confronti, dunque, c’è l’esigenza di chiamare le cose con il loro nome fosse solo per non dimenticarle imprimendole per sempre nella nostra memoria. E’ necessario opporsi energicamente ad ogni tentativo teso a minimizzare oppure semplicemente volto a perdonare la colpa di quell’orribile atto criminale. In avvenire la memoria storica dell’Olocausto nella sua totalità di reati, dovrà rappresentare uno degli elementi più significativi nel determinare l’identità tedesca e, più in generale, l’identità di tutti noi. Un’enorme importanza in tal senso rivestono gli odierni complessi commemorativi. Molti di questi, sorti proprio nei lager teatro delle violenze, rappresentano punti d’incontro tra rappresentanti di diverse nazioni. Luoghi della memoria che ogni giorno tengono fede al loro triste ed inesorabile compito: riportare alla mente le drammatiche conseguenze della segregazione, dell’isolamento e della discriminazione dell’uomo.

Fonti

Provvedimenti italiani contro gli zingari Milano, 13 aprile 1493 Si fa publica crida et comandamento che tuti li zingari quali se trovano de presente in questa parte debiano subito partirse et per lo advenire non ardiscano più ritornare tra Po et Adda sotto pena de forcha.

Milano, 6 agosto 1567 Si fa publica crida et comandamento a tutti li cingari, così uomini come donne, che sono alloggiati et si trovano come nel Stato di Milano che nel termine di giorni otto prossimi da venire, doppo la publicatione della presente, si partino dalle città, terre, ville et luoghi del Stato predetto, altrimenti passato detto termine trovandosi essi cingari in esso Dominio nel loro abitato, gli uomini saranno mandati alla galera per cinque anni, et trovandosi stravestiti, saranno impiccati per la gola et le donne in loro abito fustigate pubblicamente et le stravestite incorreranno la pena della perdita della vita.

(ARLATI Manna, Cuomo, 1997, pag. 29; Archivio di Stato di Milano, Fondo "Registri Panigarola" numero 19, pag.282)

Portschy sulla questione zigana Lettera di Tobias Portschy al Ministro del Reich sul problema della "questione zigana

PARTITO NAZIONALE SOCIALISTA TEDESCO DEI LAVORATORI PROVINCIA DELLA STIRIA

A sua eccellenza D.Lammers Graz, 9 Gennaio 1938 Ministro del Reich Berlino, W8

Illustrissimo sig. ministro del Reich Mi permetto allegarle copia di un nuovo esemplare del mio studio sulla questione zigana. Firmato: Portschy Gauletier

ANNESSO

La soluzione nazional-socialista della questione zigana

a) Generalità Per ragioni di salute pubblica e, in particolare, per la dose di accentuata ereditarietà a cui gli zingari sono notoriamente soggetti, perché essi costituiscono un gruppo di criminali inveterati che in seno al nostro popolo non sono altro che parassiti e che potrebbero solo produrre danni immensi, mettendo in grande pericolo la purezza del sangue dei contadini tedeschi di frontiera, il loro genere di vita e la loro legislazione, in primo luogo conviene impedir loro di riprodursi, e sottometterli all’obbligo dei lavori forzati in campi di lavoro, senza peraltro impedir loro di scegliere l’emigrazione volontaria verso l’estero. Non è possibile raggiungere questo scopo completamente se si vuole tener conto e applicare le sole leggi attualmente in vigore. Se anche si interpretassero coscienziosamente nello stretto significato della parola, per ciò che concerne la questione zingara non si riuscirebbe che a prendere delle mezze misure. Oppure si dovrebbe interpretare le leggi in un senso talmente largo che bisognerebbe essere disposti a priori ad entrare in contraddizione con i loro termini, oppure si stabilirebbero leggi d’eccezione, soluzione che mi sembra politicamente inopportuna. Gli argomenti a favore di una sterilizzazione forzata possono, infatti, essere talmente sviluppati al punto di arrivare, con la sola legge per la profilassi contro la progenitura portatrice di malattie ereditarie, a prendere misure efficaci contro l’accrescersi della polluzione zigana. Dobbiamo servirci arditamente e senza reticenze di questa legge. Almeno non daremo modo alla stampa straniera di lanciare alte grida, per la buona ragione che potremo sempre sostenere con pieno diritto che questa legge per la profilassi contro la primogenitura portatrice di malattie ereditarie, è altrettanto valida per i cittadini del Reich tedesco. Così, i principi dei Paesi democratici, secondo i quali tutti devono essere uguali davanti alla Legge, saranno pienamente rispettati. In conformità del principio che in uno Stato dagli elevati costumi, e in particolare nel Terzo Reich, può soltanto vivere colui che lavora e che produce, gli zingari dovranno essere sottomessi a un lavoro obbligatorio e costante a secondo della loro natura [...]

(BOURSIER, 1996, pp. 67-68)

Direttive per limitare il problema zingaro LOTTA CONTRO LA PIAGA ZINGARA

Decreto del capo delle SS e della Polizia Tedesca presso il ministero degli interni dell’8/12/1938

A. DISPOSIZIONI GENERALI

I. ZINGARI NAZIONALI

1. (1) L’esperienza realizzata fino ad ora nella lotta contro la minaccia zingara e le conoscenze acquisite grazie alle ricerche di biologia razziale indicano che per arrivare alla soluzione della questione zigana bisogna considerarla una questione di razza. L’esperienza indica anche che la maggior criminalità è nei meticci. La gran parte dei tentativi fatti per sedentarizzare gli zingari sono falliti. In particolare tra gli zingari di razza pura, in ragione del loro forte istinto nomade. Per questo è necessario, per risolvere definitivamente la questione zingara, trattare separatamente gli zingari di razza pura e quelli di sangue misto.

(2) Per ottenere questo è necessario determinare l’appartenenza razziale di ogni zingaro vivente sul territorio del Reich, ed anche di ogni girovago che conduca esistenza zingaresca.

(3) Ordino di conseguenza che tutti gli zingari. Con o senza fissa dimora, nonché tutti i girovaghi che conducano esistenza zingaresca (nomadi n.d.r.) siano schedati dalla Polizia criminale del Reich - Centrale per la lotta contro la piaga zingara.

(4) Le autorità di polizia sono tenute a denunciare all’ufficio di Polizia criminale del Reich [...] tutte le persone che, per loro aspetto esteriore o per loro usi e costumi abbiano l’apparenza di zingari o semizingari così come i girovaghi.

(5) Le indicazioni saranno riportate su uno schedario secondo le indicazioni dell’Ufficio di Polizia criminale del Reich (RKPA)

2. (1) Prima di tutto sarà fatto un censimento sull’identità di tutti gli zingari, i semizingari e i nomadi che abbiano compiuto i 6 anni.

(2) [...]La polizia [...] potrà procedere ad un arresto preventivo

(3) [...]La nazionalità delle persone dovrà essere verificata [...] per vedere se si tratta di un cittadino del Reich o di uno straniero [...] Se non risulterà possibile comprovare né l’una né l’atra nazionalità, gli interessati saranno considerati come apolidi.

3. (1) E’ competenza della RKPA stabilire definitivamente, sulla base di un rapporto di esperti, se si tratta di uno zingaro, di un semizingaro o di un nomade.

(2) Ordino di conseguenza [...] che tutti gli zingari, i semizingari e i nomadi siano obbligati a sottomettersi agli esami di biologia razziale necessari per la formulazione di un rapporto di esperti e a fornire tutte le indicazioni utili sulla loro origine familiare. Per ottenere l’esecuzione di questo ordine la Polizia è autorizzata a fare uso della forza.

(3) Dopo le inchieste gli interessati riceveranno un certificato redatto secondo le indicazioni della RKPA.

4. (1) Le carte di identità di ogni tipo (passaporti, carte di identità, carte di commercio degli stranieri ecc...) non potranno essere rilasciate agli zingari, semizingari e nomadi senza la preventiva autorizzazione della Polizia Criminale di Stato. Commissariato di Polizia. Si procederà nel modo seguente:

(2) [...] La carta di identità non potrà essere concessa finché non sarà stato effettuato l’esame di biologia razziale e l’interessato non sarà ritenuto irreprensibile.

5. (3) L’autorizzazione ad organizzare "rappresentazioni" [...] sarà, per quanto possibile, rifiutata.

6. (1) Le patenti di guida non saranno concesse senza l’autorizzazione della Polizia Criminale di Stato - KPS - e l’autorizzazione alle guide (sicurezza personale ecc...) sarà attestata dopo esami pratici particolarmente minuziosi.

7. Il porto d’armi e il permesso di comprare armi [...]non dovranno essere in alcun caso accordati.

8. (1)Gli zingari, i semizingari e i nomadi che viaggiano o dimorano in gruppo dovranno essere separati. (2)Per gruppo si intende la riunione di più individui o di più famiglie o la presenza, all’interno di una famiglia, di un individuo che non ne è parte.

9. (2)In caso di arresto si deve verificare se le persone a carico dell’interessato necessitano di un aiuto materiale. All’occorrenza i loro nomi verranno comunicati al servizio sociale competente che provvederà.

II ZINGARI STRANIERI

1. Deve essere impedito agli zingari di entrare in territorio tedesco. Provvederemo a respingerli ed espellerli anche se sono in possesso di regolare passaporto, di documenti o visti in regola.

2. Al contrario per gli zingari stranieri che si trovano sul territorio del Reich tedesco, dovrà essere emessa una interdizione di soggiorno.

B. COMPITI DELLE AUTORITA’ DI POLIZIA LOCALE

1. Le autorità di polizia locale devono segnalare, senza eccezioni, la presenza di zingari all’ufficio competente di Polizia.

3. Le autorità di polizia locale devono redigere, secondo, le istruzioni della RKPA, una listta di tutti gli zingari, i semizingari e i nomadi accampati sul territorio comunale.

C. COMPITI DEGLI ORGANI DI POLIZIA

1. I funzionari devono verificare che gli zingari, i semizingari e i nomadi eseguano tutti gli ordini. Gli uffici di polizia Criminale sono tenuti, in quanto detentori dei poteri esecutivi, a verificare l’attuazione delle misure prese per lottare contro la piaga zingara.

3. Gli zingari dovranno essere avvisati dagli agenti di polizia che [...] dovranno presentarsi immediatamente e di persona al loro arrivo, alle autorità del luogo di soggiorno [...] I documenti di identità dovranno essere depositati presso le autorità locali di Polizia per tutta la durata del soggiorno.

5. La polizia dovrà fare particolare attenzione a ciò che concerne le epidemie.

6. Gli organi esecutivi di Polizia resteranno in contatto continuo, tra loro e le autorità di Polizia locale delle zone vicine.

Dc. 17.02 Institut für Zeitgschichte /München

(BOURSIER, 1996, pp. 69-72) La protezione del sangue e dell’onore tedesco Pervaso dal riconoscimento che la purezza del sangue tedesco è la premessa per la conservazione del popolo tedesco ed animato dal proposito irriducibile di assicurare il futuro della nazione tedesca, il Reichstag ha approvato all’unanimità la seguente legge che qui viene promulgata.

Articolo 1. 1) Sono proibiti i matrimoni tra ebrei e cittadini di sangue tedesco o affine. I matrimoni già celebrati sono nulli anche se celebrati all’estero per sfuggire a questa legge.

2) L’azione legale per l’annullamento può essere avanzata soltanto dal Procuratore di Stato.

Articolo 2. Sono proibiti rapporti extramatrimoniali tra ebrei e cittadini dello Stato di sangue tedesco o affine.

Articolo 3. Gli ebrei non potranno assumere al loro servizio come domestiche cittadine di sangue tedesco o affine sotto i 45 anni.

Articolo 4. 1) Agli ebrei è proibito innalzare la bandiera del Reich e quella nazionale ed esporre i colori del Reich.

2) E’ invece permesso loro esporre i colori ebraici. L’esercizio di questa facoltà è protetto dallo Stato.

Articolo 5. 1) Chi contravviene al divieto di cui al par 1, viene punito con il carcere duro.

2) Chi contravviene alle norme di cui al par 2 viene punito con l’arresto o con il carcere duro.

3) Chi contravviene alle norme di cui ai par n 3 o 4, viene punito con la prigione sino ad un anno e con una multa o pene di questo genere.

Articolo 6. Il ministro degli interni del Reich, in accordo con il sostituto del Führer ed il ministro per la giustizia del Reich, emana le norme giuridiche ed amministrative necessarie per l’attuazione e l’integrazione della legge.

Articolo 7. Questa legge entra in vigore il giorno della sua promulgazione, il par.3 invece a partire dal 1° gennaio 1936.

Norimberga, 15 Settembre 1935

(Sito http://digilander.libero.it/Babya/areap/le_leggi_di_norimbergaintro.htm)

Piano per il reinserimento degli zingari nel Reich Berlino, Il 27 Aprile 1940

Reichsführer SS e capo della polizia tedesca nel Ministero dell’interno VB del Reich non segreto 95/40

Linee guida per il reinserimento degli zingari. (primo trasporto dalle regioni di confine occidentali e nordoccidentali)

I. IDENTIFICAZIONE DELLE PERSONE INTERESSATE

1.Saranno interessati dalla deportazione:

A. Zingari e semi-zingari registrati e segnalati in conformità con la lettera inviata dall’Ufficio Principale di Sicurezza del Reich del 17 ottobre 1939.

2.Il limite di 2.500 unità non deve essere oltrepassato in nessuna circostanza.

3. Se questo numero non potrà essere raggiunto potranno essere interessati gli zingari ed i semi-zingari presenti all’interno delle attuali zone di frontiera.

4. Nel caso c), dovranno essere incluse soltanto le famiglie per poter essere trasportate poi come gruppo unico.

II. I SEGUENTI SOGGETTI SONO ESENTATI DALLA DEPORTAZIONE

A. Tutte le persone inferme e coloro che non possono marciare, in particolare le persone di settanta e più anni, oltre a donne con gravidanza superiore ai sette mesi.

2. Gli zingari sposati con persone di sangue tedesco. Chi ha contratto il cosiddetto "matrimonio [da consuetudine] zingaro" è esentato solo se con presenza di bambini.

3. Zingari con i più stretti membri della loro famiglia (genitori, bambini) avviati al servizio militare.

4. Zingari che possiedono beni immobili, se registrati nei registri del territorio e coloro con vasti beni mobili - per esempio, grandi imprese teatrali - se tali imprese non possono essere vendute o trasferite. Non c’è alcuna base giuridica per l’espropriazione.

5. Zingari con cittadinanza straniera se definitivamente confermata.

III. Gli uomini e le donne zingare che rimangono sulla base del punto 2a sono da imbarcare con i membri della loro famiglia fuori della zona di frontiera reale. Se necessario, l’ufficio di assistenza sociale dovrà essere informato.

(Sito http://www.ushmm.org)

Testimonianze

Testimonianza di Eugen Kogon Eugen Kogon ricorda una brutalità compiuta nei confronti di uno zingaro all’interno del campo di Buchenwald "Nella primavera del 1938 il comandante Kock fece rinchiudere uno zingaro, che aveva tentato di fuggire, in una grande cassa con una faccia costituita da una larga rete di filo di ferro, Poi Koch fece piantare nelle assi dei lunghi chiodi che, ad ogni movimento del prigioniero, gli penetravano nelle carni. Così ingabbiato, lo zingaro venne esposto davanti a tutto il campo. Senza cibo, trascorse due giorni e tre notti sullo spiazzo dell’appello; le sue urla non avevano più nulla di umano. Al mattino del terzo giorno lo liberarono da quel supplizio facendogli una iniezione di veleno."

(BERNADAC, 1996, pag.98) Testimonianza di Hermine Horwath Hermine Horwath racconta un altro terribile scenario nel campo di Birkenau "Non era solo la fame ad uccidere i bambini. Dovevamo stare in piedi per ore fuori al freddo, quasi nudi sotto la pioggia e la neve, con i nostri bambini. Morivano come mosche. Noi zingari dovevamo essere tutti distrutti. Ci tormentavano. Spesso dovevamo saltare per ore, sdraiarci nelle feci (...). Per noi era molto duro dover stare nude davanti agli uomini delle SS. Un SS-Oberscharführer si prendeva le donne nel blocco 8, dove e quando voleva - i mariti e gli altri parenti dovevano ’guardare da un’altra parte’. Ricordo che un ufficiale SS prendeva spesso con sé due bambini zingari, che erano molto dotati e ballavano bene. Poi ha sparato di propria mano ai due bambini"

(FINGS, HESUSS, SPARING, 1998, pag. 99) Testimonianza di Helmut Clemens Josef Mengele, il visionario e folle "angelo della morte" di Auschwitz, si macchiò, all’interno della baracca numero 32 di Auschwitz-Birkenau, di alcuni dei più efferati crimini del Reich nazista. Era noto come Mengele continuasse a lavorare molto anche sui cadaveri delle sue povere vittime. L’allora fattorino diciottenne del blocco malati di Auschwitz-Birkenau, Helmut Clemens, ricorda così alcuni momenti di quella tragica esperienza. "La sera dovevo tirare fuori i cadaveri da una capanna, dove venivano ammucchiati, annotare il numero sul braccio e portarne alcuni al dottor Mengele. Egli ne sezionava qualcuno. Sugli scaffali c’erano dappertutto recipienti di vetro, che contenevano organi: cuori, cervelli, occhi e altre parti del corpo umano."

Mengele trattava personalmente con le sue vittime, torturandole ed uccidendole, con letali iniezioni al cuore o attraverso l’inoculazione di virus mortali, in nome del progresso scientifico. Emblematica, in tal senso, una nuova testimonianza dello stesso Clemens.

"Ero con Mengele anche quando cercava gemelli per gli esperimenti. Dovevo portarglieli e lui dava loro un numero extra. Durante gli esperimenti non dovevo essere presente, mi mandava sempre fuori. Una volta per caso ero là con lui e ho visto che iniettava un liquido nei loro occhi, che diventavano enormi. Pochi giorni dopo ho visto gli stessi ragazzi morti."

(FINGS, HESUSS, SPARING, 1998, pag. 105)

Testimonianza di Ceija Stojka La particolare predilezione di Mengele per gli zingari dalle caratteristiche "insolite" può essere sottolineata dalla testimonianza di Ceija Stojka, una reduce, allora decenne, sopravvissuta alle terribili selezioni di Auschwitz "Mia madre mi ha sempre detto: ‘se vengono le SS, non aprire gli occhi, guarda sempre in basso!’ Mia madre aveva gli occhi di un azzurro intenso e io li ho verdi. Che cosa sarebbe stato per loro! Come, una zingara con gli occhi verdi? La mamma mi ha detto: ‘devi sempre guardare giù e soprattutto nasconditi! E’ la cosa migliore.’ Ed è stato un bene, altrimenti non sarei qua. Meno uno andava in giro e si mostrava fuori, tante più possibilità aveva." Testimonianza di Henry Grandjean "Sono stato mandato al blocco 5 proprio per controllare la temperatura ed il polso di cinque soggetti che erano stati mandati nella camera a gas ed erano sopravvissuti. Ho potuto parlare a uno o due di loro. Uno dei sopravvissuti era uno zingaro, e mi disse di essere stato preso insieme a quindici suoi compagni e messo in una camera a gas per certi esperimenti a Struthof. Le SS avevano dato loro delle capsule che essi dovevano spezzare, a un segno dall’esterno. Dopo qualche tempo, la porta era stata aperta e i cinque sopravvissuti erano stati condotti al blocco 5, camera 2, per restarvi in osservazione. Io avevo ricevuto l’ordine di prender loro la temperatura tre volte al giorno. Quanto agli altri dieci soggetti che avevano subito l’azione del gas, erano tutti morti. I loro compagni sopravvissuti me lo dissero: ‘alcuni di loro furono sottoposti ad autopsia dal dottor Bogaerts di Bruxelles. Sui loro corpi apparivano i segni dell’edema polmonare’"

(BERNADAC, 1996, pag. 18 Testimonianza di Henry Grandjean Ma gli esperimenti sui Rom non venivano compiuti soltanto ad Auschwitz. Nell’udienza datata 7 gennaio 1947 davanti al tribunale di Norimberga, Henry Grandjean, infermiere a Natzweiller, descrive la sua esperienzaTestimonianza di Henry Grandjean

"Sono stato mandato al blocco 5 proprio per controllare la temperatura ed il polso di cinque soggetti che erano stati mandati nella camera a gas ed erano sopravvissuti. Ho potuto parlare a uno o due di loro. Uno dei sopravvissuti era uno zingaro, e mi disse di essere stato preso insieme a quindici suoi compagni e messo in una camera a gas per certi esperimenti a Struthof. Le SS avevano dato loro delle capsule che essi dovevano spezzare, a un segno dall’esterno. Dopo qualche tempo, la porta era stata aperta e i cinque sopravvissuti erano stati condotti al blocco 5, camera 2, per restarvi in osservazione. Io avevo ricevuto l’ordine di prender loro la temperatura tre volte al giorno. Quanto agli altri dieci soggetti che avevano subito l’azione del gas, erano tutti morti. I loro compagni sopravvissuti me lo dissero: ‘alcuni di loro furono sottoposti ad autopsia dal dottor Bogaerts di Bruxelles. Sui loro corpi apparivano i segni dell’edema polmonare’"

Testimonianza di Gerrit Hendric Anche il sopravvissuto Gerrit Hendric, internato a Buchcenwald, Dachau e Natzweiller, ricorda, nell’udienza del 30 giugno 1947, che proprio in quest’ultimo campo, per mano del dottor Hagen, si effettuavano regolarmente esperimenti su prigionieri zingari. (BERNADAC, 1996, pag. 18) "(Il dottor Hagen) portava l’uniforme dell’aviazione con l’insegna del bastone di Esculapio; venne per la prima volta a Natzweiller nell’ottobre del 1943, poco tempo dopo l’arrivo di un contingente di zingari da Birkenau presso Auschwitz, per gli esperimenti sul tifo. Hagen li esaminò e li sottopose ai raggi X; si accorse che non poteva utilizzarli e protestò a Berlino, chiedendo soggetti più vigorosi, ma sempre zingari"

(BERNADAC, 1996, pag. 21)

Testimonianza di Joseph Laubinger Punto centrale di numerosi esperimenti era lo studio delle reazioni umane a contatto con l’acqua di mare. In particolare si cercavano risposte sulla possibile potabilità della stessa. Un’idea che avrebbe risolto tutti i possibili problemi dei piloti abbattuti e naufragati in mare. A tale proposito, molto interessante è la testimonianza dello zingaro Joseph Laubinger, vittima di tali esperimenti a Dachau "Chiesi al professor Beiglbock (medico a Dachau - ndr) di escludermi da questo esperimento perché avevo subito due operazioni allo stomaco. A mio parere, il professore non chiedeva l’approvazione di nessuno. Per sette o otto giorni ricevetti delle razioni militari, poi l’acqua di mare. Diventammo tutti molto deboli, potevamo appena reggerci in piedi. Abbiamo bevuto quest’acqua per undici o dodici giorni; mi fecero una puntura al fegato e una puntura lombare. Al termine degli esperimenti non fui esaminato. Abbiamo ricevuto del cibo speciale soltanto per un giorno. Il professor Beiglbock ci aveva promesso delle razioni supplementari e un lavoro facile, ma non lo rivedemmo quando gli esperimenti furono terminati. [...] Alla fine degli esperimenti ho chiesto di poter nuovamente lavorare, perché avevo paura di ricevere un’iniezione all’ospedale durante la convalescenza, ma mi ammalai mentre lavoravo e se il Kapò non fosse stato buono con me probabilmente oggi non sarei qui"

(BERNADAC, 1996, pag.153)

Testimonianza di Walter Neff Molto praticati anche gli esperimenti sul freddo. Walter Neff, in un’udienza del 17 dicembre 1946 a Norimberga, ricorda come in simili esperimenti persero la vita ben quindici zingari. "La vasca veniva riempita d’acqua e poi si aggiungeva del ghiaccio fino ad una temperatura di tre gradi. I soggetti venivano allora immersi nell’acqua, ricoperti da una tuta da aviatore o completamente nudi. Finché Holzlöhner e Finke (rispettivamente professore e medico a Dachau - ndr) parteciparono agli esperimenti, la maggior parte di essi fu effettuata sotto anestesia, mentre durante il periodo di Rascher (altro dottore del campo - ndr.) costui non la utilizzò mai; affermava che con l’anestesia non si poteva conoscere la condizione esatta del sangue e che la volontà del soggetto risultava esclusa. Passava sempre un certo tempo prima della perdita di conoscenza. La temperatura veniva misurata nel retto e nello stomaco, L’abbassamento della temperatura corporea a 32° costituiva una prova terribile per il soggetto; a 32° perdeva conoscenza. I soggetti furono refrigerati fino ad una temperatura corporea di 25°. [...] La temperatura continuava a diminuire e provocava un’insufficienza cardiaca acuta parimenti favorita dall’insufficienza terapeutica"

(BERNADAC, 1996, pag.196)

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