Splendori e miserie dell’antimafia


Il contrasto alle mafie è tutt’altro che recente, è vecchio più o meno quanto Cosa nostra, se si retrodata la storia e si guarda a partire dai Fasci siciliani e dalle lunghe lotte contadine e sindacali


di francoplat pubblicato il 1 dicembre 2021

Era il 10 gennaio 1987 quando Leonardo Sciascia, sulle pagine del “Corriere della Sera”, attaccava i “professionisti dell’antimafia”, evocando la figura di Leoluca Orlando e citando apertamente quella di Paolo Borsellino, da poco nominato procuratore di Marsala al posto di un magistrato con maggiore anzianità di servizio. Criterio, quest’ultimo, ritenuto centrale per l’assunzione di incarichi di maggior responsabilità all’interno della magistratura. I toni e i caratteri del dibattito seguito a quell’articolo sono noti. Era in gioco, al di là delle posizioni presenti in quella polemica, la questione complessa dell’uso distorto delle agenzie di contrasto alla mafia. Se, a distanza di tempo e alla luce di quanto accadde, si può ritenere errata la considerazione di Sciascia sui protagonisti di quella stagione, forse non del tutto errata fu l’intuizione che mosse quello scritto, ossia il timore che il movimento antimafia potesse diventare il camerino in cui i lupi avrebbero potuto travestirsi da agnelli.

In quegli anni, la mafia esisteva già nel discorso pubblico, non era più la marca di un detersivo secondo la celebre e oltraggiosa dichiarazione del cardinal Ruffini. Per conseguenza logica, esisteva pure l’antimafia o, quantomeno, iniziava a muovere i primi passi una forma di contrasto diffuso alle organizzazioni criminali anche al di là dell’ambito giudiziario o sindacale. Cominciava, cioè, a diffondersi nell’opinione pubblica più avvertita un sentimento di crescente ostilità a un fenomeno a lungo sommerso, destinato a diventare eclatante negli anni successivi, quando il fuoco mafioso alzò il livello dello scontro, sino ai drammatici primi anni Novanta.

In realtà, il contrasto alle mafie è tutt’altro che recente, è vecchio più o meno quanto Cosa nostra, se si retrodata la storia e si guarda a partire dai Fasci siciliani e dalle lunghe lotte contadine e sindacali contro il blocco proprietario e mafioso nelle campagne isolane. Da quelle lotte, in sincrono con la metamorfosi stessa delle organizzazioni criminali, l’antimafia approdò alla realtà urbana, anche se, per alcuni decenni, restò appannaggio di una minoranza politico-sindacale e degli apparati giudiziari. Furono gli omicidi eccellenti dei primi anni Ottanta – Piersanti Mattarella, Gaetano Costa, Pio La Torre, solo per citarne alcuni – e in particolare quello del generale dalla Chiesa, a rappresentare una sorta di spartiacque che segnò il passaggio della questione da una dimensione locale, la Sicilia soprattutto, a una dimensione nazionale, fornendo una spinta tangibile sia alla consapevolezza comune della pericolosità e pervasività del fenomeno sia alla mobilitazione attiva di enti, associazioni, centri studi, comitati che, dal Nord al Sud, agirono nel nome di un recupero democratico della legalità. Le stragi dei primi anni Novanta fornirono un ulteriore slancio al movimento antimafia, anche attraverso forme inedite di protesta, quale quella delle donne palermitane che, tra luglio e agosto 1992, si riunirono nella centrale piazza Politeama, digiunando e chiedendo, ottenendola, la rimozione di alcune figure istituzionali, dal prefetto al questore al procuratore capo. Fu in questo stesso decennio, più precisamente nella primavera del 1995, che nacque Libera, associazione capace di aggregare attorno a sé parte di quell’ondata di protesta contro le cosche mafiose.

Tuttavia, nell’ultimo ventennio qualcosa è cambiato. In peggio. Non è solo il problema già presentatosi in altre occasioni dello scemare dell’ondata emotiva, della caduta di tensione a distanza di decenni dagli avvenimenti più sanguinosi, della frammentazione in molti rivoli dell’associazionismo non capace di creare un coordinamento unitario e coeso. Negli ultimi vent’anni, le mafie sono cambiate, questo è un dato evidente. Agli occhi di qualcuno, si sono semplicemente interrate, hanno assunto caratteri meno aggressivi, la mafia militare ha lasciato spazio ai colletti bianchi e alla costruzione, soprattutto da parte della ‘ndrangheta, di un capitale sociale in termini di relazioni collusive con la politica e la società civile. Questo interramento, questo liquefarsi della criminalità organizzata nei gangli della società, al punto da diventare indistinguibile dalla società stessa, ha condotto gli interessi mafiosi sin dentro la stessa antimafia – magari per darsi una qualche forma di verginità dinanzi le pubbliche amministrazioni per l’aggiudicazione degli appalti – e l’ha intorbidata, gettandole addosso una patina screziata poco cara all’opinione pubblica.

Lo diceva già in modo chiaro la “Relazione conclusiva” della Commissione antimafia presieduta dall’on. Rosy Bindi nella seduta del febbraio 2018, reperibile in rete: «in molti casi l’antimafia è stata rappresentata come moralmente inquinata, intossicata da ambizioni personali, da millanterie, dalla ricerca di vantaggi di potere, di status o addirittura economici, quando non da relazioni di connivenza e complicità con gli stessi ambienti mafiosi». Sarebbe lungo riproporre un documento che vale la pena leggere per esteso, soprattutto per ciò che concerne l’analisi di un movimento «cresciuto troppo in fretta» a detta degli estensori della relazione, non capace di cogliere il sensibile mutamento intervenuto nelle organizzazioni criminali, e appannato nello slancio, come sostiene lo stesso fondatore di Libera, don Ciotti: «la spinta propulsiva che ha accompagnato noi e tanti altri in questi anni si è in gran parte esaurita».

Non solo. Quel movimento è stato inoltre caratterizzato, in qualche caso, da venature incompatibili con gli obiettivi di fondo del movimento stesso. Quali incompatibilità? Dalla presenza di miriadi di piccole associazioni che drenano fondi pubblici per creare contenitori privi di contenuto, seminari o convegni fini a sé stessi, alla distorsione dei fondi per i servizi di scorta, dal finanziamento di attività inesistenti ad alcuni casi eclatanti di personalità di rilievo nel contrasto alle organizzazioni criminali incappate in vicende giudiziarie che ne hanno messo in luce l’ambiguità di fondo, le doppiezze. Ci si riferisce, ad esempio, al caso di Antonello Montante, già presidente degli industriali siciliani, delegato alla legalità di Confindustria e figura di spicco nella lotta al pizzo, processato per reati di mafia, condannato a 14 anni in primo grado per associazione finalizzata alla corruzione e accesso abusivo al sistema informatico, tuttora in attesa della sentenza d’appello. O, ancora, a Silvana Saguto, presidente della sezione misure di prevenzione del tribunale di Palermo, accusata di aver avvantaggiato professionisti amici nell’assegnazione degli incarichi di amministrazione dei patrimoni sequestrati. La madrina della manifestazione “Le vele della legalità” è stata condannata un anno fa, in primo grado, a otto anni e sei mesi.

È un duro danno d’immagine per l’antimafia. Non tanto per le singole vicende, che non rappresentano certo un caso isolato in una realtà, quale quella italiana, permeata di frequenti comportamenti illeciti. Non è quanto accade nella magistratura, tra il personale sanitario o le forze di polizia ecc.? In questi casi, però, la reazione pubblica è meno scandalizzata, appare più blanda. Il problema è che sulle vicende dell’antimafia sociale qualcuno soffia, ama cavalcarle e lo fa con l’intento evidente di destabilizzare tutto il movimento. Chi lo fa? I professionisti della mafia travestiti da professionisti dell’antimafia. Oppure, in modo non innocente, tutti coloro i quali abbiano da perdere dal contrasto alle mafie: l’area grigia che trae profitti dalle collusioni con le cosche, i nostalgici del buon tempo andato, quello in cui la mafia non esisteva, quella parte di opinione pubblica il cui sostentamento materiale doveva o deve qualcosa al paternalismo interessato dei boss. Né giova all’antimafia sociale l’analisi critica di intellettuali refrattari all’anima antisistemica del movimento: si pensi a Salvatore Lupo e alla sua netta condanna della natura “forcaiola” di parte di quei gruppi, analizzata in un precedente articolo su questa rivista. Lupo getta il bambino con l’acqua sporca, immiserisce, sostenendo le ragioni liberali della sua analisi, l’intero movimento, che accusa, peraltro giustamente, di non aver colto il mutamento delle mafie.

Dunque, l’antimafia sociale è in crisi di identità e di credibilità sociale e, ancora, è fiaccata nella spinta propulsiva, per ragioni interne ed esterne a questa galassia. Tra le ragioni dell’una e dell’altra specie ve n’è una sottolineata da Franco La Torre, figlio di Pio e attivista in quell’universo, in un bel volume intitolato “L’antimafia tradita. Riti e maschere di una rivoluzione mancata” (2021, Zolfo editore): «il movimento antimafia si troverà sempre più in difficoltà, se continuerà a sviluppare analisi e produrre azioni sulla base delle risultanze giudiziarie». Il libro sollecita molte altre riflessioni, ma la frase citata si ritiene centrale perché si allarga a un’ulteriore considerazione a essa legata in uno stretto rapporto di causa-effetto: «l’antimafia ha bisogno di una classe dirigente che si assuma le proprie responsabilità e sia pronta a risponderne, che non deleghi, nei fatti, alla magistratura. Non è un bene per la politica che l’avversario lo si sconfigga nelle aule di tribunale. È una vittoria di Pirro».

Le miserie dell’antimafia, per meglio intendersi, derivano sicuramente da questioni quali lo sviluppo repentino di un movimento di massa cresciuto in fretta e senza una struttura stabile, dalla mancanza di una forte riflessione analitica, dalla formazione dei suoi membri, dall’infatuazione per eroi di cartone che, gridando “la mafia fa schifo”, sdoganano comportamenti mafiosi, o dall’aver individuato nella magistratura onesta – leggi Falcone e Borsellino, ieri, e Di Matteo o Gratteri, oggi – un interlocutore, forse l’unico interlocutore valido e al quale riferirsi. E tuttavia, una certa crisi di tale movimento deve molto anche a un ceto dirigente che si è sottratto alla responsabilità di perseguire, con costanza e sistematicità, la lotta alle organizzazioni criminali. Senza una classe politica saldamente orientata alla repressione del fenomeno, senza il convinto supporto di un gruppo dirigente statale capace di rilanciare le parole d’ordine nate all’indomani delle stragi, la società civile manca di un perno fondamentale. Quale che sia la verità storica e giudiziaria sulle stragi, quale che sia la verità sulla “trattativa”, se quest’ultima sia il frutto dello spaesamento analitico di qualche magistrato e di chi li appoggia in questa tesi o la perversa distorsione del suo ruolo da parte di chi dovrebbe rappresentare lo Stato, resta indubitabile il fatto che il ceto politico si sia defilato, in larga parte, dal proprio ruolo di indirizzo della società, dalla costruzione attiva di un diffuso sentimento democratico ostile a ogni collusione. Il sentimento spontaneo dei cittadini va accolto e ascoltato, sorretto, non lasciato morire come sta accadendo.

È solo un caso il fatto che Luca Tescaroli, procuratore aggiunto di Firenze, in un recente articolo su “Il Fatto quotidiano”, abbia sottolineato come ormai si stiano addensando i proclami di quanti chiedono la sospensione della regolamentazione antimafia? Sono stati sconfitti i Corleonesi, dunque, è possibile smantellare l’apparato giudiziario scaturito dalla violenza stragista. Questo, secondo Tescaroli, è il percorso logico di quanti, dalla memoria corta, hanno dimenticato che le mafie non sono state solo bombe e violenza, di quanti fanno finta di non ricordare la trama lontana del sistema di potere mafioso e dei suoi rapporti con il mondo altro, quello civile, di quanti, come di recente ha detto Borsellino davanti a degli studenti torinesi, piangono nei riti stanchi di celebrazione degli eroi morti e poi operano perché alcuni degli strumenti più brillanti ed efficaci elaborati dall’antimafia giudiziaria vengano smontati e riposti nel dimenticatoio nazionale. Di recente, è sempre Tescaroli a osservarlo, il condirettore del “Corriere dello Sport”, Alessandro Barbano, ha detto che «la giustizia è la più potente macchina di dolore umano non giustificabile in questo Paese». Lo ha detto dal palco della Leopolda, alle sue spalle, secondo quanto Nicola Morra riporta sul proprio profilo Facebook, Matteo Renzi annuiva.

Non è necessario commentare la frase di Barbano, non all’intelligenza di chi sa quali siano le macchine di dolore umano in questo Paese; Barbano che ha aggiunto anche considerazioni critiche sull’istituto della confisca dei beni sequestrati alle cosche. È necessario, invece, unire i puntini da uno a dieci per veder configurarsi l’ombra sempre meno immateriale di un sistema ampio di poteri – politici e mediatici, fra gli altri – che sta decretando la fine dei discorsi sulle mafie, al di là dei pianti polifonici e tartufeschi, spacciandola per la fine delle mafie. Ciò con buona pace di quei cittadini che pensano, invece, che sia questo il vero momento critico della nostra società in termini di mantenimento di qualche traccia di legalità e di democrazia diffuse e reali. Cittadini impegnati, magari, in quel movimento antimafia che la “relazione” sopra citata considera «uno dei maggiori e più importanti attori della storia civile repubblicana, oggi forse il maggiore riferimento per la rigenerazione morale del Paese, suscitatore di passioni gratuite e di disponibilità a impegni prolungati, ragione di speranza per le nuove generazioni». Non un oggetto vuoto da accantonare, ma un arcipelago di sensibilità da sostenere con senso critico e fiducia. Non abbiamo tanti altri argini in una realtà in cui, come sostiene provocatoriamente la Commissione antimafia nella sua “relazione”, «se la mafia è più debole di una volta, la società è però più mafiosa di una volta».

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