L’epidemia che sposta l’asse della storia


Nei luoghi di lavoro l’aria si è fatta rarefatta e plumbea, i luoghi della cultura sono chiusi, dalle scuole alle università ai musei.


di Redazione Lavoro pubblicato il 11 marzo 2020

Complicato immaginare in questo momento qualche indicazione di azione sindacale, oltre quelle che le categorie e le strutture USB stanno già sostenendo. L’attenzione a garantire i diritti dei lavoratori, la denuncia di ogni tentativo di utilizzare l’emergenza per ridurli, le raccomandazioni a che si prenda la scienza e non il chiacchiericcio da bar come parametro di valutazione della situazione, la forte e tenace denuncia delle responsabilità pregresse e attuali sullo stato della sanità pubblica, sulle aziendalizzazioni, privatizzazioni, sottomissioni al pareggio di bilancio, smantellamenti del pubblico a favore del privato, inutilità del privato in situazioni di emergenza, regionalizzazione, ecc. ecc... sono tutto ciò che sappiamo e abbiamo sempre gridato con forza e che oggi si conferma platealmente vero, senza che nessuno possa contestare la giustezza della nostra analisi e delle nostre lotte conseguenti.

Siamo però costretti a limitare per il momento alla denuncia, attraverso la comunicazione, la nostra azione sindacale. Pressoché impossibile immaginare mobilitazioni di massa a sostegno delle nostre ragioni.

Nei luoghi di lavoro l’aria si è fatta rarefatta e plumbea, i luoghi della cultura sono chiusi, dalle scuole alle università ai musei. C’è una disposizione ancora più accentuata alla soluzione personale che si innesta su una tendenza all’individualismo e all’egoismo sociale che abbiamo più volte posto al centro delle nostre riflessioni e che non potrà che consolidarsi nell’immediato.

Siamo come sospesi in una bolla che vorremmo rompere ma che non ci offre nessuno spazio per farlo. Solo laddove la situazione produce paura e rabbia collettiva, come nelle carceri, allora la rottura avviene e la repressione è violenta, determinata e incomprensibile se addirittura in Paesi sempre rappresentati come il peggio che esista, vengono mandati ai domiciliari decine di migliaia di detenuti proprio per evitare il dilagare del contagio, come in Iran.

C’è, ed è evidente, una pulsione autoritaria in nuce, nascosta sotto l’afflato dell’unità nazionale e della denuncia di chi osa denunciare ritardi, responsabilità, approssimazione e l’inesistenza dell’Unione Europea e chiede invece garanzie e tutele non solo sul piano della salute ma anche su quella del salario, della conservazione del posto di lavoro, di chi insomma non intende abdicare al proprio diritto di critica e di azione.

Si sta rilevando esatta l’analisi secondo cui il sistema capitalistico non potrà che distruggere se stesso. È quello che sta avvenendo, non attraverso le previsioni del pensiero classico ma a causa di una epidemia imprevedibile, violenta, che non conosce regole, non si piega ai voleri e ai bisogni del profitto ma svela tutta la caducità di un sistema incapace di difendersi adeguatamente. La reazione della Cina è stata invece determinata, pronta nel limite del possibile, in tutta evidenza perché lì l’apparato dello Stato non ha avuto tentennamenti, ha scelto la tutela della salute invece che l’economia, ha rischiato di diventare inviso al suo popolo applicando ferreamente regole di comportamento che tutti hanno rispettato perché evidentemente riconoscono l’autorevolezza delle indicazioni che gli vengono impartite.

Ciò che ci possiamo augurare e per cui dobbiamo lavorare è che questa, che rischia di essere una immane tragedia, serva a spostare davvero l’asse della storia, facendo diventare consapevolezza di massa quello che fino a ieri apparteneva a noi ed era negato dai più. Che cambiare cioè lo stato delle cose presenti non solo è necessario ma oggi può diventare possibile.

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Epidemia

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