La perdita dell’indipendenza



di Sergej pubblicato il 11 marzo 2021

Con la Seconda guerra mondiale l’Italia perdette l’ "innocenza" (se mai ne ha avuta una), che era poi connessa al pensiero nazionalistico e risorgimentale (tutti gli "eroi buoni" del Risorgimento).

Diventata Stato d’occupazione, Stato occupato a libertà vigilata, democrazia senza libere elezioni dato il divieto di almeno un partito (Il PCI) all’accesso alla "stanza dei bottoni" [1]; anche la sua economia (oltre al suo territorio: vedi Sigonella e le altre basi di occupazione) era a regime vincolato. C’è però un punto della nostra storia recente che è particolarmente indicativo.

Nel giro di pochi mesi si giocò l’indipendenza industriale dell’Italia nata dalla Grande Sconfitta; sembrerebbe quasi ci sia stato un attacco concentrico contro la possibilità di uno sviluppo autonomo industriale da parte dell’Italia: l’uccisione di Mattei, la defenestrazione di Ippolito (e del piano nuclearista italiano), la morte di Mario Tchou di Olivetti… Da allora non mi sembra che l’Europa sia mai riuscita a risollevarsi (Olof Palme docet) a parte inginocchiarsi al pensiero unico del neoliberismo.

Se ne parla anche in un articolo di Lucio Russo pubblicato ora su Anticitera. E nel video che come protagonista la deputata dell’europarlamento Manon Aubry.

Articolo che segue La pandemia quale perduta occasione.



[1] Espressione di Nenni, leader del PSI, quando lo stesso limite fu posto al PSI prima dei governi di centro-sinistra.

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