Le riviste


1989-1992: Nella città, Militellonotizie, Via Lattea


di Pina La Villa pubblicato il 23 ottobre 2005

1989-1992. Le riviste: Nella città, Militellonotizie, Via Lattea

A cavallo fra gli anni ottanta e gli anni novanta, continua il lavoro di Nadir (che avvia anche un’attività editoriale con la pubblicazione di testi di taglio antropologico) e si intensifica la collaborazione dell’associazione, e quindi anche di Salvo, col giornale cittadino “Nella città”.

Nascita della rivista

1989. A Scordia il comune avvia la pubblicazione di una rivista bimestrale,«Nella città». Del titolo di direttore si fregiano i sindaci che via via si sono succeduti nel periodo di vita del giornale, cioé fino al 1993 (un paio di numeri usciranno poi nel 1995, ma sarà un’altra storia).

Il direttore responsabile è Rosario Talìo, mentre il progetto grafico del giornale è, a partire dal secondo numero e fino all’ultimo, di Salvatore Agnello; il coordinatore di redazione è Rocco Parisi, il comitato di redazione è composto (almeno per tutto il periodo 1989-1993)da Massimo Avveduto, P. Sebastiano Fagone, Nuccio Gambera, Rocco Parisi, Rosario Talìo. La sede è il municipio, Via Trabia, 15.

Intenzioni

L’intenzione del giornale è di dare spazio alle attività della giunta ma anche alle critiche dei cittadini, senza dimenticare le voci diverse, le diverse forme di espressione e competenze. Ed è quello che farà “con deficiente fedeltà” (come scriverà Salvo) fino ai primi mesi del 1993.

Descrizione della rivista

Nella città è una fonte interessantissima per ricostruire la storia di un paese siciliano in quegli anni. Dal crollo del muro di Berlino a tangentopoli, alla guerra del golfo, il modo in cui eventi di portata internazionale sono “letti” nei villaggi dell’informazione globale, l’impatto che hanno sulla piccola società dei conversatori della piazza siciliana e degli intellettuali -studenti, professionisti, professori - di una piccola città.

Gli eventi locali come sono stati vissuti, nella loro immediatezza, dal terremoto della notte di Santa Lucia, nel 1990 alla tangentopoli locale, alla inaugurazione della nuova sede del liceo cittadino. E l’eco delle beghe cittadine, in cui i conflitti politici diventano conflitti personali e la polemica politica si incontra con il pettegolezzo, e il pettegolezzo usa i toni dell’allusione,dell’ironia.

E poi i giovani talenti: le vignette, le poesie, le analisi politiche, i racconti, le recensioni dei libri presenti in biblioteca.

Nel numero dell’aprile 1991, Antonello Lo Furno registra la presenza in biblioteca di questi testi , usciti fra il 1989 e il 1990): I.F.Stone, Il processo a Socrate, Milano, Rizzoli, 1989; Nando Dalla Chiesa, Dizionario del perfetto mafioso. Con un breve corso di giornalismo per gli amici degli amici, Arnoldo editore, 1990; Luigi Malerba, Il fuoco greco, Arnoldo Mondadori, 1990; Antonio Lubrano, Pronto Diogene? Arnoldo Mondadori editore, 1990.

Il numero dell’aprile 1991 è particolarmente interessante perché rappresenta una fase centrale, ricca e ancora propulsiva del giornale. E’ centrale anche perché reca ancora gli echi del terremoto del dicembre 1990, il terremoto di Santa Lucia.

Il terremoto colpì molti paesi della sicilia orientale, e sul dopo terremoto si giocarono molti degli eventi politici successivi. L’evento acquistò da subito una portata metaforica, quasi una prefigurazione degli anni novanta.

Nell’editoriale uno dei redattori , Avveduto, parla della crisi nel golfo, titolo significativo: Pace e libertà vanno difese (parla anche della caduta del muro di Berlino), mentre Nuccio Gambera ricorda la nascita del giornale, gennaio 1989, con l’invito da parte del sindaco a far parte della “costituenda” redazione. Il titolo dell’articolo è “Ne vale ancora la pena”.

La vignetta di Pippo Sesto, a tutta pagina, è dedicata alla guerra del golfo. Un arabo accoccolato, sullo sfondo nero dei fumi dei pozzi di petrolio, la luna (o il sole?) oscurata, e la scritta “Con la pace nel Golfo, il mondo respira aria nuova!”

Le pagine 6 e 7 sono dedicate al liceo scientifico di Scordia, Ettore Majorana, che cambia finalmente sede.I problemi sono sempre gli stessi, per gli edifici scolastici, in Sicilia. I locali consegnati in pompa magna non sono ancora idonei (l’articolo riporta la notizia che l’aula magna, la palestra e la sala di refezione, sono sigillati dalla magistratura perchè si sta indagando sulla ditta Finocchiaro, che ha costruito questa come altre scuole della zona e che è coinvolta in un ’indagine a causa del crollo della palestra del liceo scientifico di Caltagirone).

Articoli e recensioni del giornale

Nel numero 5, dell’ottobre 1989 una recensione di Nino Bellia a “Le voci fra gli sterpi”, antologia di autori siciliani edita da Nadir (Militello 1989). Il libro nasce da un’iniziativa del Comitato festeggiamenti Maria SS. Della Stella di Militello a cui avevano aderito sette autori : il messinese Elio Tavilla, il marsalese Nino De Vita, la catanese Maria Paola Fisauli, il militellese Salvatore Garufi, la messinese Giuliana Gregorio, il palagonese Rocco Giudice e il comisano Giuseppe Di Giacomo.

In questo stesso numero, un altro pezzo interessante è quello del futuro assessore allo spettacolo (nella giunta di cui farà parte Salvo, nel 1994), Costantino Rizzotto, "Ma il rock mio non muore.Appunti per uno stile dal fascino innaturale".

Si parla poi di : nettezza urbana (editoriale del vice-sindaco e assessore all’ecologia Nicolò Malvuccio); Un anno di attività politico-amministrativa, di Massimo Avveduto; di scuola (Nuccio Gambera, che ha poi una rubrica fissa “Fra storia e antropologia) di “Diversi & uguali” (Salvatore Agnello, che cura la rubrica Società), di religione, (attività etico-sociali); di calcio, di ecologia (l’esperienza di una gita scolastica). Nutrita e vivace la rubrica delle lettere.

Alcune notizie sulla vita politica della città nel numero 8 dell’aprile 1990: Si dimettono sindaco e giunta; un articolo, nella rubrica società, di Salvatore Agnello, dal titolo “Vecchi arnesi, volpi, e cicale mute”, e un altro, di Nuccio Gambera, che apre il giornale con una Lettera semiseria al Sindaco di Scordia, dal titolo “Affari nostri”, danno il senso della vicenda..

C’è poi un pezzo sui divorziati e la chiesa (del sacerdote Sebastiano Fagone) e ancora, come nell’altro numero, la rubrica Il Salvagente, presa dall’Unità.

La rubrica Imago, a cura di Antonello Lo Furno, ospita interventi di giovani scrittori, in questo caso uno politico e uno esistenziale. Lettere (una, gustosa, sulle vigilesse di Scordia che non mettono il berretto). Si finisce con l’ambiente, un articolo di Gino Gambera , “Ancora sul verde”.

Anno II, n. 9, Giugno 1990

Nella rubrica di Lo Furno (Invito alla lettura. Viaggio all’interno del patrimonio librario della Biblioteca Comunale) si parla di “Il maestro e Margherita” di Bulgakov.

Viene ricordato, con un articolo di Massimo Avveduto il primo anniversario della morte di Nicola D’Antrassi, un commerciante originario del Lazio, ma da diverso tempo a Scordia, ucciso la sera dell’11 marzo 1989, con un colpo di pistola da un killer all’ingresso della città, ma nessuno vide niente. L’articolo segnala che ancora il movente dell’omicidio è oscuro, informa che la famiglia del commerciante ha lasciato Scordia e ricorda l’impegno del consiglio comunale a dedicare una strada a D’Antrassi. L’articolo è un esempio di come sta cambiando il modo di affrontare questi temi. Nel ricordare che Scordia non è nuova a episodi del genere, fa però una differenza fra ciò a cui si è abituati da tempo, “fatti di sangue”, “maturati però nel mondo della malavita locale” e altre vicende, come “l’aggressione e il sequestro subiti nel novembre dell’86 dall’allora sindaco Gesualdo Tramontana, solo fortunosamente sfuggito ai malviventi, che lo avevano assalito negli uffici della sua ditta per la commercializzazione degli agrumi, per cause tuttora rimaste inspiegate”.

L’ultima pagina è sui monumenti storici di Scordia.

Gli articoli di Salvo Basso "Nella città"

Il giornale "Nella città" ha, in ogni suo numero, un “pezzo” di Salvo. (non è possibile usare altri nomi per qualificare questi scritti, una volta aforismi, un’altra versi - a volte in italiano a volte in siciliano).

La sua rubrica - o meglio, la sua pagina, il suo spazio - è presente in ogni numero a partire dal primo del 1990.

Dialogo ai vivi

Inizia, nel febbraio 1990, con "Calendiario".Ma nello stesso numero è un racconto a quattro mani (Agnello e Basso) "Dialogo ai vivi", con citazione da Cioran “La mia rivolta è una fede che sottoscrivo senza credervi. Ma non posso non sottoscriverla”. In occasione della morte di Sciascia e di Samuel Becķett.

I frammenti di Calendiario(febbraio 1990, n. 7, anno II, p. 9)sembrano, a una prima lettura, sproloqui, vogliono sembrare sproloqui. E qualche volta Salvo si fa prendere la mano. Ma c’è di tutto in questi frammenti: un grido contro Tv, luoghi comuni, il degrado della politica: da Don Abbondio che si prende la bustarella, alla declinazione della parola perestroika in verbo - “perestroikano” - dai fatti internazionali alla politica scordiota, appassionata alle percentuali delle ultime elezioni. Salvo cita la caduta del muro di Berlino e parla dei programmi televisivi di vendita di prodotti come le ravioliere e i piumoni: “La ravioliera è una cosa decisiva. Cominciamo a telefonare. Questa è una proposta magnifica”.

Tuttavie

Tuttavie, dell’aprile 1990,è uno dei raririssimi, forse unico, tentativi di racconto, surreale, tanto surreale che non ho capito se è uno o sono cinque pezzi brevi, tutti sullo stesso tono e stile: sembrano immagini confuse di film spiazzate poi da ribaltamenti linguistici, tipo: “Suo padre era stato in Europa, ma non ricordava quando e perché. Là aveva conosciuto un’affermatissima giornalista neozelandese che pur non amandolo aveva passato quattro giorni della sua vita con lui, concedendoglieli come limite massimo insuperabile ed abbandonandolo su una spiaggia animata da un solo dinosauro anch’esso in via d’estinzione. Il mare arrivò prima della battaglia che avrebbe segnato il bell’inizio della terza guerra mondiale.”oppure “L’originale pandistelle fu indimenticabile. Ed il documento della cessione delle praterie. Il circo era stato deludente, cherubini giù di tono e trapezisti suicidi”.

Figghimatri

Nel giugno dello stesso 1990, il pezzo è Figghimatri. “Tutto bene, intanto, per il weekend, ma nel resto dei vostri giorni da qui a ciò che vi segna il calendarietto completo ed eterno come può essere solo dio o il tempo o chi ne fa le feci, sarà sempre una battaglia continua....”

E’ il tempo, uno dei temi preferiti di Salvo, che si confonde col problema di Dio (nel senso di crederci o no). Nella stessa pagina, il secondo e ultimo pezzo, torna infatti sul tema: “E’ sempre ed ancora una questione di stile, non c’è che fare. Forse il tempo, questo o quello, sarà una cosuccia affascinante per qualcuno, forse insomma quella che si yes la fortuna di vivere, dunque il tempo. O i tempi. Attenti, attenti: prima di scrivere e prima di pensare. Stare vicinissimi quasi vicini al foglio bianco e al tavolo possibilmente dello stesso colore, così, indistintamente, senza una durezza aggiunta. Chi supera la tartaruga? Ripassiamoci l’indice: allora, innanzitutto bisogna fare la copertina con una donnuda, anzi no stavolta li freghiamo tutti un belluomo magari delon non è troppo vecchio e poi così facciamo vedere sin dalla copertina chi siamo e cosa pensiamo veramente ci stai? Eh ci stai? Ora pensiamo all’indice dopo aver deciso per una copertina nerobianca, per non dispiacere all’avvocato che è sempre meglio averlo amico che nemico. Meglio, pensava, fortemente, schiacciando e pizzando questo pensiero, il socialismo reale dell’occidentalismo reale. Meglio, lo pensava dolorosamente, meglio ceausescu che andreotti, e gli faceva male la testa a furia di pensarlo. Meglio che un treno arrivi giustogiusto, meglio di funari, di amen, di pirrotta. Meglio morire di fame che avere un figlio sequestrato. Basta, la testa si fermava al punto ingiusto. Nel sogno anche lui aveva preso una pietruzza del muro berlinese (messo, purtroppo, alla berlina) e l’aveva rivenduta al figlio di un ik, come ricordo della storia, ricordo tristissimo di un fantasma. (novantuno, settembre-ottobre)

Uocchi

Uocchi, dell’agosto 1990, è un pezzo interamente in dialetto, tre grosse colonne di oltre metà pagina (il resto è occupato da un’acquaforte di Santo Marino, “Abbandono della terra”) senza un accenno di punteggiatura, a parte i trattini.

Letterucce

Autunno, numero dell’ottobre 1990, Letterucce.Chissà cosa gli è successo, in quei due mesi, o quando è stato che ha scritto questo pezzo. Ha abbandonato lo sproloquio, il surreale, quella specie di fuoco d’artificio di non sense che erano i suoi pezzi fino a quel momento. Si è fatto quasi serio, sotto la forma della lettera, anzi delle “letterucce” scritte da posti improbabili e in date anche più improbabili e, mi sembra, prive di un senso chiaro. Anche perché il tempo e i problemi sono quelli, esattamente risalenti al 1990. Primo brano, per esempio.

Il 21 settembre del 1990, moriva Rosario Livatino, il "giudice ragazzino". Aveva 38 anni, abitava a Canicattì, provincia di Caltanissetta, e lavorava ad Agrigento. Venne ucciso da tre killer provenienti dalla Germania mentre andava al lavoro con la sua auto, sulla statale 640 fra Canicattì e Agrigento. Aveva fatto confische di beni patrimionali mafiosi per miliardi. La mafia locale non glielo perdonerà. La sua storia è nel libro di Nando Dalla Chiesa "Il giudice ragazzino" Einaudi, 1992.

La nostra (mia, dei miei amici, insomma di quelli che c’erano allora) storia, alla notizia, è nelle parole di Salvo Basso, scritte qualche giorno dopo e pubblicate in queste Letterucce: E’ leggendo lui che ho di nuovo ricordato.

"Nuova Iorc, dicembre 1957. Ti scrivo che non c’è niente da scrivere. E non è vero. E’ successo e succede tutto. Di tutto. La crisi del golfo qui ha scioccato tutti. Soprattutto i petroliferi. Io abito ancora sul mare, in quella casa che anche tu hai visto una volta, e già sento i venti di guerra. Il deficit è il solito. Ho ragione: non succede niente. Intanto hanno impallinato e infuneralato un giudice giovane o giovanissimo.Sono stati mafiosi. O politici. Non li prenderanno mai. Non guardo la televisione. Credo sia inutile, ormai. Preferisco scriverti. Senza rabbia, constato. Senz’ira. Questo governo non mi piace. Del resto non mi piaceva neanche l’altro. Parlano, parlano. Ci fottono. Ci esequiano. Li lasciamo fare. Il mio vicino di casa, migrato anche lui, ma abruzzese, mi dice cualuncuista.Anche lui ha le sue santissime ragioni. Ma questi, cristo, questi chillerazzi, nazisti, staliniani, senza pietà, questi figli di bbottanissima. E’,tu lo sai bene, la tristezza di chi scrive perché non sa e non può far niente. Di chi non crede agli eroi, sapendo che esistono ancora, stupidi, stupidissimi." Il pezzo successivo inizia con “Canicattì, ottobre 1973”.Probabile allusione alla morte di Livatino, ma non solo: “Ognuno è solo, o giù di lì. Il sarto mi ha confezionato un vestito nuovo bellissimo. Appena vieni conto di mostrartelo”...

Sottotitoli

Nel numero di dicembre del 1990 il titolo è Sottotitoli, autore risulta Salvo La Rosa. Chi è Salvo La Rosa? Salvo La Rosa è un popolare presentatore televisivo di una rete locale, ambisce a imitare Pippo Baudo, anzi è un incrocio fra Pippo Baudo, Maurizio Costanzo e Enzo Papi (per la giovane età e il fisico). Insomma l’emblema del televisivo più superficiale.

Perché Salvo si firma così? C’era qualcosa in scritti precedenti che per il momento mi sfugge, qualcosa che aveva a che vedere con l’identità dell’autore e/o con Salvo La Rosa.

In questo pezzo brevi prose, alcune in dialetto, quasi degli scioglilingua: “taspagnitaspagniapparrari”?

Ultimo frammento: “torna, ri-torna Battisti? Ma chi glielo fa fare? Torna, ri-torna? Per farsi intervistare da Mollica, da Costanzo? Torna, ri-torna?”

Chiantamu Focu

Chiantamu fuocu, letteralmente facciamo divampare un fuoco, accendiamo la miccia, è una tipica espressione dialettale.(Ho trovato il riferimento a Salvo La Rosa, era quindi una specie di scherzo, che ora si chiarisce: “Timidissima crisi d’identità...La tessera...Sono o non sono Salvo La Rosa?”) Alcune osservazioni sparse: il mondo di Scordia guardato con occhio benevolo e spietato al tempo stesso (può essere? Può essere, Salvo ci riesce. Es:”Bbartulu ficia a mostra/ e nuddu cci iu a vidilla./ Si cunfidau ccù Cicciu./ E Cicciu pinsavu a unu...pigghiau u libbru...apriu...paggina sittantanovi...liggiu:«...l’acquistar poi gloria presso gente come quella che ci sta attorno, è cosa vana. E allora?...sopportare la loro compagnia e farsi in disparte il più possibile.»...Era Marc’Aurelio...bbravu carusu...”.

Fra le altre cose in questo scritto Salvo pone il problema dello scrivere in siciliano ( e lo riconduce direttamente al problema dello scrivere tout court, e (o?) dell’essere (“picchi’ scrivu nsicilianu? Ma iu sugnu sicilianu”). E poi c’è il signor Buja, il pensionato davanti alla Tv, innamorato della Milo, poltronescamente sportivo. C’è una simpatia in questo ritratto, che spiega tutto il rapporto di Salvo con Scordia.

Agghiacciamenti di primattina

Nel numero del 1991 la pagina di Salvo ha per titolo Agghiacciamenti di primattina (Nella Città, anno III, N° 14 Aprile 1991) p. 10

"c’è un’infanzia mortamente affamata nel vertice malato di questo settembre. La volontà, agghiacciata in frigo, è la mia sola condanna"

"se passa un giornino di quelli che pioggiano il cielo - vedrai, amore, mio amore, che amore ti faccio provare"

"mi sorprende (come se non fossi morto) turbare la quieta vigilia del campo (che benedirò neanche fossi un prete pagano), bocciare questo sole estenuante"

"mi stanco. Neanche scrivessi poemi o endecasillabi. Sarebbe più opportuno programmare meno di una parola al giorno. Ci pensi? Felice e spoetato."

"debolissimamente varo la nave del giorno in quest’acqua di luce che affonda le pareti"

Aforismi, frammenti, espressioni riuscite. Ma qui si tratta già di versi, quasi una naturale trasformazione dalle brevi frasi, dai frammenti pubblicati fin qui sul giornale ai versi che pubblicherà in questi stessi mesi su Via Lattea, rivista catanese di poesia e letteratura.

’Nte ruvetti

Salvatore Garufi, con cui Salvo aveva organizzato alcune iniziative di Nadir a Militello, aveva dato a una raccolta di poesie sue, di Salvo e di altri poeti il titolo “Le voci tra gli sterpi”, quasi a misurare la distanza (la superiorità) degli intellettuali di provincia (loro) rispetto agli altri. Salvo dice invece “nte ruvetti”, dentro le sterpi, cioé. E stavolta sono tutte poesie, nessun camuffamento prosastico. Ce ne sono in lingua e in dialetto. Il titolo del pezzo viene da questi versi:ricorditillu:/ u santu tintatu/ s’abbia ’nte ruvetti.

C’è qui anche una delle più belle poesie d’amore di Salvo: “ma noi, mio bellamore,/che ci siamo raccontati tutto/ tutto l’uno dell’altra/ l’altra all’uno/ noi (mio bellamore)/ che ci siamo seguiti/ lumacanti/ con la grazia delle improvvise deviazioni,/ ma ripresi/ e riprendendoci.../ come questi versuzzi/ che vecchio/ ti dedicherò"

Alcuni dei versi, o delle atmosfere o dello stile, verranno ripresi nelle raccolte "Quattru sbrizzi" e "Dui".

Senza titolo

Nel numero 17, ottobre 1991, la parte riservata al titolo è vuota, sotto c’è “di Salvo Basso”, il tutto incorniciato in nero.

“Stavolta, come tutte le altre volte, cerco la svolta buona”

“l’idea che voglio dare è proprio quella di una scrittua scrittura quasi in diretta, in parziale differita” “Invece continuo. Come se fosse più forte di me. E non lo è. Sono io che sono più forte di...di cosa?”

Salvo cercava e sperimentava ma mi sembra che già in questi versi ci sia riuscito, a dare l’idea della scrittura in diretta...

Tincu

numero di agosto 1991. Titolo "Tincu". Si tratta di cinque pensieri distinti e numerati, ma numerati così: (Unu) tema la guerra; (dui) tema l’unione sovietica, Gorbaciov; (tri), tema la droga; (quattru), tema la Slovenia che si vuole seprarare; e poi (tincu), tema la scossa di terremoto della notte di Santa Lucia. Si tratta di tentativi di immedesimazione in altri (nel caso del terremoto lui ha moglie e figli e sta una settimana fuori e riflette sulla convenienza di farsi trovare pronto, confessato, dalla morte). Forse ancora più chiaro, o più oscuro, nel secondo caso, l’unione sovietica, in cui sembra che a parlare sia lui o un vecchio militante comunista, che aveva creduto veramente nella Russia sovietica e ora, con Gorbacev si trova spiazzato.

Perduti ritrovamenti

Nello stesso numero dell’agosto 1991, c’è un altro scritto di Salvo, “Perduti ritrovamenti”, che testimonia dei suoi interessi e della sua vita, le sue amicizie. Lo immagino nella assolata piazza di Scordia vicino alla biblioteca e al palazzo comunale, nel palazzo dove qualche anno dopo l’assessore Claudio Parisi organizzò una mostra di arte contemporanea che prevedeva la dispersione per tutte le stanze di arance marce. Dice di scrivere nella sede dell’associazione Nadir “con il ventilatore acceso, ed una collega che disegna” (il pezzo è infatti dedicato ai suoi colleghi che lavoravano a sistemare i libri di Palazzo Modica: Lucia Agnello, Fiorella Blanco, Sara D’Agosta, Gianni Di Mauro, Angela Lo Presti). L’incontro con questi libri è “di quelli che disordinano una vita”. “L’annuncio di una scoperta. Trovamenti, dunque e ritrovamenti. Fili che muoiono, altri che risuscitano[...] piramidi di emozioni[...] Uno sfarfallio di mani[...]Il lavoro, il nostro lavoro è stato ed è anche questo [...] Qui io vedo io tocco la storia. E’ qui. Nelle nostre mani. La tocchiamo la facciamo. Registriamo fotografiamo cataloghiamo. La storia al nostro servizio. I padroni della storia. Il possesso dell’istante.”

Insomma l’esperienza al palazzo Modica è di nuovo occasione di una riflessione sulla morte e sulla vanità.

quattru sbrizzi

Dicembre 1991: quattru sbrizzi. Il pezzo ha il titolo che poi Salvo userà per la sua prima raccolta di poesie pubblicata da Nadir. Ma mi sembra che pochi versi siano stati salvati, a parte il titolo.

Riperdimenti

Sono le pagine (stavolta due) più interessanti fra quelle scritte per il giornale “nella città” , nel numero in cui si annuncia la chiusura dello stesso giornale. Il titolo è Riperdimenti.

La citazione iniziale è tratta da Pisarev (Dmitrij Ivanovic (1840-1868) critico russo, prestigioso esponente dell’intellighenzia radicale e nichilista. Contro "l’arte per l’arte" chiamava a un ideale di arte utile e soprattutto a una più ampia diffusione di una cultura su basi scientifiche, l’unica in grado di eliminare i dislivelli sociali)

"Il vero poeta, il poeta utile, deve conoscere e comprendere tutto ciò che, in un dato momento, interessa i rappresentanti migliori, i più intelligenti e i più istruiti del suo secolo e del suo popolo." "...essere poeta senza essere nello stesso tempo un realista profondo e cosciente, è assolutamente impossibile. Chi non è realista, non è poeta, ma semplicemente uno sprovveduto o un abile ciarlatano o ancora un minuto moscerino intriso di amor proprio." (Pisarev)

Nel secondo pezzo di "Riperdimenti" Salvo riporta un artcicolo trovato su un giornale dei primi del novecento. Parla dell’assassinio di un giovane, Jean Granelet, ucciso, come dice l’autore dell’articolo, per burla. Salvo riporta questo fatto di cronaca e soprattutto l’articolo perché a un certo punto l’autore dice: "segno dei tempi!". E’ una banalità, e con questa banalità Salvo ritiene che l’autore dell’articolo abbia di nuovo ucciso il giovane. Non esistono fatti che sono segni dei tempi, dice, esistono i tempi, i fatti e il loro manifestarsi. . "In realtà nessun tempo - è evidente - ha alcun segno preciso. I segni, tutti imprecisissimi, sono gli stessi, per tutti i tempi - e lo saranno, per sempre (dico per l’eternità - se l’espressione ha un senso per qualcuno dei miei lettori). e i segni (tutti i segni, ugualissimi, di tutti i tempi) non hanno bisogno, pur essendo ontologicamente imprecisi, di nessuna chiave ermeneutica speciale, che non sia il loro stesso manifestarsi. Non sono - è evidente - per un rifiuto del tempo, semmai per una glorificazione (non adorante, semmai fatalisticamente e scetticheggiantemente rassegnata) di esso. La trasformazione delle forme delle manifestazioni non ne altera la più intima essenza (l’essere loro stessi, e non altro)".

Non c’è, in questo testo, solo il rifiuto della superficialità, o il fastidio per la banalità di certe espressioni e di quello che significano - che significano per capire la testa di chi le dice - ma anche una riflessione che è culturale e in primo luogo etica. Salvo sembra essere contro la tendenza ad astrarre e ad affermare verità generali che si pretendono valide per tutti, e che non sono altro che semplificazioni inautentiche che servono solo a chi vuol fare bella figura e non sforzarsi di capire la realtà. Salvo rivendica la particolarità, il rispetto che si deve a ogni vita e a ogni fatto per se stesso.

L’esperienza della collaborazione di Salvo al giornale del comune di Scordia “Nella città” sta per finire, questo è l’ultimo numero e l’ultimo scritto di Salvo per i giornale. La citazione da Pisarev è quindi importante sia perché connota tutta l’esperienza che lui e Agnello hanno fatto sia perché sembra anche il frutto di questo impegno, cioé Salvo ha maturato nel corso della collaborazione, durata più di due anni, quella che sarà la sua attività anche dopo: poeta, si, ma un poeta “utile”, impegnato nella vita politica della sua città.

Evoluzione

Conclusione a cui si può arrivare anche guardando all’evoluzione delle scritti di Salvo. Salvo passa dal tono surrealista dei primi scritti, a precisare , nei frammenti diaristici, uno stile e un contenuto attento alla vicenda storica e politica, sia a trovare sempre più il coraggio di proporre i suoi versi, anche questi più distesi, più chiari, e, man mano, sempre più in dialetto, fino a pubblicare, nel dicembre del 1991, alcuni versi che saranno poi presenti nella prima delle raccolte poetiche, Quattru sbrizzi.

La chiusura del giornale

La chiusura del giornale è l’occasione per fare bilanci e anche un po’ di storia. Bilanci in cui si misura lo stile ormai maturo e il ruolo che la partecipazione al giornale ha avuto in questa maturazione.

Salvatore Agnello, che scrive l’editoriale dell’ultimo numero, racconta che il giornale non solo chiude ( e su questo si pronuncerà più chiaramente un altro articolo più avanti) ma ha avuto difficoltà anche nel corso del 1991:

“Non possiamo che rammaricarci, come abbiamo fatto in passato, del peccato di malgoverno - non l’unico né il più importante - con la mancata previsione nel bilancio 1992 delle somme necessarie all’acquisto della carta”.

Forse il giornale non è stato in grado di affrontare tempestivamente gli eventi di tangentopoli (quella locale e quella nazionale probabilmente)e per questo è attaccato dall’amministrazione e dell’opposizione. Agnello si deve scusare, pur non essendone convinto:

“la realtà da qualche tempo corre assai più veloce delle scadenze e delle formalità burocratiche, e nessuno può provare ad inseguirla sul dorso di una tartaruga.”

Salvatore Agnello ha fatto parte del comitato di redazione e si è occupato del progetto grafico e dell’impaginazione. Il suo personale bilancio:

“Non è stato facile convivere serenamente con responsabilità non proprie continuando a spendere tempo e talenti per un’attività tanto vilipesa. Ma è stato questo anche lo stimolo più interessante, almeno per chi scrive, a partecipare ad una esperienza intellettuale e civile il cui svolgimento ha rappresentato, a confronto con l’assenza (nel gennaio 1989) di iniziative editoriali locali sul versante giornalistico, un tentativo a suo modo originale di dialogo di parole e di scrittura il più aperto possibile con la città”

Elitaria a volte l’esperienza e l’attività di Nadir, ma immersa nella città e nella stessa durezza dei rapporti politici quella del giornale. Ed è quest’ultima, probabilmente che ha fatto maturare entrambi dall’idea alla pratica di una cultura concreta della città e del territorio.

Lo specchio

Il bilancio di Salvo è in uno dei pezzi più belli di "Riperdimenti" e lo affida alla metafora dello specchio:

“In occasione della chiusura di questo giornale mi è stato amichevolmente, ancora una volta, chiesto, di scrivere qualcosa...Ed ho accettato, per l’ultima volta...Avevo intenzione, ma poi m’è venuta meno la volontà, di tentare di fare una sorta di minicronistoria delle attività ’giornalistiche’ negli ultimi 10 anni a Scordia; ma ritrovare, nel disordine del mio archivietto, le collezioni scollezionate...sarebbe stata un’impresa...

Ho desistito...Avevo poi cominciato a fare una specie di "Spoon River" di Scordia, con tanto di lapidi, nomi e cognomi. Ho desistito...Avevo poi tentato una cosa alla Michele Serra (vedi "44 Falsi", Feltrinelli), con un falso Gambera, un falso Avveduto, un falso Amore, un falso Agnello...Ma ho desistito...

In realtà non ho niente di nuovo o di particolare da dire in merito alla questione-giornale, e andrò, forse ripetitivamente, a braccio (o a gamba, o a collo). Questo giornale - storia, contenuti, obiettivi, etc...- è stato e continua ad essere, pur, qui, in fin di vita, esattamente quello che è stato ed è. Nel sogno di qualche animuccia bella e pia il prodotto di una società, cioè un suo specchio, per dire, può essere notevolmente diverso (cioè migliore) della stessa società che lo produce. Questo giornale invece ha rappresentato giustamente ed esattamente lo stato delle cose di questo paese, per qualche anno. Lo ha fatto con deficiente fedeltà.

Paradossalmente le accuse di tutti i suoi critici erano i migliori complimenti possibili, perché erano vere, ma dovevano essere interpretate al contrario. Schopenhauer diceva della filosofia di Hegel che "il suo contenuto" si riduceva "alla chiacchera più vuota e più priva di senso di cui mai si siano pasciuti gli imbecilli" e che la sua filosofia era "il più disgustoso e più assurdo dei guazzabugli, tale da ricordare anzi il delirio dei pazzi". Cose, pressappoco, anche meno affettuosamente sentite a proposito di "Nella Città" ( e di altri giornali editi a Scordia negli anni scorsi). E cose, si badi bene, verissime, più vere del fatto che questo è vivaddìo l’ultimo numero del giornale (di questa gloriosa esperienza giornalistico-intellettuale-socio-economico-politico-storica, direbbe, biscardianamente, qualcuno...).

Il problema è quello dello specchio: non ci piaciamo, sappiamo di non piacerci, ma guai se qualcuno ce lo ricorda, guai se qualcuno, con aria innocente, o con la sensazione (falsa) di farci un favore, ci porge uno specchio: "taliati"...Ecco..."Nella Città" è stato questo specchio”.

1991-1992 Militellonotizie

Nello stesso periodo in cui Salvo scrive sul giornale “Nella città”, le sue poesie vengono pubblicate anche su altre riviste, di poesia e non. La collaborazione al giornale “Militello Notizie”, mediata da Salvatore Garufi, va dal gennaio 1991 all’ttobre 1992, con quattro interventi.

Copertina di carta rigida, colorata, il sottotitolo di “Militello Notizie” è “Rivista periodica trimestrale”. Il direttore responsabile è lo stesso di “Nella città”, Rosario Talìo, il direttore è il sindaco, o meglio i sindaci, tre nel corso di due anni, di Militello. La redazione è composta (per tutto il periodo di uscita del giornale) da: Salvatore Garufi, Bettino Medulla, Salvatore Portuso, Nello Ragusa, Paolo Ruggeri. Fra i collaboratori più assidui (a parte Salvo negli ultimi tre numeri): Umberto Amore, Sebastiano Di Fazio, Rocco Giudice. Progetto grafico e copertina di Salvatore Di Fazio. Direzione, Redazione e amministrazione: sede municipale, Piazza Municipio, stampato dalla tipolitografia dei F.lli Zappalà a Gravina di Catania, autorizzazione del tribunale di caltagirone n. 4/85 del 10 Dicembre 1985.

Il giornale ha alte ambizioni culturali, alcuni articoli rovistano negli archivi storici alla ricerca di eventi e personalità di rilievo per la storia della città. C’è la parte dedicata alla trasparenza delle operazioni del comune (un numero reca anche il reddito dichiarato dai vari consiglieri comunali): bandi, risultati delle elezioni, promesse di sindaci e assessori. C’è anche un “Supplemento terremoto” nel numero di Gennaio del 1991 sui danni causati dal terremoto di Santa Lucia con le relative discussioni e delibere in consiglio comunale e corredo di foto anche delle visite e delle riunioni con illustri rappresentanti politici.

Si avvale inoltre delle immagini dei quadri di Santo Marino, per le copertine e anche all’interno.

Su “Militello Notizie” Salvo scrive solo tre pezzi, in tre degli ultimi quattro numeri, in pratica tutto il novantuno. Nel numero del gennaio 1991 Salvo scrive due poesie. La prima è sul tema d’obbligo per i collaboratori esterni di Militellonotizie, cioé il proprio sguardo sulla città e Salvo - presentandosi come digiuno di storia e di erudizione - non può far altro che raccontare le sue sensazioni e i suoi pensieri guidando la sua auto sulla strada Scordia-Militello. La seconda è dedicata a Salvatore Garufi, e parla della comune attività, la scrittura, cioé uno dei temi che saranno più frequenti nella sua poesia. Il 13 marzo 1991 moriva, investito da un treno in un passaggio a livello incustodito, il pittore Santo Marino, nato a Militello il 7 novembre 1924. Suoi i dipinti delle copertine di Militello Notizie. Pittore molto conosciuto e apprezzato soprattutto negli anni settanta, sue opere si trovano nelle gallerie d’arte moderna di Varsavia, Palermo, Bagheria, Berlino e a Dresda, ma soprattutto alla galleria Cavallotto di Catania.

["espressionismo mediterraneo può dirsi la pittura di Santo Marino che vive con oppressione i tempi sociali ed epici della Sicilia contadina . Espressionismo di matrice neorealista,che ha prigine sia nei murales messicani che nell’idea angosciata dei nordici.Quando Rivera e Siquerios entrano nel territorio dell’artista,la sua pittura,grumosa e sanguigna,di fondi rossi e neri,raggiunge toni di amara epopea. Marino, quasi mai riesce ad essere lirico, nonostante insista in visioni di campi e di elementi vegetali . Il suo essere è nella tragedia iscritta nei volti e nei corpi umani,nello stesso eros che permea le sue tele " (Bonanno). "gli stessi colori dei giardini , quei rossi che esplodono dal bruno del fogliame , hanno la salda fermezza di una disperazione antica "(Sebastiano Addamo) " è da una condizione di solitudine che nasce la pittura di Santo Marino,tanto più che egli liberamente tale condizione ha scelto restando in Sicilia,nel suo paese . Condizione difficile: una scelta senza coraggio, e con molta speranza "(Leonardo Sciascia). Ancora secondo Sciascia, i suoi disegni hanno " uno svolgimento coerente, senza cedimenti alle novità ed alle mode " e per Frosini, i suoi quadri sono " tutti segnati da una precisa violenza pittorica, a cui fa da contrasto e da compensazione la gentilezza d’animo, la bonarietà dei modi,la modestia di vita dell’artista " . Per Bonaviri, i suoi soggetti preferiti sono " contadine dal viso scavato,.....facce sfigurate da un grido di rivolta,aggruppamenti di teste ed occhi....., evanescenti figure di prelati..., contadini raccoglitrici d’ ulive, paesaggi contadini..... " ]

Salvo riprende nel luglio del 1991 e si tratta di di una poesia dedicata al pittore da poco scomparso e che lui aveva frequentato. “A Santo Marino”, in una poesia sulla quale ritornerà altre volte, rimaneggiandola ma lasciando i primi versi: “Ehi, Santo, immortalissimi siamo./Anzi immortalissimo sei”, e gli ultimi “L’ultima vota ca ti visti, a Scurdia, ti scurdasti a sciarpa rrussa ntà seggia rrussa - poi ti scurdasti i campari...” L’ultimo pezzo è dell’Ottobre 1991 e il titolo è “Lugliuzzu”. Stavolta è prosa, come in “Nella città”, la prosa di Salvo, densa, fulminante, immediata e ironica. La situazione e i pensieri sono quelli di una mattina di luglio, l’oggetto è il poeta (Salvo), episodi, immagini della sua vita come spunti di riflessione.

Via Lattea

La rivista semestrale di letteratura “Via Lattea” è stata pubblicata per qualche anno (1988-1995) a Catania.Direttore Editoriale Benedetto Macaronio; direttore responsabile Claudio Fassari; Tra i redattori costanti nel tempo Renato Pennisi e Salvatore Cataldo. Rivista raffinata, semplice ed essenziale nella grafica (azzurro della copertina, scritte bianche, pagine curatissime) e nei contenuti: poche pagine, interventi critici, prose, poesie di autori per lo più siciliani, fra cui Nino De Vita, Valerio Magrelli, Rocco Giudice, Corrado Peligra, Renato Pennisi. "Su Via Lattea Salvo pubblica solo poesie in italiano: cinque sul numero 7 del gennaio-giugno 1991, quattro sul numero 10 del luglio-dicembre 1992, mentre sul numero 15-16 del 1995, numero speciale curato da Salvatore Cataldo interamente dedicato ai giovani poeti siciliani, Salvo Basso pubblicò otto poesie tratte dalla raccolta inedita Il principino delle nuvole, unico poeta della raccolta che non aveva ancora pubblicato in volume".(Renato Pennisi, "Salvo Basso e le riviste" in "La figura e le opere poetiche di Salvo Basso", Prova d’autore,2003]

E’/ che me ne vado a letto/ con i tuoi occhi addosso -/ e senza parole, solo pensieri./ Il nostro/ sarebbe stato, il mostro, un/ grande amore. Bastava/ essere diecicentimetri più alto,/ venticentimetri più/ bello. E non sarebbe/ bastato. (Io, a te, ti amo come sei./ E non sarebbe bastato)./

Ritorna al formato normale

Stampa l'articolo