Coronavirus e scuola


Le proposte USB: anno scolastico chiuso al 6 marzo, no studenti respinti o con debiti


di Redazione Lavoro pubblicato il 1 aprile 2020

La situazione di crisi

Da quando l’emergenza COVID-19 è iniziata, abbiamo detto con chiarezza che il modo in cui il MIUR l’ha affrontata non è accettabile. Aver scelto di utilizzare la Didattica a Distanza (DAD) come modalità principe per gestire il grave problema della sospensione delle attività didattiche ci è sembrata una scelta inadeguata. Pochissime in Italia sono le scuole che già la praticavano e ne conoscevano limiti e pregi; grandi le differenze su scala nazionale e locale nella disponibilità degli strumenti necessari per attuarla; diverse le tipologie di studenti e quindi la loro capacità di utilizzarla in modo proficuo; difficile programmare come utilizzarla con gli studenti fragili, in primo luogo i disabili e quelli con disturbo dell’apprendimento. Moltissime insomma le difficoltà ad attuare un passaggio dalla didattica tradizionale a quella on line. Non possiamo poi dimenticare che mai si è svolta una reale riflessione comune del corpo docente sulle ricadute pedagogiche della DAD, che come ogni strumento a distanza e legato alle tecnologie è tutt’altro che neutro. Il MIUR ha invece deciso di forzare la mano su questa scelta, con l’evidente obiettivo di non dichiarare le scuole chiuse, ma semplicemente l’attività sospesa. Le nostre perplessità sono in primo luogo legislativo-sindacali: la DAD non è prevista né regolata in alcuna parte della normativa scolastica, né lo è il suo utilizzo da parte dei docenti, cosa che ha permesso ai Dirigenti Scolastici di interpretarne l’utilizzo nei modi più disparati. In secondo luogo pedagogiche: la DAD ben si presta ad una didattica del prodotto finito, “della pillola di sapere”, della superficialità, come possiamo pensare che sia uno strumento atto a sostituire il rapporto vivo in presenza, il dialogo in aula, lo scambio continuo?

Sottolineiamo il fatto che la questione del digital divide e dell’aumento delle disuguaglianze è quella a nostro avviso centrale. Citiamo, a tale proposito, solo alcune delle categorie cui fa riferimento la Garante per l’infanzia e l’adolescenza nel suo documento del 27 marzo, le quali subirebbero in modo più acuto l’aumento della disparità sociale prodotto dalla DAD e il cui diritto allo studio sarebbe di conseguenza leso: i bambini e i ragazzi con disabilità, quelli in condizione di povertà economica, educativa e marginalità sociale, i minori stranieri non accompagnati, i minori segnati dall’epidemia e molte altre categorie così ben descritte nel documento. Come garantiamo il diritto allo studio di questi studenti? Sappiamo bene che le misure messe in atto dal MIUR non sono in grado di colmare le enormi disparità che affliggono alcune fasce sociali, alcune famiglie, alcune scuole.

Le indicazioni vaghe del Miur, causate dall’evidente vuoto normativo di cui non si è voluto prendere atto, il continuo richiamo all’autonomia e alle prerogative dirigenziali del DS hanno poi dato spazio alle più diverse interpretazioni dei dirigenti scolastici di cosa sia la DAD e di come applicarla, con ampio ricorso a forme di comunicazione non ufficiali, all’improvvisazione, a imposizioni inaccettabili e non suffragate da alcuna norma nei confronti dei docenti.

Ancor più grave appare la volontà di continuare a valutare gli studenti con gli strumenti della DAD. Anche qui il problema è duplice: sotto il profilo normativo non esiste la possibilità di valutare a distanza nel sistema italiano d’istruzione e non esistono indicazioni comuni su come farlo; ma, ancor più grave, la valutazione appare così completamente sganciata da un reale percorso didattico ed educativo, dalla relazione docente/discente, dalla scuola vera, che si fa in classe.

Ancora, va detto con chiarezza che il MIUR non ha messo a disposizione delle comunità scolastiche degli strumenti per la DAD pubblici ed uguali per tutti, limitandosi ad indirizzare le scuole verso le piattaforme dei grandi gruppi multinazionali che gestiscono la rete, con cui ha peraltro stretto accordi, i cui contorni normativi ed economici non sono chiari.

Nelle settimane passate abbiamo continuato a denunciare la situazione di pericolo cui è stato esposto il personale ATA, in particolare i Collaboratori Scolastici, i quali sono stati costretti a recarsi a scuola, dopo le operazioni di pulizia straordinaria e di “sanificazione” (che sanificazione non è stata, essendo stata effettuata con strumenti inidonei e da personale non specializzato), sebbene su turnazione, per le eventuali “attività indifferibili”, che le note MIUR non hanno definito e sono quindi state definite in autonomia dai DS di volta in volta. Noi riteniamo e diciamo con chiarezza che a scuola non esistono attività indifferibili, non essendo la scuola un servizio essenziale. Il solo motivo per cui questi lavoratori sono stati esposti al rischio di infezione è stata la volontà che le scuole non fossero chiuse e fossero solo sospese le attività didattiche, proprio per dar modo ai docenti di portare avanti la DAD. Questa è una grave responsabilità che pesa sulle spalle del Dicastero dell’istruzione.

La nostra proposta

Alla luce di questa grave situazione USB scuola propone:

1. Che l’anno scolastico sia dichiarato concluso al 6 marzo 2020 e che le valutazioni utili per l’ammissione all’anno successivo siano quelle del primo periodo, al massimo calibrate con quelle già raccolte durante il secondo periodo, soprattutto in quelle scuole che hanno una scansione in trimestre e pentamestre, questo in considerazione del fatto che le attività didattiche sono ufficialmente “sospese” e dunque qualsiasi attività sostitutiva, dal 6 marzo, non ha valore legale;

2. Che si dia chiara indicazione circa l’impossibilità di respingere gli studenti e di assegnare debiti a settembre, a causa della evidente lesione del loro diritto allo studio;

3. Che si dia indicazione precisa che la eventuale prosecuzione della DAD deve avere la funzione di mantenere aperto un dialogo e un rapporto educativo con bambini e ragazzi isolati socialmente e quindi in evidente difficoltà;

4. Che si mettano a disposizione delle comunità scolastiche strumenti comuni, “pubblici” e gratuiti per la gestione dell’emergenza;

5. Che si normi la questione degli esami di Stato, in prima istanza programmandoli per giugno/luglio, come da calendario; nel caso si riconoscesse l’impossibilità di svolgerli nei tempi canonici, si decida o di sospenderli per quest’anno, utilizzando le valutazioni a disposizione per il voto finale, oppure di programmarli agli inizi di settembre, sui programmi effettivamente svolti;

6. Che si programmino tempi di recupero del programma non svolto quest’anno, tra settembre e ottobre, per tutte le classi non terminali;

7. Che si chiudano definitivamente le scuole, riconoscendo che non esistono attività indifferibili.

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